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Paolo e Francesca, gli amanti dell’Inferno dantesco

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Durante il mese di Luglio si terranno le Giornate Internazionali Francesca da Rimini 2014, ormai giunte alla loro ottava edizione, che faranno da sfondo alla celebre Notte Rosa riminese; in programma, una serie di esposizioni ed eventi che seguono il filo conduttore della nostalgia, della passione e dell’amore, rifacendosi alla vicenda di Paolo e Francesca: un mito che ha saputo conservare nel tempo il suo fascino e il suo appeal anche nei confronti delle nuove generazioniCi ricolleghiamo allora al quinto canto dell’Inferno Dantesco  ove compaiono  i due amanti per eccellenza, passati alla storia per la passionale vicenda extraconiugale, seguita dal tragico epilogo della loro violenta uccisione.

Storicamente siamo verso la fine del 1200 ma occorre precisare che  le notizie su Francesca da Rimini e il cognato Paolo, nonché i dettagli successivi, non sembrano abbondare. La loro storia, diventata celebre solo nel corso dei secoli successivi, non godette infatti di grande attenzione mediatica nel periodo in cui si svolse, probabilmente perché le potenti famiglie coinvolte erano interessate ad occultare simili spiacevoli fatti. Dante, tuttavia, narrando i fatti tramite le parole della donna stessa,  ci fornisce una plausibile versione della storia. Francesca,  figlia di Guido da Polenta,  era una giovane donna dotata di grande bellezza, appartenente ad una ricca famiglia guelfa che, come era consuetudine per il tempo, dovette contrarre un matrimonio combinato. Il prescelto era il signore di Ravenna Gianciotto (ciotto significa zoppo). Esistono al riguardo alcune interpretazioni, tuttavia poco accreditate oggi, tra cui quella del Boccaccio, per cui la donna fu ingannata riguardo all’identità del futuro marito: credendo infatti di sposare il bellissimo uomo che andò a chiedere la sua mano e la portò all’altare (Paolo, appunto, fratello di Gianciotto) si ritrovò, in realtà, a sposarne il fratello, di aspetto e modi fortemente meno piacevoli.

Nel V Canto è proprio la donna a raccontare pudicamente di  come prese forma il loro amore e del bacio che lo sigillò: leggevano la storia di Lancillotto e Ginevra che a loro volta, tramite un bacio, similmente si innamorarono. Scoperti sul fatto, vennero uccisi dal marito di lei, ma anche riguardo a questa parte, esistono differenti interpretazioni; secondo alcune, Paolo venne ucciso poiché, impigliatosi col mantello in un chiodo, non riuscì a sfuggirgli mentre tentava di scappare. Secondo altre, i due vennero invece trafitti da un’unica spada, insieme. Non esistono fonti univoche nemmeno riguardo al luogo dove il delitto si consumò.

 

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William Dyce, “Paolo e Francesca” – olio su tela, 1845

 

Dante ha voluto rievocare la loro vicenda nella propria opera, inserendola nel canto dedicato ai lussuriosi, i quali sono sospinti da un vento senza fine, proprio come in vita si sono lasciati trascinare dalla loro passione amorosa  e dilagante; viene citata qui, come accennato precedentemente, anche Didone, colpevole di essersi abbandonata ad un tristemente folle sentimento per Enea e suicidatasi in seguito per disperazione. Sia Didone, sia Francesca, dunque, hanno abbandonato la vita con una morte violenta, autoindotta nel primo caso, causata dalla folle vendetta di un marito umiliato nel secondo. Le due donne, insieme a moltissime altre anime, devono scontare la medesima pena, all’infinito; Francesca però, al contrario di Didone, non soffre in solitudine: Paolo è accanto a lei, simbolo perfetto di un compagno eterno e di un legame indissolubile. Ma potremmo chiederci se l’episodio di Francesca e del cognato, rappresenti un caso di cronaca insolito o se, già ai tempi di Dante l’adulterio, fosse consuetudine. Il poeta ed amico Forese Donati, presentato in un canto del Purgatorio, accusa pesantemente le donne di Firenze, criticandole per loro condotta spudorata e libertina. Tuttavia non vanno tralasciati anche gli aspetti che fanno da cornice ad una determinata epoca storica: perché era così diffuso l’adulterio, praticato non solo da uomini ma anche dal gentil sesso? A quel tempo (ma non solo) molte donne erano mogli di mercanti e commercianti che trascorrevano molto del loro tempo all’estero o comunque lontano da casa. Persino le fanciulle venivano criticate per una libertà dei costumi che impediva ad alcune di loro di arrivare vergini al matrimonio. Varie interpretazioni sono poi seguite: c’è chi attribuiva addirittura l’inondazione dell’Arno del 1333 alla mancanza di pudore nei costumi del tempo e chi giustificava la pestilenza nella stessa maniera.

