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Per un Leopardi ultrà: l’epica calcistica in letteratura

Pubblicato il Pubblicato in Letteratura e Cultura, Recenti, Zibaldone
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Giacomo Leopardi (1798-1837) è stato un poeta, filosofo, scrittore, filologo e glottologo italiano. È ritenuto il maggior poeta dell’Ottocento italiano e una delle più importanti figure della letteratura mondiale, nonché una delle principali del Romanticismo letterario

La nostra concezione della storia; l’idea che ci si è formata nella mente di tutto quello che è accaduto nel corso del tempo; il volto e la personalità dei personaggi del passato; perfino il mondo di oggi, quello in cui ci troviamo irrimediabilmente e nostro malgrado immersi; tutto ciò e altro ancora è la risultante di influenze plurime e variegate, di suggestioni e stimoli eterogenei, di banalizzazioni, luoghi comuni, semplificazioni, fraintendimenti veicolati dalla cultura popolare, quell’enorme contenitore di nozioni e principi sedimentati negli anni e avvalorati dal tacito appoggio che gli accordiamo, dall’acritica venerazione tributata da ognuno di noi. Per un capriccio del destino, uno dei personaggi di spicco della storia letteraria italiana, tale Giacomo Leopardi, pardon, Sua Eccellenza Giacomo Taldegardo Francesco di Sales Saverio Pietro Leopardi Conte di San Leopardo, dovette subire una delle distorsioni più clamorose e miopi di tutte. Siamo ormai abituati a pensare a lui come a quel personaggio stereotipato facile preda del sarcasmo un po’ da <<natio borgo selvaggio>> di schiere di studenti: ingobbito sopra il <<tedioso compito di greco>>, come direbbe il suo collega Guido Gozzano – che, per inciso, ebbe in sorte un’esistenza non troppo dissimile dal suo illustre predecessore – o, per dirla con le sue stesse parole, sulle <<sudate carte>>, un po’ cisposo, di pregevole intelletto ma senz’altro di scarso sex appeal. Tra i suoi interessi ognuno di noi potrebbe annoverare senza troppa fatica, oltre alla poesia, la filosofia, la filologia, la storia, la mitologia, la politica e altre simili, noiosissime discipline; i più accorti e smaliziati potrebbero arrivare a supporre che Giacomo si dilettasse anche di scienza, proto-robotica, zoologia; soltanto pochi di noi, forse, riuscirebbero a figurarsi un Leopardi seduto sugli spalti di un piccolo stadio di Provincia e a immaginare che una delle numerose passioni coltivate nel corso della sua troppo breve vita fosse qualcosa di molto simile al calcio. Ma andiamo con ordine e partiamo, come in ogni storia che si rispetti, da molto lontano.

È del Novembre del 2007 la prima edizione di una raccolta di racconti di Stefano Benni, uno dei più apprezzati narratori italiani, intitolata La grammatica di Dio. Tra i venticinque pezzi di bravura, verso la metà, ce n’è uno battezzato Solitudine e rivoluzione del terzino Poldo in cui l’autore, con la sua sempre fertile vena immaginativa, ci narra una sorta di rivoluzione copernicana all’interno dell’insignificante microcosmo calcistico. Il pallone è il narratore onnisciente della storia:

<<Ma la differenza maggiore tra i tempi attuali e quel medioevo era il ruolo antropologico e destinale del terzino. Ora il terzino si chiama difensore di fascia, è un giocatore come un altro, anzi, come si usa dire, “un giocatore completo”. Difende, corre sulla fascia, spinge, crossa, va anche a fare gol. Ma in una recente antichità era diverso. Il terzino era un asceta, un eremita della marcatura, e il suo monastero era la metà campo difensiva. Il suo lavoro era di impedire all’ala-attaccante di segnare, null’altro. Quando l’attaccante non aveva la palla, il terzino guardava il gioco con la tranquillità di una mucca, poteva anche sdraiarsi a scrutare le nuvole. Ciò che accadeva nell’altra metà campo non lo riguardava, se non nel momento del gol, quando anche a lui era concesso gioire. Io assistetti alla rivoluzione, al passaggio epocale che segnò la fine del vecchio evo terzinario>>.

