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Perché il sequel di “Jumanji” è già incredibilmente fastidioso

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Il wrestler, attore e produttore cinematografico statunitense Dwayne "The Rock" Johnson (1972) accanto all'attore, cantautore e musicista Nick Jonas (1992), ex membro della popolare band Jonas Brothers
Il wrestler, attore e produttore cinematografico statunitense Dwayne “The Rock” Johnson (1972) accanto all’attore, cantautore e musicista Nick Jonas (1992), ex membro della popolare band Jonas Brothers

Il 22 Dicembre 2017 uscirà nelle sale statunitensi Jumanji: Welcome to the Jungle, sequel diretto da Jake Kasdan del film del 1995 di Joe Johnston. E già da questa primissima frase avrete sicuramente notato che qualcosa non va. Come al solito, un passo indietro prima di farne tre avanti: cos’era, cos’è stato e cos’è Jumanji? Chiunque sia nato dopo la metà degli Anni ’90 (o abbia vissuto gli Anni ’90 dentro una sorta di bolla spazio-temporale) si accontenti di una sola parola: cult.

Alan Parrish, rampollo di una ricca famiglia di imprenditori, raccoglie una scatola contenente un bizzarro gioco da tavolo fra le macerie di un palazzo. Il ragazzino decide di cimentarsi subito in una partita con l’amica Sarah Whittle, ma al primo lancio di dadi si accorge della frittata: le pedine si muovono da sole sul tabellone e, ad ogni casella, corrisponde una sfida che – letteralmente – fuoriesce dal gioco. Fra i “molti effetti” (traduzione del termine Jumanji dalla lingua zulu secondo le indicazioni di Chris Van Allsburg, autore del libro che ha ispirato la sceneggiatura) si annoverano vespe assassine, scimmie, leoni, piante carnivore, monsoni e un cacciatore sanguinario: un gran mucchio di orrori e pericoli provenienti dalla foresta peggiore del mondo. Ah, c’è poi la casella più sfortunata di tutte, quella su cui ovviamente capiterà lo “sfigato” di Alan al primo tiro: «Nella giungla dovrai stare finché un cinque o un otto non compare» (e voi che vi lamentavate delle partite perse a Monopoli…). Il nostro eroe viene quindi risucchiato da Jumanji dopo pochi minuti di pellicola, catapultato in un’Amazzonia immaginaria che lo terrà prigioniero per ventisei anni. Saranno Judy e Peter, fratello e sorella trasferitisi nella stessa villa che era stata della famiglia Parrish, a liberare Alan ricominciando la partita. E qui ci fermiamo.

L’avete sentito? Percepite già quel brivido piacevole lungo le braccia che vi sussurra «blockbuster-anni-Novanta»? Jumanji ha tutto: racchiude un decennio magnifico di cinema commerciale, dalla passione per le “altre dimensioni” di Stargate al “mondo perduto” di Jurassic Park. Puro intrattenimento intelligente, per tutte le età. Salto generazionale: torniamo agli Anni Dieci. Di grazia, che bisogno c’era di fare un sequel – occhio, non chiamatelo remake, reboot o una qualsiasi categoria che inizi per re- che suona malissimo (e dovrebbe costituire re-ato) – di Jumanji? Ventidue anni dopo, qual è la necessità che ha spinto la Sony Pictures, Chris McKenna, Jake Kasdan (regista di Bad Teacher e Sex Tape, due delle commedie americane più idiote dell’ultimo decennio) e compagnia cantante a partorire questa idea? Se la vostra risposta è diversa da «sfruttare il nome di una pellicola di culto per mungere il brand in maniera artisticamente discutibile», potete anche abbandonare questo sito.

Il trailer di Jumanji: Welcome to the Jungle è stato rilasciato meno di una settimana fa su YouTube e, al momento in cui si scrive, ha già sfondato ampiamente quota undici milioni di visualizzazioni. Facciamolo partire:

 

 

Cosa vi è di profondamente sbagliato in tutto ciò? Molte cose, tra cui l’ingaggio di Dwayne “faccio solo sequel brutti” Johnson e di Kevin Hart. Ma l’aspetto probabilmente peggiore dell’iniziativa è la presunzione con cui gli autori hanno trasportato l’idea di partenza in tutt’altro contesto. Lasciamo perdere il fatto che l’idea dei giocatori risucchiati da un videogame sia vecchia almeno di trentacinque anni (Tron), e che su questo trailer aleggi il fantasma luridissimo di Spy Kids 3-D di Robert Rodriguez. Passiamo anche sopra l’evidente comicità da quattro soldi e le sequenze di arti marziali che – non ve lo stiamo neanche a dire – nel film originale non facevano neppure capolino. Ma ad essere sbagliato, di principio, è l’utilizzo del nome per un prodotto che poco ha a che fare con questo: Jumanji, come accennato, è un film totalmente Anni Novanta, aggrappato come una piovra agli Anni Novanta e perfettamente coerente con gli Anni Novanta. Cosa c’è di più Nineties di due ragazzini che intraprendono da soli un’avventura contro lo scetticismo degli adulti? Cosa c’è di più Nineties di Jonathan Hyde (Richie Rich, Anaconda, Titanic, La Mummia) che interpreta sia il padre severo sia lo spaventoso antagonista? E gli effetti speciali! Quei maldestri, imperfettissimi effetti speciali della Industrial Light & Magic che profumano di merenda della Domenica pomeriggio (quelle scimmie, viste oggi, sembrano davvero appiccicate sulla pellicola con qualche programma di contrabbando). Tutto era calibrato, affilato, confezionato per divertire e coinvolgere lo spettatore.

Ci siamo lasciati per ultima l’argomentazione più spinosa di tutti, che ha (giustamente) accomunato molte delle voci critiche di questi giorni: Robin Williams. Jumanji funzionava anche e soprattutto per l’enorme presenza scenica del compianto R.W. Utilizzare lo stesso titolo, ma senza l’anima più profonda del film originale, è sbagliato e inutile in egual misura.

Pubblichiamo questo J’Accuse ben consapevoli che, in fondo, Jumanji: Welcome to the Jungle potrebbe anche essere un buon film. «Esprimete un giudizio sulla base di due minuti e mezzo di trailer», potrebbe correttamente ribattere qualcuno. Vero, verissimo: un vecchio detto ci fa presente che giudicare un libro dalla copertina non è mai un bene. Eppure tutti, a quel libro del 1995 – copertina compresa – saranno legati per sempre.

E la sensazione che la pellicola di Jake Kasdan finisca nell’Olimpo dei rifacimenti più fastidiosi della storia del cinema (insieme ai nuovi Ghostbusters e Ben-Hur) non ci abbandona mai.

 

Il nuovo Jumanji non è un gioco da tavolo, ma un vecchio e polveroso videogame: ad essere inghiottiti dalla giungla, stavolta, saranno tutti e quattro i protagonisti
Il nuovo “Jumanji” non è un gioco da tavolo, ma un vecchio e polveroso videogame: ad essere inghiottiti dalla giungla, stavolta, saranno tutti e quattro i protagonisti

 

 

 

 

 

 

 

 


 

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About Mattia Carapelli

REDATTORE | Classe 1991, toscano. Si è laureato in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Siena. Lettore onnivoro e cinefilo convinto, nel 2014 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Ironica", con la casa editrice Montedit.

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