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Paolo Sorrentino: le sfumature del cambiamento

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Un prisma che fende un raggio di luce e proietta l’intero spettro di colori visibili a occhio nudo. Questo è l’effetto di Paolo Sorrentino sul cinema italiano: un caleidoscopio che ci presenta una realtà ridefinita, pregna di immagini sfuggenti attraverso le quali riconsiderare ogni storia, anche la più scontata.

Sorrentino è l’esponente di spicco, assieme a Matteo Garrone, di una generazione di artisti che riporta nel cinema nostrano l’elemento che più è mancato negli ultimi anni: il coraggio. Coraggio di sperimentare, di decentrare l’importanza della trama e sublimare i personaggi, di riconsegnare somma dignità alle immagini, di abbandonarsi alla dolce ossessione dello scorrere del tempo, di lasciare degli interrogativi inesausti anche quando la pellicola ha smesso di essere proiettata. <<Non mi interessano le linee rette ma le sfaccettature, gli alti e bassi. Quello che la TV non può fare. Mi sento in buona compagnia con Garrone, Crialese, Piva, Marra, Vicari, Gaglianone. Mi piace questa generazione che è uscita dal raccontare io io io. E non cinefila: la nostra genuina ignoranza sta producendo qualcosa>>.
In questa dichiarazione c’è tanto del Paolo Sorrentino che conosciamo: la passione per le sceneggiature atipiche, a volte barocche, l’elitario disprezzo per la TV e il forte legame con la sua generazione,un legame tanto solido da portarlo a vivere a Roma nel medesimo palazzo di Piazza Vittorio in cui vive Matteo Garrone.

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Paolo Sorrentino (1970) e Matteo Garrone (1968), i capofila del nuovo cinema italiano

La parabola che proietta Sorrentino nell’élite del cinema nazionale e internazionale è lontana anni luce dalle storie che Paolo ci proporrebbe: nasce a Napoli il 31 Maggio 1970 in una famiglia della media borghesia partenopea, vive in una casa nel quartiere del Vomero (<<come tutti i napoletani che fanno due lire>>), figlio di Sasà, dirigente bancario e di Tina, casalinga. Sono anni floridi per un’Italia che lavorava duro ma trovava anche tempo e modo di divertirsi. I suoi genitori non facevano eccezione: il sabato sera in casa Sorrentino era infatti storicamente dedicato ai lenti targati Franco Califano e Frank Sinatra. Paolo assimila tutto, questo genere di musica entrerà tanto nel suo immaginario personale da dedicare alla figura di Franco Califano, trasfigurato in salsa partenopea, il ruolo di protagonista del suo primo film. Anni ’80: Diego Armando Maradona incendia il calcio italiano e mondiale, il duo Martin Scorsese-Robert De Niro si è espresso già con alcuni dei più grandi capolavori della cinematografia mondiale e i Talking Heads erano all’apice della propria carriera musicale. Sono queste le colonne portanti su cui il giovane Paolo fonderà la propria poetica, una cifra stilistica che pensa di impiegare per diventare scrittore, almeno fino all’età di diciassette anni. Poi la brusca interruzione. Sasà e Tina muoiono in un incidente dovuto ad una fuga di gas in una casa in montagna. In questi anni tristi però si avvicina al cinema per caso, avendo l’idea che fosse un arte alla quale potesse accedere senza averne dimestichezza, comprando solo successivamente i libri di sceneggiatura di Massimo Moscati. A diciott’anni, assieme al suo vicino di casa Ivan Cotroneo (futuro scrittore e traduttore), invia al Bellaria Film Festival un cortometraggio dal titolo Luoghi Comuni, nel quale immaginavano un dialogo su Dio tra Karl Marx, Friedrich Nietzsche e Gesù, ambientato nella medesima “stanza” dell’aldilà.

L’iscrizione ad Economia e Commercio sembra più un tentativo di cercare una solidità economica che una reale passione, tanto che finisce ampiamente fuoricorso, complice anche la sua adesione al gruppo artistico composto da Mario Martone, Pappi Corsicato e Antonio Capuano. La via è tracciata: esordisce con il cortometraggio Un paradiso, assieme a Stefano Russo. Poi i lavori – non necessariamente positivi – da ispettore di produzione e aiuto-regista, fino alle sceneggiature (non sempre realizzate) di diversi film e serie TV, generalmente ambientati a Napoli. Nasce forse da queste esperienze il rapporto tormentato con il set e con gli attori, che spesso affermerà di non sopportare e di trattare con cinismo.