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Stefano Benni (1947) è uno scrittore, umorista, giornalista, sceneggiatore, poeta e drammaturgo italiano

E’ l’alba di una nuova era: il terzino, bloccato dalla notte dei tempi nella sua metà campo, proprio quel terzino, esponente del ruolo anti-poetico e anti-mitologico per eccellenza (tutti, d’altra parte, hanno più dignità del terzino: il portiere, ultimo baluardo della difesa, quasi un eroe d’altri tempi, orgoglioso nella sua maestosa solitudine, il centrocampista metodista, il playmaker, colui che fa girare la squadra, che ha le chiavi del centrocampo, quello dai piedi buoni, e poi il trequartista, detto anche fantasista o rifinitore, il numero 10 per eccellenza, quello che vince i Palloni d’Oro, che manda gli attaccanti in goal, che fornisce assist illuminanti, che dribbla i difensori come fossero birilli, per non parlare infine della punta, il bomber, il capocannoniere, il goleador, il rapace dell’aria di rigore), ecco, quel terzino lì viene elevato da Benni a protagonista indiscusso sulla scena. Per la prima volta nella storia un terzino osa varcare quella linea di metà campo che per secoli aveva rappresentato il confine ultimo del suo ecosistema, le porte d’Ercole del mondo intero: Poldo Galilei s’invola verso la porta avversaria per segnare quel goal che i suoi più blasonati compagni non erano ancora riusciti a siglare. Dopo l’evento capitale, l’anno zero della storia dei terzini:

<<Ci furono alcuni secondi di silenzio. Pochi, tra cui il sottoscritto, capirono che era accaduto qualcosa di rivoluzionario, paragonabile forse alla scoperta del fuoco. Il pubblico, dopo lo stupore, applaudì. Galilei tornò al suo posto caracollando. Non sapeva ancora di aver cambiato il destino dei terzini futuri. […] Dovunque tu sia adesso, Poldo Galilei, a te la Gloria degli eroi sconosciuti>>.

Poldo Galilei assurge al ruolo di eroe epico, assumendo i lineamenti di una sorta di Prometeo pallonaro (è eloquente l’analogia tra l’atto di ὕβρις del terzino e la scoperta del fuoco, elemento che il titano, secondo i miti antichi, avrebbe rubato agli dei facendone dono agli uomini), di messia calcistico. Il pervasivo tono ironico di Benni fa sfoggio di sé anche in questo breve racconto incastonato in una delle sue pubblicazioni forse meno conosciute, ma non per questo meno pregevoli; l’ironia è qualcosa di inafferrabile e difficilmente comprensibile a prima vista, che molte volte, se mal interpretata, induce il lettore a svalutare la portata di ciò che è scritto. Anche in questo caso il rischio che si corre è proprio quello di abbassare il racconto che abbiamo davanti al rango di semplice divertissement letterario e, quindi, di svalutarne il peso; ma proprio la presenza dell’ironia, lungi dal farci assumere un atteggiamento semplicistico e acritico nei suoi confronti, deve farci accorti che c’è qualcosa di nascosto che è necessario portare alla luce. In particolare, spesso l’ironia è spia della presenza di un elemento di fondamentale importanza nell’autosufficiente e meraviglioso mondo della letteratura: l’intertestualità (generalmente l’ironia tende a mettere alla berlina, citandolo in chiave antifrastica, una produzione discorsiva altrui pronunciata seriamente, o una produzione discorsiva propria, e in tal caso è autoironia). È grazie all’intertestualità che schiere di poeti hanno potuto tributare la loro ovazione ai propri padri putativi, che folle di narratori hanno reso omaggio ai propri illustri antenati.

