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Perché è così difficile adattare un libro di Stephen King?

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È il 2017 ma sembra il 1983, in casa di Stephen King. Numeri alla mano, era da ventiquattro anni che l’autore di Bangor non si palesava con così tanta frequenza sul grande e piccolo schermo. Non in qualità di attore (rimarrà sempre nel nostro cuore la spassosa interpretazione di Jordy Verrill in Creepshow) né di sceneggiatore, ma negli Anni Dieci è diventata in ogni caso evidente la riscoperta delle opere partorite dal settantenne Re del brivido.

Vero, la produzione kinghiana (nome in codice: sconfinata, cinquantasette romanzi e undici raccolte di racconti) ha da sempre esercitato un’influenza irresistibile su Hollywood e dintorni. Lo dimostra non solo la mole di adattamenti, ma anche le innumerevoli opere anche solo ispirate collateralmente da S.K. e i suoi temi: dall’horror di John Carpenter e Wes Craven fino ad arrivare a serie TV “insospettabili” come I Simpson e Lost. E d’altra parte, così come la penna del nostro eroe, anche l’enorme macchina delle trasposizioni sembra inarrestabile. Confermando, ed è questo il nocciolo della questione, tutta la difficoltà nel tradurre in linguaggio cinematografico le creature di King.

 

  • RIFARE IT
«È un capolavoro di King... prendilo»
«È un capolavoro di King… prendilo»

Al momento in cui si scrive, It sta continuando a macinare record su record al box office italiano e internazionale (miglior debutto di sempre per un horror nelle nostre sale, 315 milioni di dollari incassati in USA). Per un commento sul film di Andy Muschietti con Bill Skarsgård nei panni del caro vecchio Pennywise vi rimando all’ottima recensione di Enrico Riccardo Montone: ciò che ci interessa qui è diverso. Cominciamo subito con It per confermare l’assunto di partenza: adattare un’opera di Stephen King è complicato, complicatissimo. La prima causa – ed è un paradosso – risiede nell’estrema esaustività del suo stile. Prendiamo un attimo in mano il tomo del 1986, probabilmente uno dei romanzi di formazione più importanti della letteratura americana contemporanea. Tutti conoscono l’incipit, no? La barchetta del piccolo Georgie scivola nel tombino durante l’acquazzone, spunta l’entità mutaforma che dopo qualche convenevole gli stacca il braccio a morsi. Semplice semplice. Invece per niente: tra l’introduzione dello scenario e il primo, vero, omicidio del romanzo trascorrono quindici pagine. E attenzione a non scambiare questa tendenza per prolissità, perché in effetti non vi è capitolo nelle oltre milleduecento pagine di It a non essere praticamente indispensabile per la costruzione del racconto. Eliminando quella sequenza (la costruzione della barchetta, il blitz in cantina per prendere la paraffina, il simpatico botta e risposta tra fratelli su chi ha il buco più grande e così via) si minerebbe il grande significato che sta alla base di tutto il disagio, lo sconforto, la rabbia vissuti da uno dei protagonisti – Bill Tartaglia Denbrough – nel corso della storia.

Ok, dato per scontato che una casa di produzione non possa approvare cinque ore di pellicola in cui si riproducano tutti gli episodi scelti da uno scrittore dalla creatività sconfinata, è vera la teoria che – per trarre un bel film da un bel libro di King – l’unico modo sia tradire il testo. Un’operazione compiuta, nonostante le premesse, anche da Andy Muschietti: via il rito di Chüd, via la Tartaruga, via i riferimenti al passato dell’antagonista, la versione 2017 di It risulta comunque estremamente rispettosa dello spirito del romanzo, concentrando l’attenzione sui rapporti interpersonali tra i Perdenti più che sulla necessità di spaventare. Che poi è anche il secondo motivo alla base della suddetta impermeabilità dello zio Steve alla celluloide: dopo novant’anni di cinema dell’orrore, l’efficacia di modelli classici come vampiri, mummie e non-morti si è notevolmente ridotta. Meglio quindi concentrarsi sugli altri elementi che rendono le opere di King seriamente disturbanti, con l’attenzione puntata ai motivi più profondi dello spavento (nel Pet Sematary di Mary Lambert, per dire, a far saltare sulla poltrona gli spettatori non erano gli zombie, quanto il tremendo spauracchio di Zelda Creed).