Il corto successivo, però, è quello buono. La lunga notte è la scintilla che precede la grande esplosione della fama. Nel 2001 riesce a convincere, non senza patemi e snobismi tipici degli interpreti teatrali, l’unico attore con cui instaurerà un rapporto speciale: Toni Servillo, meravigliosa maschera campana, fedele all’idea di superiorità della recitazione teatrale rispetto a quella cinematografica, riassunta da Louis Jouvet con un bellissimo <<l’amour n’est pas photogenique>>. Con alle spalle solo due apparizioni sul grande schermo, Servillo si lascerà plasmare totalmente da Sorrentino, diventandone l’attore prediletto, oltre che uno dei volti più di successo del cinema italiano ed europeo. Servillo diventa dunque Tony Pisapia, il cantante napoletano modellato sulla figura di Franco Califano, protagonista de L’uomo in più. Lo stesso regista napoletano nutriva tante paure sul proprio esordio da far convergere due storie che aveva in mente: attinge dunque a piene mani dalla compagnia teatrale Teatri Uniti, affidando ad Andrea Renzi il ruolo di co-protagonista del film, quello di Antonio Pisapia, calciatore omonimo del cantante, la cui storia invece è ispirata all’ex capitano dell’AS Roma Agostino De Bartolomei. Il filo conduttore dell’omonimia, del caso, una Napoli folkloristica, una regia fresca e non ancora troppo barocca ed una creatività verbale d’èlite di chiara ispirazione scorsesiana (basti pensare al monologo finale di Tony Pisapia, evidentemente ricalcato sul monologo iniziale di Jake LaMotta in Toro scatenato) sono i punti forti della prima fatica di Sorrentino che, dopo essere stata presentata alla Mostra del cinema di Venezia, si aggiudica il Nastro d’Argento per il Miglior Regista esordiente, il Ciak d’Oro per la Miglior Sceneggiatura e la Grolla d’Oro a Servillo, oltre a tre candidature al David di Donatello nel 2002.

 

 

Nel 2002 partecipa al documentario collettivo La primavera del 2002. L’Italia protesta, l’Italia si ferma, coordinato da Francesco Maselli. Il suo primo vero capolavoro arriva però nel 2004: Le Conseguenze dell’Amore, presentato al Festival di Cannes e interpretato nuovamente da Toni Servillo, che lo catapulta nella stratosfera del cinema nostrano. Con questo film si manifesta essere il regista dallo stile unico che conosciamo. La trama si assottiglia, fin quasi ad appiattirsi e si erge svettante sul film la figura di Titta Di Girolamo, protagonista algido e misterioso che scandisce il ritmo del film una sigaretta alla volta. E’ in questa pellicola che la poetica sorrentiniana raggiunge compiutezza: personaggi non giovani, lontani dalla sua persona, una colonna sonora meravigliosa che suona in controtendenza con lo sviluppo della pellicola, l’uso chirurgico del piano sequenza, le immagini quasi dadaiste sparse- a momenti nascoste- in tutto il film, l’assoluta predilezione verso la sfera sentimentale del personaggio piuttosto che verso la storia da raccontare. Un successo incredibile: quattro Nastri D’Argento, due Globi d’Oro e ben cinque David di Donatello, tre per lui (Migliori Sceneggiatura, Regia e Film), uno alla fotografia e il primo, meritatissimo, premio per Toni Servillo.

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Toni Servillo, penombra, fumo di sigaretta. Questo frame da “Le conseguenze dell’amore” ci evidenzia uno stile “à la Paolo Sorrentino” purissimo

Il successo è tanto travolgente da spingere i distributori a riproporre il cinema nelle sale dopo le premiazioni. Il duetto con l’attore campano prosegue poi nello stesso anno quando è regista televisivo, per Rai 2, di Sabato, Domenica e Lunedì, opera teatrale di Eduardo De Filippo. Il film successivo, L’amico di famiglia del 2006, è denso di azzardi: dalla scelta dei protagonisti alle tematiche trattate. Non riceve lo stesso successo del film precedente ma è un ritratto di una provincia italiana folkloristica che permette a Giacomo Rizzo e Laura Chiatti – protagonisti della pellicola – di portare a termine quelle che sono con ogni probabilità le loro migliori interpretazioni in carriera. Lo stesso anno è però importante per altri due motivi: per il suo celebre cameo ne Il Caimano di Nanni Moretti (comparsa quasi sfumata a causa della sua ossessione per le basette lunghe, che Moretti gli aveva chiesto di tagliare) e perché finalmente Paolo si trasferisce a Roma<<A 36 anni, me ne sono andato da Napoli. Non avevo mai compiuto una scelta di indipendenza che fosse una. Sempre nella stessa casa, dal primo giorno. Mi trascinavo pigramente ancorato a legami violenti, quasi ancestrali. In più Napoli non è un luogo normale. Devi affrontare la vita con una dose di coraggio non indifferente e io, confesso, sono stato sempre un ragazzo pauroso>>.

