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«Papà ci ha detto di stare lontani»

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Shipwreck at Sea # VectorInizia un nuovo anno scolastico e in aula ci sono due facce nuove: Mohammed dall’Egitto e Abayomi dall’Etiopia (nomi di fantasia). Hanno rispettivamente nove e dodici anni, sono scappati dai loro Paesi insieme ai genitori. Le loro mamme e i loro papà, però, non ce l’hanno fatta: probabilmente sono morti durante il viaggio. I bambini hanno attraversato il Mar Mediterraneo completamente soli e, arrivati a destinazione senza nessun accompagnatore né genitori, sono stati accolti in una scuola elementare gestita da religiose, destinata a diventare il loro più grande punto di riferimento.

Tuttavia, a causa delle proteste di alcuni genitori, sono stati costretti ad utilizzare un altro bagno rispetto ai loro compagni di classe, così da evitare di propagare malattie infettive che possano contagiare i bambini bianchi. Preoccupazione assai poco giustificata considerando che una delle primissime operazioni effettuate sui migranti al loro arrivo è proprio il controllo sanitario. Alcuni hanno addirittura ritenuto necessario cambiare scuola ai loro italianissimi pargoli e una minoranza ha deciso di protestare per fare in modo che gli stranieri non venissero accettati nella scuola.

Tutto ciò non è accaduto nel Sudafrica degli Anni ’50. Succede nell’Istituto Paritario Cattolico gestito dalle suore Mercedarie, a Cagliari. Succede nel ventunesimo secolo: quello della digitalizzazione, dei social network, dei diritti dei gay, della globalizzazione (dell’universale «Liberté, Égalité, Fraternité ou la mort»). Mai quanto nel nostro periodo storico vi è stata la possibilità di rapportarsi facilmente con altre culture, sia a livello individuale che nazionale. Mai come nel nostro secolo vi è stata una mobilità di persone tale da rendere quasi routine un viaggio aereo di dieci ore.  Succede e fa riflettere sul fatto che il razzismo non si fermi neanche di fronte a dei bambini innocenti. Succede e fa riflettere sul fatto che sia un fenomeno antico quanto l’uomo: la storia non è altro che un susseguirsi di popoli che cercano di prevalere sugli altri.

Il fatto che a lamentarsi siano stati esclusivamente i genitori dimostra, però, che il razzismo non è insito nell’animo umano ma viene insegnato. I bambini, il cui unico interesse è giocare, divertirsi e imparare insieme ai loro nuovi compagni di classe, di qualunque razza o etnia, vengono plasmati dalla società, diventando giovani/adulti intolleranti e razzisti. Quando ripensiamo all’apartheid, all’antisemitismo e altri episodi discriminatori accaduti nella storia dell’umanità, rabbrividiamo. Ci chiediamo come sia possibile che gli esseri umani riescano a non essere umani, a non provare empatia.

suoraMa ciò che accadeva nel 1950 è forse diverso da ciò che accade oggi? Come riporta La Stampa, le avvocatesse Marina Bardanzellu e Antonella Taccori hanno denunciato subito il caso. Come riferisce Taccori, «i compagnetti sono stati poco socievoli, durante la ricreazione o i momenti in giardino i nostri bambini sono stati subito isolati, non solo perché non sono ancora in grado di parlare l’italiano. Il comportamento degli altri ragazzini, evidentemente, riflette ciò che hanno sentito dire in casa dai loro genitori. La mia collega già da qualche giorno sapeva che i bambini frequentavano bagni diversi […] Adesso speriamo che la scuola ritorni a essere il laboratorio dell’integrazione».

«Il trauma – spiega Angela Maria Quaquero, la Presidente dell’Ordine degli psicologi della Sardegna – riguarda sia chi subisce questa inaccettabile discriminazione, sia chi ne è inconsapevole “esecutore”. Per questo è indispensabile la disponibilità delle stesse famiglie che hanno di fatto costretto la scuola a riservare bagni separati per i bambini “di colore”, mentre altre hanno deciso di ritirare i loro figli. L’episodio, di per sé gravissimo, lo è ancora di più se si considera che va ad incidere su un’età, quella evolutiva, nella quale restano tracce indelebili, con pericolosi esiti nel corso della vita, soprattutto sul versante della maturazione affettiva e dell’intelligenza emotiva». «È possibile – ribadisce l’esperta – attivare un’azione di recupero psicologico e relazionale sugli allievi della scuola, ma perché questo accada occorre che le famiglie rinuncino a condizionare i loro bambini verso comportamenti, atteggiamenti e convinzioni che non appartengono loro. La scuola deve portare avanti il suo compito istituzionale, che oltre agli obiettivi di apprendimento, prevede l’educazione alla socialità e all’apertura verso l’altro».

Oltre che l’episodio in sé, ad essere aberranti sono state anche le spiegazioni delle suore, che hanno dichiarato: «Il bagno separato per i bambini africani doveva essere un compromesso, una concessione alle proteste feroci dei genitori degli altri alunni».

Intanto, ieri, i bambini sono tornati a scuola e a riassumere ciò che è successo e che – auspicabilmente – succederà, ci pensa un compagno di classe di Mohammad e Abayomi:

«Mio padre mi ha detto di stare lontano da quei due bambini, mi ha detto che potevano avere malattie pericolose. A me però, stanno molto simpatici: non parlano italiano, ma ci capiamo a gesti. E poi sorridono sempre».

 

bambini

 


 

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About Ilaria Porru

REDATTRICE | Classe 1993, sarda. È laureata in Lingue e Comunicazioni presso l'Università degli Studi di Cagliari. Viaggiatrice per natura, durante il suo corso di studi ha incontrato la Turchia, Paese che le ruba il cuore e da cui non riesce più a separarsi. Vive attualmente ad Istanbul.

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