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Politically Incorrectness is the new Black: il mondo agli occhi di un’idealista

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«Cos’è l’arte? Prostituzione». Nel diciannovesimo secolo, Charles Baudelaire esprimeva così la sua indignazione per il fatto che l’arte fosse stata ridotta a mera merce. Se vivesse oggi probabilmente scriverebbe lo stesso degli ideali liberali.

worldflagsIl ventesimo secolo si è concluso con la sconfitta di due grandi ideologie che prima di allora avevano diviso e organizzato il mondo. Il comunismo è crollato insieme al muro di Berlino e al collasso dell’Impero sovietico. Per quanto riguarda il liberalismo politico, se da una parte ha ufficialmente vinto, dall’altra la sua legittimità è stata minata dall’incoerenza di chi se n’è fatto portavoce. L’incapacità di trovare risoluzione ai genocidi degli Anni ’90 in Bosnia, in Uganda e in Sri Lanka ha fatto dubitare dell’efficacia del multilateralismo. Ma il colpo di grazia al liberalismo è stato inferto dalla guerra contro l’Iraq, che ha completamente screditato la teoria della pace democratica.

Il ventunesimo secolo ha visto il trionfo del liberalismo economico e del capitalismo selvaggio, ma non è riuscito a produrre nuovi simboli ideologici capaci di guidarci come religione, scienza, nazionalismo, comunismo e liberalismo hanno fatto nei secoli precedenti. Viviamo in un’epoca in cui il principio ultimo di ogni cosa è l’efficientismo economico. Tutto viene valutato in base al suo valore economico. Tutto. Anche i principi, i valori, l’identità e i sogni.

In questo contesto si vede l’emergere di due fenomeni. Innanzitutto, a causa del consumismo dilagante, i valori liberali come i diritti umani, il multilateralismo e la democrazia, vengono spesso assoldati come una copertura commerciale per vendere ai cittadini interessi economici di parte. Parallelamente, il fatto che questi ideali siano rappresentati come principi assoluti, circondati da un’aurea quasi mistica che li rende intoccabili, fa sì che le istituzioni internazionali e le politiche ad esse ispiratesi non possano essere criticate. In questo modo, sono quegli interessi economici a cui mi riferivo che appaiono inattaccabili. E nel momento in cui la fiducia nelle istituzioni e nelle politiche viene meno, entra in crisi anche la legittimità degli ideali liberali alla loro base.

Prendiamo come esempio l’Unione Europea. Essa rappresenta l’esempio più evoluto di integrazione regionale, tuttavia è ben lontano dall’essere perfetta – parola di una convinta europeista. Le riforme richieste per adeguarsi agli standard europei sono socialmente molto costose e i criteri stabiliti dal regolamento della Banca Centrale tendono a sfavorire l’occupazione e le fasce di popolazione più fragili. Tuttavia, per molto tempo la frustrazione della popolazione non ha trovato sfogo nella politica mainstream prevalentemente liberale e la critica – anche quella costruttiva – alle politiche europee è stata lasciata a piccoli gruppi marginali ed estremisti. Il risultato è che l’euroscetticismo e l’anti-politica vengono oggi percepiti come unici portavoce del malessere diffuso.

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Qui e qui puoi leggere le analisi de “La Voce del Gattopardo” su Donald J. Trump (1946)

La più recente vittoria di Donald J. Trump è esemplare della delegittimazione degli ideali liberali e, soprattutto, del loro linguaggio, quello politicamente corretto, agli occhi di una larga porzione della popolazione. Con il termine politicamente corretto si indica un discorso politico eccessivamente cauto, artefatto, che cerca di non offendere nessuno, soprattutto non le minoranze. A partire dagli Anni ’90, il suo carattere puramente descrittivo ha iniziato ad assorbire la critica verso la sinistra liberaleUrban Dictionary lo definisce «la legge del relativismo morale ed etico; tutti i sistemi di cultura e pensiero hanno eguale valore, cercando di ripagare per una colpa percepita dai bianchi liberali secondo cui la civiltà Occidentale sarebbe la radice di ogni male». Indica un’eccessiva attenzione al linguaggio utilizzato dalla politica e la tendenza al prendere sul personale l’utilizzo di pregiudizi e offese nel discorso politico.