A giudicare dalle scelte, non si direbbe mai che a Sorrentino manchi il coraggio. Inizia in questo momento il suo rapporto con la capitale, una storia d’amore che lo porterà a produrre le sue opere di maggior successo internazionale. <<Il mio sguardo su Roma è provinciale. La parrucchiera del Minnesota in vacanza a Roma in confronto a me è una donna di mondo, una spregiudicata>>.

Il meraviglioso trucco di Toni Servillo (1959), protagonista di un'interpretazione magistrale ne "Il Divo"
Il meraviglioso trucco di Toni Servillo (1959), protagonista di un’interpretazione magistrale ne “Il Divo”

Riesce eccellentemente a dissimulare il proprio sguardo su Roma nel primo dei suoi due lavori romani: Il Divola spettacolare vita di Giulio Andreotti. Chiamato ad interpretare la figura di Giulio Andreotti è ovviamente Toni Servillo. Sorrentino si addentra nelle stanze del potere della nostra Repubblica, senza trattare in modo scontato la vita del politico (il film è ambientato nel corso dell’ultimo mandato di Andreotti da Presidente del Consiglio nel ’92) trasformando la pellicola in un de profundis lirico dell’uomo e dello statista, nel quale convergono temi e stili distanti tra loro ma d’impatto. Il film si assicura il Premio della Giuria al Festival di Cannes e la magistrale interpretazione di Servillo lo porta a vincere ogni tipo di premio individuale, tra cui il suo primo European Film Award, complice anche la sua magnifica interpretazione in Gomorra di Matteo Garrone, nel corso dello stesso anno. Giulio Andreotti in persona definisce il film <<una mascalzonata>> salvo poi ritrattare, visto il successo della pellicola. Dopo Il Divo si diletta in un divertissement che altro non è che il coronamento di un suo sogno giovanile. Sorrentino può finalmente dedicarsi alla sua grande passione: la letteratura. Nel 2010 pubblica Hanno tutti ragione, disponibile anche nella versione in audio-libro, inciso dall’amatissimo Servillo. Le abilità creative a livello verbale di Sorrentino gli permettono addirittura di classificarsi terzo all’annuale Premio Strega. Il romanzo avrà poi un proprio sequel nel 2012 con la pubblicazione della raccolta di racconti Tony Pagoda e i suoi amici. Il successo del suo primo libro non lo distoglie però dalla sua nuova fatica cinematografica, la prima in lingua inglese, per la quale si trova fianco a fianco con il due volte Premio Oscar Sean Penn.

Il ruolo di Penn in This Must Be The Place (titolo che cita la sua canzone preferita dei Talking Heads, il cui leader ha anche un ruolo nel film) si ispira a Rob Smith, leader dei Cure dal regista così inquadrato: <<Ros­setto sulle labbra, capelli punk, look da quindicenne e ne ha 50. Non ha te­lefonino, non guida la macchina, ha fermato il tempo al 1988>>. Anche stavolta Sorrentino dà prova di saper reggere un film che accarezzi più temi: l’olocausto, l’immaturità, l’abbandono e la ricerca del proprio posto nel mondo convergono in un on the road che volutamente scandisce i propri avvenimenti con una lentezza antitetica al ritmo sfrenato che dovrebbe definire la vita di una rockstar. Il film ha un buon successo e gli frutta un nuovo David. Tutti gli elementi sono al proprio posto: il successo nazionale ed internazionale, il prolifico rapporto con Servillo, la sua conoscenza di Roma che si è affinata. E’ il momento di mettere in scena quello che, con ogni probabilità, è il film per il quale verrà per sempre ricordato a livello mondiale: La Grande Bellezza, ambientato in una Roma antitetica rispetto alle recenti rappresentazioni cinematografiche stereotipate delle città ad opera di Woody Allen.

