Patrioti ad anni alterni

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Ogni quattro anni, più puntuali degli orologi svizzeri, ecco che giungono i Mondiali di calcio. L’evento più importante di questo sport, ove le Nazioni del globo si sfidano fino all’ultima rete sul prato verde.

Tralasciando la questione morale, sul fatto che sia più onorevole colui che segue il calcio da chi invece preferisce astenersene (se una cosa piace, d’altronde, è giusto gustarsela appieno), durante questi eventi sportivi ed internazionali sembra che tornino in vita gli antichi valori, le travolgenti passioni e l’amore verso la propria bandiera. Chi fino a ieri non credeva nell’inno di Mameli, oggi si mette la mano sul petto e, orgoglioso, chiude gli occhi per intonare a piena voce ogni singola parola. I Mondiali di calcio riescono a far tornare la voglia di essere italiani, riescono a farci sentire fratelli: <<dall’Alpi a Sicilia>> si crea un colossale abbraccio che fa battere i cuori a ritmo della celeberrima Seven nation army dei The White Stripes. Insomma, tutto quello in cui la vita quotidiana (cultura, politica, arte e chi più ne ha più ne metta) fallisce miseramente.

Com’è possibile tutto ciò? Veramente i nostri nonni, gli antichi romani, avevano ragione nell’affermare: <<Panem et circenses?>>.

Analizziamo  il rapporto che scorre tra gli italiani e il resto del mondo. Il nostro popolo è conscio della sua grandezza. Tutti noi sappiamo che in un remoto passato la penisola italica, con il contributo di tutti i suoi piccoli regni, ha superato la quasi totalità degli altri Stati nei settori artistici e culturali. Senza contare che, in un passato ancor più remoto, una piccola città del Lazio formò uno dei più grandi imperi mai visti prima, ergendosi a Capitale mondiale grazie al suo valore militare. Il tempo però cambia e l’Italia ad un certo punto conta e conterà sempre meno nel globo. Si percepisce la vita del nostro Stato come quella di un anziano che, nel suo importante passato, ha fatto di tutto e quasi sempre bene, ma che nonostante ciò non riesce a stare al passo coi tempi. Si avverte il ruolo del Bel Paese, tra le grandi potenze, non come qualcosa di guadagnato ma come qualcosa di ereditato, ottenuto come se fosse un contentino per l’ingombrante storia che ci portiamo dietro.

Dunque, dov’è che il popolo italiano può prendersi la rivincita nei confronti degli altri Stati che lo deridono ormai da anni? Ovviamente nella cucina, nell’arte, nel made in Italy e indubbiamente nel calcio. Certamente, nei primi esempi l’agonismo non è una parte preponderante, mentre nel calcio – come per tutti gli sport – è una componente essenziale. Due squadre che si schierano ai lati opposti del campo, pronti a darsi battaglia al segnale stabilito. Sembra di descrivere una “disfida medievale”.  E qui l’Italia eccelle! Siamo la seconda squadra ad aver vinto più Mondiali (la prima è il Brasile, <<ma non ci interessa, loro son bravi solo in quello>>). Noi siamo la Nazionale europea con più titoli, davanti alla Germania (<<i prepotenti europei>>) e alla Francia (<<i cugini vanitosi>>). Una delle poche classifiche, in cui possiamo vantarci senza problemi! Qui possiamo gonfiarci il petto, senza alcuna paura, davanti agli altri europei. Le Germania della Merkel è stata più volte eliminata da noi. I galletti francesi, snob e altezzosi, han dovuto abbassare la cresta nel 2006.

 

 

Finiti questi Mondiali (questa volta per gli Azzurri son finiti prima del tempo), si tornerà alla vita di tutti i giorni. Gli avversari battuti sul campo torneranno ad essere gli stessi Stati, forti e prepotenti o vili e profittatori, che noi percepiamo al di fuori dei nostri confini. Si tornerà a cambiare canale non appena l’intro del Novaro farà capofitto dentro le nostre case e non si avrà più voglia di mostrare il tricolore, a meno che un’orda di magrebini tenti di sbarcare sulle nostre spiagge. Si tornerà nell’ottica che, dopotutto, i meridionali sono dei fannulloni, che i nostri connazionali pensano solo a se stessi e che l’Italia è prossima al fallimento, incapace di dare qualcosa di buono all’umanità.

Ma se pensassimo anche solo per un secondo quanto appagante e confortevole sia sentirsi tutti fratelli sotto una sola bandiera, tutti come denti di un solo ingranaggio che macina e produce per il bene comune. Se mettessimo da parte l’individualismo che, dal dopoguerra ad oggi, devasta il quieto vivere della penisola. Se ci impegnassimo tutti quanti a conoscere di più il nostro storico passato e farne un baluardo di civiltà, senza essere patrioti ad anni alterni, quest’Italia, nonostante i suoi mali (che ci portiamo dietro come un peccato originale) sarebbe un luogo migliore poiché assieme, fratello con fratello, italiano con italiano, andremmo ad estirpare le malerbe di questa Nazione, rendendola il paradiso terrestre che tutti immaginiamo.

Per la Rivoluzione, quella che sentiamo citare in ogni bar, serve una società pronta, un apparato dirigente preparato, una cornice culturale (che non vuol dire essere istruiti) adeguata.

Io sogno un giorno in cui le passioni, che infiammano i cuori degli italiani sotto i Mondiali, possano divampare nella vita di tutti i giorni, passando di petto in petto, con un’incendiaria voglia d’Italia e di fratellanza!

 

About Marco Pucciarelli

REDATTORE | Classe 1991, piemontese. Si è laureato in Lettere Moderne presso l'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" di Vercelli. Ha la passione per la storia, specie per quella romana.

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