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Umberto Saba (1883-1957), pseudonimo di Umberto Poli, è stato un poeta, scrittore e aforista italiano

Se infatti è evidente che il racconto di Benni stimola il riso del lettore attraverso l’accostamento di un tono apparentemente adatto solo a una narrazione mitologica a una materia quotidiana e anti sublime, c’è stato un poeta italiano del Novecento, Umberto Saba, che, parlando di calcio, ha fatto uso di un tono molto simile a quello di Benni senza, tuttavia, cospargerlo di ironia. Nell’inesauribile miniera d’oro rappresentata dal suo Canzoniere, tra le centinaia di poesie che affollano le pagine, c’è una piccola sezione che va sotto il titolo di Cinque poesie per il giuoco del calcio che, in altrettanti testi, descrive gli scorci più caratteristici di uno stadio e di una partita. Le cose non sono cambiate poi molto dagli anni in cui Saba scriveva (siamo all’inizio degli Anni Trenta del secolo scorso), e il lettore appassionato di calcio vi si potrà facilmente riconoscere: <<Di corsa usciti a mezzo il campo, date / prima il saluto alle tribune. […] Il portiere su e giù cammina come / sentinella. Il pericolo / lontano è ancora. […] Sui gradini un manipolo sparuto / si riscaldava di sé stesso. […] Correvan su e giù le maglie rosse, / le maglie bianche […] Il vento deviava il pallone […] Ai confini del campo una bandiera / sventola solitaria su un muretto. / Su quello alzati, nei riposi, a gara / cari nomi lanciavano i fanciulli […] Il portiere caduto alla difesa / ultima vana, contro terra cela / la faccia […] La folla – unita ebbrezza – par trabocchi / nel campo. Intorno al vincitore stanno, / al suo collo si gettano i fratelli>>.

A chi legga queste poesie, tuttavia, risulterà evidente che l’intento di Saba, come di qualsiasi poeta che si rispetti, non è eminentemente descrittivo; il poeta triestino ci suggerisce la presenza di qualcosa nascosto dietro a questi fotogrammi: la presenza del mito o, meglio, la funzione di eroi moderni assolta, in un mondo ormai lontano dai fasti dell’antichità, dai calciatori. Essi, per Saba, sono <<sputati / dalla terra natia, da tutto un popolo amati>>, così come letteralmente germogliati dalla terra erano i soldati che poi avrebbero fondato Tebe di cui ci narra Ovidio nelle Metamorfosi (quando si parla di mito, Ovidio è un pozzo senza fondo). Oppure, rivolgendosi direttamente agli atleti, il poeta scrive <<Giovani siete, per la madre vivi; / vi porta il vento a sua difesa>>, in cui per madre, credo, si debba intendere la madre per eccellenza, la madre patria. La presenza del mito è evidenziata anche durante un’azione di gioco: giunge infatti il vento a sparigliare le carte deviando il pallone, e allora <<la / Fortuna si rimetteva agli occhi la benda>>, e Saba porta sulla scena, idealmente accanto ai calciatori, la figura della dea bendata della religione pagana. Tutti questi riferimenti mitologici sono liberi, a differenza di quanto succedeva in Benni, da ironia: è come se Saba utilizzasse il mito per sublimare la quotidianità, per fare del calcio il moderno epos.

