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“Outcast”: quel maledetto demone

Pubblicato il Pubblicato in Musica e Arti Visive, Recenti, Settima Arte

Ha finalmente esordito anche in Italia Outcast, la serie tv tratta dal comic di Robert Kirkman e Paul Azaceta. Per descrivere le nostre impressioni sull’episodio pilota serve però una premessa.

In poco più di dieci anni Robert Kirkman è diventato una delle firme più riconoscibili del fumetto made in USA. Dal 2004 perlomeno, anno di uscita del primo albo di The Walking Dead, trasposto nell’omonima serie TV evento a partire dal 2010. Quello dell’autore del Kentucky è uno stile immediato, che parte da temi già abbondantemente approfonditi (basti pensare che l’avvento degli zombie nelle arti visive americane risale agli anni ’60 del secolo scorso) per farne qualcosa di più maturo sotto il profilo filosofico. Anche il suo fumetto di esordio, Lo Stupefacente Wolf-Man del 2007, non era altro che una rivisitazione moderna delle antiche icone del licantropo e dei supereroi Marvel.

Robert Kirkman è nato a Richmond nel 1978. Nel 2010 ha fondato la casa editrice Skybound.
Robert Kirkman è nato a Richmond nel 1978. Nel 2010 ha fondato la casa editrice Skybound

A voler parlare fuori dai denti, Kirkman non è altro che un nerd (ha chiamato il figlio Peter Parker… davvero) con un grandissimo talento. Questo rende le sue opere simili a riti orgiastici di citazioni, oltre che perfetti “b-movie su carta”. E’ quasi una gara all’esagerazione, all’eccesso della sequenza che fuoriesca dalla vignetta per colpire il lettore dritto sul naso. Ma non è tutto Jhonen Vasquez ciò che luccica (per fortuna): i personaggi di Kirkman sono scritti divinamente, figli delle paranoie quotidiane dell’uomo degli anni Dieci. In questo senso le tavole di The Walking Dead disegnate da Charlie Adlard possono, spesso e volentieri, concedersi lunghi momenti di riflessione impensabili in un fumetto pulp.

Detto questo, cos’è allora che non ha funzionato nella serie TV via cavo più vista (una media di 11 milioni di spettatori a puntata) degli ultimi anni? Paradossalmente, proprio la gestione in termini di sceneggiatura dei momenti di vuoto. Tralasciando la prima stagione, il folgorante inizio della terza e gli ultimi episodi della quinta, The Walking Dead ha sofferto infatti di una stagnazione contenutistica imbarazzante. Un motivo è da ricercare certamente nel continuo variare dello showrunner (Frank Darabont ha mollato dopo pochi episodi, gli è succeduto Glen Mazzara e dalla quarta stagione Scott Gimple), che ha causato a sua volta una certa indecisione sulla strada da intraprendere a livello di trama. Gli ascolti per il momento stanno dando ragione agli AMC Studios, e con la settima stagione alle porte la qualità complessiva sembra essere tornata su livelli accettabili. Tuttavia.

Sì, il “tuttavia” più mastodontico riguarda uno show da cui ci si poteva comunque attendere di più, viste le potenzialità e la fertilità del materiale di partenza. Inaccettabile, in particolare, è stata la conduzione in determinati snodi cruciali: ci riferiamo all’infelice cliffhanger dell’ultima puntata, ma anche agli otto (infiniti) episodi dedicati alla lunga strada verso Terminus (all’interno di una quarta stagione a dir poco insufficiente).

Patrick Fugit ha raggiunto il successo internazionale nel 2000, con la partecipazione in 'Quasi Famosi' di Cameron Crowe
Patrick Fugit ha raggiunto il successo internazionale nel 2000, con la partecipazione in “Quasi Famosi” di Cameron Crowe

Cosa potevamo attenderci allora da Outcast? Da quando i diritti dell’opera originale sono stati acquisiti da Cinemax (nel 2013) le anticipazioni si sono susseguite senza sosta. Dopo le presenze ai Comic-Con di San Diego, Londra e Napoli e al SXSW di Austin, lo scorso Marzo la serie è stata rinnovata per una seconda stagione. Una scelta coraggiosa (non priva di spavalderia) quella dei produttori, a quasi tre mesi dal debutto ufficiale sul piccolo schermo. Una scelta che soltanto adesso, o meglio fra qualche mese, potrà ricevere un giudizio completo.

L’episodio pilota ricalca fedelmente il primo albo della serie (con cui non a caso condivide anche il titolo – A Darkness Surrounds Him). L’inizio, come quello cartaceo, è veloce, corrosivo, inquietante. Ma è solo la prima impressione, derivante dalla volontà di mettere subito le cose in chiaro. <<E’ una storia di demoni e possessioni, amici!>>. La sensazione generale (addirittura preoccupante) è che lo scotto da pagare a L’Esorcista sia altissimo. C’è il giovane Joshua che si mangia le dita, fluttua come un astronauta, vomita robaccia e si comporta in maniera raccapricciante. C’è il reverendo Anderson che tenterà il più classico degli esorcismi. Ci sono presenze maligne che si celano (neanche troppo bene) dietro forme umane. Fortuna vuole che l’episodio funzioni ed emerga laddove si concentra sul suo protagonista: Kyle Barnes (un trasandato Patrick Fugit). E’ lui il “reietto” del titolo, l’ennesimo personaggio à la Kirkman: un uomo comune costretto ad affrontare situazioni disperate, in grado di spezzare l’animo di chiunque. E’ un doppio, speculare ed evoluto, del Rick Grimes di The Walking Dead: lo sceriffo continua a lottare per proteggere chi ama, il ragazzo di Rome (cittadina fittizia della Virginia, chiamata non a caso come la capitale dello Stato pontificio) ha ceduto definitivamente la propria vita alla disillusione. Sia qua che là ci troviamo davanti ad un dramma urbano, più che a una storia d’orrore. <<C’è una casa come questa in ogni città… in ogni paese di questo mondo!>> sentenzia il reverendo.

Outcast JoshuaBelli e intelligenti i flashback, con un uso accurato del bianco e nero che spicca sul grigio dominante (d’altra parte i colori cupi invadono anche le tavole di Paul Azaceta). Convincente anche la colonna sonora di Atticus Ross – probabilmente la migliore scelta possibile – che sonnecchia sorniona per gran parte della puntata per poi esplodere durante la climax dell’ultimo quarto d’ora. Dispiace dire che proprio la sequenza dell’esorcismo non sia il massimo, in termini di risultato. Troppo patinata, troppo falsa e traballante dal punto di vista della regia, per mettere seriamente i brividi: è un difetto macroscopico. 

Lo stesso Kirkman ha dichiarato che gli omaggi ai classici del genere erano “imprescindibili”, e che lo show riuscirà a camminare ben presto sulle proprie gambe. La nostra speranza è che abbia ragione, e che soprattutto Outcast non si incagli nella pigrizia creativa che infetta molti prodotti televisivi odierni. E’ necessaria una piccola dose di pazienza: chi conosce gli albi a fumetti (pubblicati in Italia da SaldaPress) sa che Outcast comincia ad ingranare solo a partire dal terzo numero, dopo un incipit interlocutorio.

Dopo, ci sarà davvero materiale per spaventarsi.

 

 

 


 

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About Mattia Carapelli

REDATTORE | Classe 1991, toscano. Si è laureato in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Siena. Lettore onnivoro e cinefilo convinto, nel 2014 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Ironica", con la casa editrice Montedit.

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