 

 

Sulla figura di Jep Gambardella (inevitabilmente interpretato da Toni Servillo), intellettuale talentuoso e dissipatore, elegante frequentatore distaccato ma assiduo dei salotti della Roma bene e delle profondità dell’animo umano, ruota un carnevale nichilista intriso di immagini e figure sfuggenti ma pregne di significati. Una fotografia del graduale e diffuso assottigliarsi dello spessore culturale ed etico degli abitanti del pianeta Terra più che un vero e proprio j’accuse contro Roma e l’Italia. La critica italiana non recepisce immediatamente, e neanche a Cannes il film trova il giusto riconoscimento, ma da quel momento in poi ben 54 premi in tutto il mondo tra cui BAFTA, Golden Globe ed Oscar al Miglior Film in lingua straniera. Un successo irripetibile, ma anche inevitabile per la pellicola che sublima una ad una le caratteristiche della poetica del regista: la sceneggiatura pare generata direttamente dall’animo del protagonista, la fotografia è capace di comunicare ad ogni sguardo quale sia lo stato d’animo con cui lo spettatore deve approcciarsi al film, il classico fumo di sigaretta quasi aggiunge pregnanza semantica e rotondità ad un personaggio che non dà l’impressione di comunicare sempre tutto, una fiera di paradossi sui quali il film si fonda e dai quali trae forza. Servillo raggiunge il record di due European Film Award. Il discorso di ringraziamento agli Academy Awards, è per Paolo un inno alle colonne portanti della sua vita e della sua poetica: Martin Scorsese, Talking Heads, Diego Armando Maradona, Napoli, Roma e quello che da molti è considerato il suo modello, Federico Fellini. Non può mancare un ringraziamento anche all’amico Toni. Sorrentino ci racconta anche la pellicola dal proprio punto di vista pubblicando il saggio La Grande Bellezza. Diario del film.

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Paolo Sorrentino assieme a Toni Servillo, durante gli Academy Awards 2014

Tornerà a dirigere il suo attore prediletto su Rai 1 il 2 Novembre dello stesso anno quando, assieme al fratello Peppe, interpreta l’opera teatrale La Parola Canta per celebrare il triennale della scomparsa di Eduardo De Filippo. Il successo internazionale lo ha totalmente inglobato, tanto da portarlo a lavorare nuovamente in lingua straniera. Youth – La Giovinezza è un film dedicato al regista Francesco Rosi, dotato di un cast internazionale di livello (Michael CaineHarvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano e Jane Fonda). Il film ha gran successo e riscuote numerosi premi in tutto il mondo, tra cui tre European Film Award. E’ forse il primo film che contiene svariati elementi della vita personale del regista (il rapporto padre-figlio e la figura di Maradona ad esempio). Per certe tematiche ed immagini, sembra quasi proporsi come un “sequel spirituale” de La Grande Bellezza.

E’ stato recentemente reso pubblico il trailer della miniserie TV The Young Pope, diretta proprio da Sorrentino: otto puntate prodotte da HBO e Canal+, nelle quali il regista partenopeo si cimenterà con il personalissimo tabù della televisione. Le prime immagini della serie – interpretata da Jude Law, Diane Keaton e Silvio Orlando – promettono enormemente e sembrano non perdere nulla di ciò che ha definito la poetica sorrentiniana. Inoltre, tra il 27 e il 29 Giugno, verrà riproposto nelle sale La Grande Bellezza in versione director’s cut, dotata di trenta minuti in più di contenuti esclusivi.

E mentre tutti si interrogano su quando si ricomporrà l’accoppiata intellettuale tra lui e Servillo, una di quelle sinergie che hanno già assunto i contorni della leggenda, i lavori di Sorrentino continuano a rifulgere sui nostri schermi, costruendo significati e sfaccettature mai immaginati prima, portando il cambiamento nel nostro cinema  ogni volta che si apposta dietro una cinepresa.

 

 


 

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About Jacopo Gramegna

REDATTORE | Classe 1996, ex cestista ed ex Parlamentare Regionale dei Giovani in Puglia, diplomato al Liceo Classico. Attualmente è studente di Giurisprudenza d'Impresa presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Divoratore instancabile di film e studioso di tattica sportiva, nutre una passione viscerale per i racconti che gravitano attorno ai campi da gioco. Si diletta in uno storytelling che possa far convergere le sue numerose anime.

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