Allora, come l’intertestualità valeva per Benni, ugualmente varrà per Saba. Il poeta, inserendosi alla perfezione nel <<filo d’oro della letteratura italiana>> riconosce il proprio debito verso Giuseppe Parini, Ugo Foscolo, Alessandro Manzoni e, soprattutto, Giacomo Leopardi. Sebbene il calcio moderno, più o meno come noi lo conosciamo, sia invenzione – rigorosamente britannica – piuttosto recente (verso la seconda metà del XIX secolo), tuttavia c’erano in giro per il mondo alcuni suoi antenati. Proprio a Recanati Leopardi dovette assistere a un match di questo proto-football in cui, come un moderno Cristiano Ronaldo, eccelleva un giocatore in particolare, tale Carlo Didimi. Si dice che perfino la sorella di Leopardi, Paolina, si fosse innamorata di lui, ma di questo non esistono prove certe. Fatto sta che Didimi, oltre che calciatore, fu anche patriota e carbonaro, e per lui Leopardi scrisse una delle sue canzoni, completata nel Novembre del 1821: A un vincitore nel pallone. I primi versi recitano: <<Di gloria il viso e la gioconda voce, / garzon bennato, apprendi, / e quanto al femminile ozio sovrasti / la sudata virtude. Attendi attendi, / magnanimo campion (s’alla veloce / piena degli anni il tuo valor contrasti / la spoglia di tuo nome), attendi e il core / movi ad alto desio. Te l’echeggiante / arena e il circo, e te fremendo appella / ai fatti illustri il popolar favore>>. Fin d’ora possiamo notare la presenza di una parola, <<gloria>>, che ricorre in tutti e tre i nostri autori: se era la <<Gloria degli eroi sconosciuti>> quella ironicamente accordata da Benni al suo terzino, in Saba era una gloria ben diversa che danzava sul volto dei calciatori (<<La gloria / vi dà un sorriso / fugace: il meglio onde disponga>>). E tuttavia è in Leopardi, ai primi versi della lirica, come abbiamo letto, che la gloria assume i tratti più epici. Il ruolo modernamente mitologico del calcio (o di quel che era), che Saba lasciava intravedere tra i versi delle sue poesie, è esplicitamente dichiarato da Leopardi tramite l’analogia, che popolerà la parte centrale della sua canzone, tra Didimi e gli eroi greci, ultimo baluardo della libertà contro la tirannide, che a Maratona sconfissero i Persiani nel 490 a.C. Ancora, l’intertestualità rende evidente il debito contratto da Saba nei confronti di Leopardi: nel poeta triestino leggiamo <<ignari / esprimete con quello [il gioco] antiche cose / meravigliose>>, mentre nel poeta recanatese <<te [Didimi] rigoglioso dell’età novella / oggi la patria cara / gli antichi esempi a rinnovar prepara>>. Infine, in entrambi i poeti lo sport è dipinto come una sorta di esorcizzazione della morte; in Saba <<Le angosce, / che imbiancano i capelli all’improvviso, / son da voi così lontane!», mentre in Leopardi la performance calcistica, iperbolicamente, ma non ironicamente, paragonata a una battaglia, rende meno amara, per l’uomo, la vita: «Nostra vita a che val? solo a spregiarla: / beata allor che ne’perigli avvolta, / sé stessa obblia, né delle putri e lente / ore il danno misura e il flutto ascolta; / beata allor che il piede / spinto al varco leteo [alle soglie della morte], più grata riede>>.

È proprio questo, forse, il motivo per cui anche oggi il calcio riesce a muovere grandi – a volte anche violente – passioni: è come se la funzione del mito, che per lunghi secoli ha veicolato i valori condivisi e le tradizioni comuni di un popolo e di una cultura, fosse assunta proprio dal calcio. E d’altra parte è noto che i Greci usavano scandire il tempo attraverso la successione delle varie Olimpiadi, durante le quali perfino le guerre fratricide tra le varie città-Stato venivano sospese; non troppo diversamente da quanto succede oggi, dunque: anche per noi i Mondiali e le altre competizioni sportive scandiscono i momenti della nostra vita (tutti, anche i meno appassionati, si ricordano cosa facevano, dove e con chi erano nel 1982 o nel 2006). Ci piace pensare, allora, che Leopardi e Saba insieme, vestiti d’azzurro, siederanno sugli spalti dell’ennesimo Italia-Germania; non immaginiamo che cori intoneranno; forse nascerà un battibecco sul metro da utilizzare (Saba, siamo convinti, parteggerebbe per il sonetto, Leopardi per la canzone libera).

D’altra parte, i Crucchi, è dai tempi di Saba, forse da quelli di Leopardi, che le prendono. Be epic.

 

 

 


 

Immagine in evidenza: clicca qui (fotomontaggio ad opera di Vittorio Cantatore)

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About Marco Del Colombo

REDATTORE | Toscano, nato prematuro ma ormai venticinquenne. Si è laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Pisa con una tesi su Massimo Bontempelli e il Realismo Magico. Attualmente frequenta la magistrale di Italianistica. Lettore onnivoro, ama il cinema, i cani, il calcio e il pane con la finocchiona.

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