Non siamo ancora nel periodo d’oro della prostituzione di lusso, tant’è che essa, per quanto diffusa e praticata, veniva ancora duramente perseguitata e comportava pene molto dure, se scoperta. Alcune donne infatti venivano addirittura marchiate a fuoco o fustigate pubblicamente. Secondo la concezione dell’amore cortese tuttavia, la donna amata era una creatura angelicata e sublime, idealizzata e mai realmente conosciuta, superiore all’uomo e carica di tutte quelle caratteristiche che la allontanavano dal mondo terreno. Secondo Andrea Cappellano il vero amore era quello al di fuori del matrimonio che si contraeva infatti per interessi. Solo l’esperienza extraconiugale poteva rappresentare una  scelta libera e pertanto nobile; ecco dunque che l’amore ideale e mosso da grandi sentimenti  sfociava senza grosse difficoltà nella ricerca di relazioni parallele o nascoste.

Ma tornando a Francesca da Rimini, cosa ci è rimasto di lei, quali sono le valenze di cui si è caricata la sua figura nel tempo? Moltissimi studiosi hanno cercato di ricostruire e spiegarne la possibile personalità,  di criticare o giustificarne gli intenti. Nell’Ottocento si sono susseguite numerose opere incentrate sul tema: oltre ai moltissimi dipinti, ricordiamo infatti le due più famose rappresentazioni teatrali, una di Silvio Pellico ampiamente e positivamente acclamata, del 1815, e quella di Riccardo Zandonai, rappresentata per la prima volta esattamente un secolo fa al Teatro Regio di Torino.

 

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Francesco De Sanctis

 

Tornando invece alla critica, esistono differenti scuole di pensiero; il famoso critico ottocentesco Francesco De Sanctis, uno dei più famosi dell’età romantica, traccia un confine netto tra la donna reale Francesca e quell’ideale perfetto e ultraterreno che si configurava invece prima in Beatrice, ideale in realtà vuoto, fatto di nessuna sostanza,  irraggiungibile rappresentazione di un intero genere, non di una concreta persona. Francesca invece è <<donna e non altro che donna ed è una compiuta persona poetica; non è l’ideale di qualcos’altro, è l’ideale di se stessa. Quella donna che cerca in Paradiso, egli (Dante) l’ha trovata nell’Inferno. Francesca è l’umano e il terrestre, fragile, appassionato e colpevole>>. Una donna che si abbandona ad un amore nascosto, una forza che la conduce altrove, che pecca  trovando in questo sentimento la propria felicità e la propria morte. Tuttavia, secondo il critico, ciò che la riscatta dall’essere volgarmente “depravata dalla passione” è la sua capacità di mantenere inalterate doti quali la gentilezza, la purezza e la nobiltà d’animo. Francesca, dunque, è autentica, combattuta, fragile e nobile al tempo stesso, macchiata da una candida debolezza che è in realtà la sua forza e il suo riscatto.

Esistono anche posizioni ben più severe, come nel caso  del critico di formazione marxista Edoardo Sanguineti, il quale afferma che se Ulisse è la personificazione della frode, Francesca lo è della lussuria. Abbiamo a che fare con un donna che, nascostasi dietro alle nobili teorie dell’amore stilnovistico, si abbandona alle proprie passioni:  non siamo più di fronte alla Francesca – Giulietta innocente del suo tempo,  peccatrice ma senza vera colpa bensì  ad <<Una Madame Bovary del Duecento che sognando i baci di Lancillotto, fruisce in tragica riduzione di quelli del cognato>>. Possiamo dunque affermare che Francesca, nonostante le versioni contrastanti e i dettagli incerti ed ombrosi della sua vicenda, sia stata una fonte di ispirazione, in differenti forme di arte, anche per i secoli a venire, parte di una coppia capace ancora oggi di smuovere e far riflettere, divenuta un po’ il simbolo degli amori infelici ma al tempo stesso solidi e duraturi.

Le giornate dedicate a Paolo e Francesca testimoniamo, anche quest’anno,  la volontà di far rivivere quei temi che, nonostante i 700 anni trascorsi, sono vicinissimi ad ognuno di noi: amori che prendono il sopravvento senza chiedere il permesso, che se ne infischiano di ciò che dovrebbe dettare la morale, che sconvolgono l’abitudinario mondo della razionalità, che si tingono di nostalgia dopo una dolorosa fine (<<Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria>>).

 

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(Fonti:   La Divina Commedia, A. Marchi – Francesca da Rimini, F. De Sanctis – Il realismo di Dante, E. Sanguineti – Francesca da Rimini, N. Matteini – Francesca da Rimini, F. Santucci)

About Francesca Bianchetti

COLLABORATRICE | Classe 1990, studia Lingue e Letterature Straniere presso l’Università degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro” di Vercelli. Esperta di nulla, apprendista di molto: nel mezzo, osservatrice curiosa di tutto ciò che è umano.

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