Il modo di comunicare di Trump è in totale contrasto con questa norma ed è sicuramente ciò che ha maggiormente polarizzato la campagna elettorale. Ha fatto sì che il dibattito politico fosse svuotato di qualsiasi contenuto e che il voto non fosse legato al programma politico dei candidati, ma al modo in cui l’hanno espresso. La sua iraconda invettiva contro la maggior parte dei gruppi sociali non ha risparmiato quasi nessuno. E questo è piaciuto proprio perché totalmente in contrasto con i soliti toni moderati, controllati, corretti, così lontani dalle tensioni sociali che esistono nella realtà. La vittoria di Trump ha normalizzato e, quindi, legittimato un discorso politico caratterizzato da toni offensivi, odio, sessismo e xenofobia.

Nel mondo post-ideologico, niente è sacro, niente è tabù. Qualsiasi valore può essere attaccato. Non accettare questo assioma significa essere automaticamente definiti politicamente corretti o buonisti. Manca la consapevolezza che un discorso politicamente scorretto, che vede come principali nemici il dialogo e il compromesso, genera un pericolo vero, in un contesto in cui il linguaggio produce realtà. E in questo mondo deluso e arrabbiato, alla ricerca di leader forti, in cui gli ideali politici hanno valore solo se possono essere monetizzati o sensazionalizzati, la posizione degli idealisti è più scomoda che mai. Veniamo naturalmente percepiti come sognatori e illusi, da una politica che deve produrre risultati tangibili ed immediati per essere venduta. Oppure etichettati come burattini delle banche e della finanziaria, risultato di decenni in cui i nostri ideali sono stati abusati e impugnati a sproposito.

L’idealismo, in questo mondo, non viene interpretato come un genuino moto di indignazione contro una realtà caratterizzata da doppi standard, che non rispecchia i nostri ideali. Non viene letto come una serie di pratiche quotidiane consapevoli che possono effettivamente portare ad un cambiamento, se imbracciate dai grandi numeri. Al contrario, viene contrapposto al realismo e spesso ridotto a mero sentimentalismo. In alcuni casi mi è stato detto che le cause che difendono sono patetiche, perché per loro non c’è speranza. E scusatemi ma questo mi offende. Chiamatemi politicamente corretta, ma se attaccate le mie idee e i miei valori – o se li usate a sproposito – state anche attaccando la mia identità.

Ma in che mondo saremmo se i grandi sognatori non si fossero indignati di fronte alle ingiustizie del loro tempo? Per dirlo con le parole di Gary Younge, «immaginate se Martin Luther King non avesse avuto un sogno». Io mi rifiuto di credere che i miei ideali siano troppo ambiziosi, che i miei sogni siano troppo grandi. Non voglio accettare che il pragmatismo dogmatico e la politica del tutto-e-subito li rimpicciolisca. Anzi, sono convinta che in un mondo che soffoca i grandi ideali, ci sia bisogno di gente che sogni più in grande. Ma che sia anche in grado di giungere a compromessi con la realtà, compiendo piccoli passi ogni giorno.

Informandosi, dibattendo e, soprattutto, facendo scelte il più possibile coerenti con questi ideali nella vita quotidiana.

 

 


 

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About Giada Negri

REDATTRICE | Classe 1994, lombarda. Studentessa di Studi internazionali presso l'Università degli Studi di Trento, è un'irrimediabile ottimista. Appassionata di geopolitica, ama conoscere nuove culture attraverso le storie della gente. Risiede attualmente a Londra.

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