 

  • DUE ECCEZIONI
Come liberarsi dalle catene della banalità
Come liberarsi dalle catene della banalità

Eppure, nello stesso anno, la regola del tradire King ha già vissuto due enormi eccezioni. Si tratta rispettivamente di Mr Mercedes e Il Gioco di Gerald, due prodotti televisivi che si collocano a pieno titolo tra le migliori trasposizioni di S.K. mai realizzate. In effetti, ciò che la serie TV di David Kelley – già rinnovata per una seconda stagione, dopo i dieci episodi andati in onda su Audience – va a modificare dello pseudo-hard boiled del 2014 è limitato ad un finale fracassone e poco più. Merito soprattutto di un casting perfetto: tenerissimo Brendan Gleeson nei panni del detective Hodges, malato al punto giusto Harry Treadaway in quelli di Brady Hartsfield (ruolo affidato inizialmente ad Anton Yelchin, prima della tragica scomparsa dell’attore due Estati fa). Allo stesso modo, il film Netflix con Carla Gugino incatenata ad un letto è di per sé la copia più fedele possibile del romanzo del 1992. Nell’uno e nell’altro caso, a fare la differenza è anche la voglia di non strafare, la lucidità nel limare gli estremismi del genio di Bangor. Fattore che rappresenta in fondo il terzo motivo alla base della difficoltà di tutti gli adattamenti from King: quella tendenza a camminare sempre sul filo tra stupefacente e kitsch. Di esempi se ne potrebbero fare in quantità industriale: l’assurda resa dei conti ne L’Ombra dello Scorpione, i monologhi interiori di Greg Stillson ne La Zona Morta, l’apocalisse finale in The Dome. C’è tanta di quella voglia di esagerare nella mente dello zio Steve, che in fondo seguirlo pedissequamente come un nipote amorevole (o un Fedele Lettore) potrebbe portare a risultati di serie Z. Meglio allora filtrarlo attraverso una lente ragionevole (cambiando, che ne so, la verbosissima e improbabile lettera dell’assassino di Mr. Mercedes in un più efficace videoclip) e concentrare le esplosioni laddove siano davvero utili: la meravigliosa scena della fuga ne Il Gioco di Gerald di Mike Flanagan è quasi insostenibile e ripaga di tutto il gore promesso fino a quel momento.

 

  • QUELLI DA DIMENTICARE
«Dimmi perché erano meglio i libri»
«Dimmi perché erano meglio i libri»

Come ventiquattro anni fa, però, non tutto è andato per il verso giusto. Prendiamo ad esempio La Torre Nera, “trasposizione” (ma dovremmo raddoppiare le virgolette) della saga western-fantasy di King, considerata dallo stesso autore la propria opera magna e composta da otto romanzi. Il film di Nikolaj Arcel con Idris Elba e Matthew McConaughey è il classico esempio della confusione che può derivare dalla smania di mungere S.K. a tutti i costi, anche qualora i rischi siano superiori ai vantaggi. Chiariamoci subito: La Torre Nera è di per sé inadattabile, per due tra i motivi già citati (lunghezza ed estremizzazione dei personaggi/episodi/temi) ma non solo: a complicare le cose giunge infatti una mitologia articolatissima che provocherebbe la labirintite persino a Peter Jackson. Vettori, Ka, Ka-tet, Sottilità, Manni e tanti altri deliri che la travagliata produzione Warner Bros. non ha minimamente considerato di affrontare. «Sono un così grande fan di Stephen King che ho il terrore di rovinare tutto», confessò Damon Lindelof in tempi non sospetti, prima di lasciare il progetto a mani meno esperte: ecco, la profezia si è realizzata comunque. Perché – alla faccia dell’appellativo maestro della prosa post-alfabetizzata affibbiatogli con disprezzo dal Time negli Anni ’80 – le opere di King sono più complesse di quanto lo status di bestseller tascabili lasci presumere. Una profondità che caratterizza anche diversi suoi racconti (aspettiamo con ansia, in questo senso, la serie TV tratta da N, splendido pezzo lovecraftiano contenuto nella raccolta Al Crepuscolo): arriviamo così a The Mist. Ecco, trovare anche soltanto un elemento positivo in quel disastro di The Mist è impresa di non poco conto: la serie Spike firmata Christian Torpe riesce ad esasperare a tal punto le grossolanità di King da risultare quasi un so bad it’s so good. Siamo di fronte all’esempio massimo, il modello da non seguire per adattare il difficile Re del brivido: effetti speciali spazzatura, reazioni umane inverosimili e piattume emotivo senza confini. Ma serviva davvero un’altra trasposizione dopo il buon film di Frank Darabont?

La verità è che, nell’arco di due generazioni, l’influenza esercitata da Stephen King sulla letteratura occidentale e le arti visive in generale è paragonabile a quella di pochi altri autori. Questo ex insegnante di Lettere appassionato di Edgar Allan Poe non ha mai cessato di ispirare i più svariati cineasti e produttori, ovviando ad una certa scarsità di inventiva che ciclicamente si ripresenta nel mondo delle pellicole made in USA. Ciò non significa, come visto, che i risultati siano sempre positivi.

Adattare un’opera di King in un film/serie TV può provocare – oggi come allora – grandi successi (Stand By Me, Misery, Shining, Le Ali della Libertà, 22.11.63, It, Il Gioco di Gerald) o terribili cadute (Grano Rosso Sangue, L’Acchiappasogni, 1408, Mucchio D’Ossa, Cell, La Torre Nera).

 

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About Mattia Carapelli

REDATTORE | Classe 1991, toscano. Si è laureato in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Siena. Lettore onnivoro e cinefilo convinto, nel 2014 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Ironica", con la casa editrice Montedit.

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