Suburra copertina

Persi nella “Suburra”

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Giulia Elettra Gorietti e Giacomo Ferrara in una scena di 'Gomorra'
Giulia Elettra Gorietti e Giacomo Ferrara in una scena di “Gomorra”

E fu così che Stefano Sollima scoprì di essere “fighetto”.

Suburra, uscito nelle sale lo scorso 14 Ottobre, è esattamente il tipo di film che vuole sembrare. Tratto dall’omonimo romanzo di Bonini e De Cataldo, l’opera nuota in una materia che il regista conosce e sa raccontare alla grande. E’ una storia di criminalità tipicamente hard-boiled, un mosaico di pedine malsane ambientato nell’Italia contemporanea. Il contenuto è attuale solo in apparenza: la connessione con le recenti vicende di Mafia Capitale è in realtà molto più sottile di quanto i giornalisti vorrebbero far credere allo spettatore medio. Anzi, possiamo dire che il richiamo agli affari di Massimo Carminati e della sua associazione sia meramente potenziale.

Nel primo quarto d’ora si ha subito un assaggio di tutto ciò che ci aspetta. Papa Benedetto XVI, immerso nelle stanze del Vaticano, medita le dimissioni. Nel frattempo il capo della malavita di Ostia tortura il malcapitato proprietario di uno stabilimento balneare, mentre le fiamme divorano l’ambiente. Un criminale di mezza tacca esce dal carcere e affronta il tragico, definitivo colloquio con un pericoloso boss. Dall’altra parte della città, un parlamentare senza scrupoli si gode una notte di sesso e droga in hotel.

C’è molto della poetica dell’ultimo Sollima nelle sequenze di Suburra, molto di quella nobilitazione del cattivo tipica di Romanzo Criminale o Gomorra. I personaggi sono filtrati attraverso un velo di Maya che ne risalta gli aspetti peggiori, in un mondo in cui il Male vince sempre sul Male. Non c’è spazio neppure per la più banale manifestazione di giustizia, laddove tutti ricattano tutti e un politico può essere corrotto con un paio di promesse spicciole.

A fare da centro nevralgico di queste azioni malsane c’è la città più rappresentativa del vivere italiano.

<<Sei stato tu?>>

<<E’ stata Roma.>>

Di Roma, in verità, non appare mai una versione sinceramente votata al realismo. Sollima, coadiuvato da Stefano Rulli e Sandro Petraglia (che hanno adattato il testo di partenza), non intende offrire un punto di riferimento geopolitico, ma raccontare una buona crime-story. Questa metropoli piovosa sull’orlo dell’Apocalisse è figlia diretta dei romanzi di Ellroy, è una location perfetta per un’eventuale stagione di True Detective: insomma, è quanto di più lontano dall’immagine cinematografica di Fellini, ma anche da quella dei telegiornali.

Elio Germano è alla prima collaborazione con Stefano Sollima
Elio Germano è alla prima collaborazione con Stefano Sollima

Sprazzi di grottesco fanno capolino qua e là: nella fantastica rappresentazione della villa degli zingari, ad esempio, in cui il gusto anarchico per il kitsch fa da spassoso contraltare alla crudeltà degli abitanti. O nel covo di Numero 8, essenziale e moderno, di fatto un tugurio di droga e miseria. La varietà di luoghi riflette quella dei personaggi: si passa dalla tranquillità apparente della Camera dei Deputati alle luci soffuse di una profumatissima stanza di albergo.

L’intreccio è suddiviso liberamente in cinque microstorie, seguendo le parabole dei vari personaggi che vanno ad incontrarsi (e scontrarsi) per le strade della Capitale. La catastrofe che si consumerà in sette giorni è prima individuale e poi generale, coinvolge le vite degli individui in una sorta di gara alla sofferenza. Ma più che alle figure, l’attenzione del regista sembra puntata alla realizzazione formale del disastro. Le immagini bellissime si sprecano: si veda un terribile sogno ad occhi aperti dietro un vetro bagnato dalla pioggia, con la musica degli M83 sparata a tutto volume. Ci sono supermercati dove si consuma la violenza sotto una luce asettica, festini in ville piene di luci al neon, un lungomare deturpato da film western. C’è la volontà di cospargere la pellicola di un’epicità probabilmente non necessaria, a discapito di quel gusto sobrio per la narrazione già mostrato nelle serie tv targate Sky Cinema. Sollima si diverte come un ragazzino a fare l’hipster, inquadrando due amanti feriti dalla prospettiva di una scala mobile che scende piano piano. Vuole tenere alta la tensione, ma finisce per cancellare qualunque briciolo di empatia fra osservatore e protagonisti. Non che gli attori siano in qualche modo colpevoli: con Favino, Amendola e Germano abbiamo di fronte l’eccellenza italiana.

Assisterete a diverse morti in Suburra, ma nessuna vi colpirà in modo particolare. Non c’è un nuovo Libanese, antieroe freddato a colpi di pistola nell’unico momento di debolezza. Non esiste quel contatto diretto che provocava un vero e proprio interessamento per le sorti dei personaggi. Tutto scorre liscio come un fiume di petrolio, fra tradimenti, rappresaglie e speranze in frantumi. I cliché abbondano, ma anche questo fa parte del piano. L’unica eccezione è rappresentata da Viola, (interpretata da Greta Scarano) la compagna di Numero 8: gabbiano sgraziato ma delicatissimo, il cui più grande piacere è guardare il fidanzato mentre dorme. Per il resto il progetto è presentato chiaro e tondo: tutto andrà male, e come potrebbe essere altrimenti.

Ma la forza del film sta proprio nelle piccole scelte, nei secondi di quiete all’interno di un contenitore a dir poco fragoroso: il Samurai che fa visita alla madre è un momento di Cinema straordinario.

 

Greta Scarano e Alessandro Borghi interpretano rispettivamente Viola e Numero 8
Greta Scarano e Alessandro Borghi interpretano rispettivamente Viola e Numero 8

 

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About Mattia Carapelli

REDATTORE | Classe 1991, toscano. Si è laureato in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Siena. Lettore onnivoro e cinefilo convinto, nel 2014 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Ironica", con la casa editrice Montedit.

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