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Os Jogos Olímpicos de esperança

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Rio de Janeiro 2016: la guerra è in pausa

Da quando il Brasile presentò la propria candidatura rispettivamente per la Coppa del Mondo 2014 e i Giochi Olimpici 2016, il clima di tensioni ed i problemi che affliggevano quel Paese sono più che raddoppiati. Un sistema sanitario sempre più inefficiente, quello scolastico quasi fatiscente, abusi da parte della polizia tristemente documentati da rapporti ufficiali di Amnesty International, crisi umanitarie ed ambientali, corruzione ai più alti livelli delle istituzioni. Il Brasile chiedeva rispetto, i brasiliani lottavano per la dignità mentre il campo olimpico diventava sempre più realtà.

Ma c’è anche un altro lato della medaglia, quello che fa dimenticare i problemi, quello che riporta alla bellezza dello sport, alla genuinità di chi sul campo lotta per il podio e fuori sorride o piange, accanto allo sfidante.

 

 

Così il 5 Agosto 2016, con la Cerimonia di Apertura, si è dato il via ai Giochi della XXXI Olimpiade nella patria del Carnevale, del calore, della gioia di vivere. Nonostante i tagli notevoli al budget, le criticità emerse e non nascoste, nonostante gli scontri fuori dallo stadio, le proteste, il clima pesante dettato non solo da una costante minaccia terroristica, il Brasile ci ha regalato un inizio degno della sua storia. Colori e calore, musica, valorizzazione delle eccellenze hanno inaugurato questi Giochi facendoci dimenticare – anche se solo per qualche ora – tutto il male del mondo.

Non sono mancati moniti alla comunità mondiale: nella patria della Foresta Amazzonica (il più grande polmone verde del pianeta), l’ambiente è stato il tema centrale. Dal riscaldamento globale riprodotto con fuochi e musiche (e forse anche con un implicito salto alla Conferenza ONU del 1992) alla mobilità sostenibile delle biciclette che hanno introdotto ogni Nazione durante la parata, dai cinque cerchi olimpici fatti di piante alla speranza dei semi piantati dagli olimpionici come simbolo di una nuova foresta: quella dello sport, della fratellanza, dell’assenza di barriere.

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Le biciclette che hanno introdotto ogni Nazione durante l’Opening Ceremony di Rio 2016, a simboleggiare la “mobilità sostenibile”

Respirando positività e speranza, la novità più importante è data dalla presenza di una squadra insolita che non ha nazionalità, che non ha confini politici o geografici, che va oltre il filo spinato ed i muri che abbiamo costruito negli anni, che vince sull’indifferenza, che – come dicono in tutti i servizi TV – ha già vinto la gara più importante: quella della vita.

Il Team Rifugiati è una Stato fortemente voluto dal Comitato Olimpico Internazionale, con un segno di speranza accompagnato da un forte messaggio di coraggio. Dieci atleti, uomini e donne che – dopo guerre, massacri, persecuzioni, miseria e discriminazioni – arrivano al Maracanà col sorriso di chi già ce l’ha fatta. Sfilano in mezzo alle Nazioni da cui provengono, quelle martoriate, quelle distrutte ma ancora in piedi, coi colori di chi vuole dimenticare anche se solo per due settimane.

 

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Conosciamoli meglio:

Rami Anis – venticinque anni, siriano di Aleppo. Quando nel 2011 la guerra si fa sempre più pressante e pericolosa, emigra verso Istanbul con il fratello. Lì si allena come nuotatore, in segno di riscatto. Su un gommone verso la Grecia, approda in Belgio dove fa parte del Royal Ghent Swimming Club.

Anjelina Nadai Lohalith – Nata nel 1994/1995 (?), dal Sudan del Sud fugge all’età di soli sei anni a causa della guerra civile che spezza in due il suo Paese. Trova rifugio presso uno dei più grandi campi profughi del mondo, Kakuma in Kenya, dove inizia a correre, lasciandosi dietro un passato di paure per trovare davanti a sé un futuro di gloria e riconoscenze. Concorre nei 1500m con un solo fisso obiettivo: la vittoria, per aiutare i suoi genitori.

James Chiengjiek – Classe 1987/1988 (?), come Anjelina ed altri compagni di squadra, dal Sudan del Sud verso il Kenya, evitando così un futuro certo da soldato bambino. Dopo l’uccisione del padre, correre diventa motivo di speranza, anche se senza scarpe, in salita, senza mai fermarsi. Concorre nei 400m dell’atletica leggera.

Popole Misenga – ventiquattro anni, congolese, Popole Misenga gareggia alle Olimpiadi di Rio come judoka. Perde sua mamma all’età di sei anni, durante la seconda guerra civile della Repubblica Democratica del Congo. In fuga, vagando solo e piccolo senza meta, si trasferisce da grande in Brasile dove – da parte degli stessi allenatori – continua a subire soprusi ed angherie. Adesso felicemente sposato e padre di una bambina, allena una squadra di judo in Brasile, ormai sua patria d’adozione.

Yusra Mardini La più piccola della squadra, Yusra ha soli diciotto anni, una storia complessa alle spalle e tanta voglia di vincere, non solo di partecipare. Originaria di Damasco, approda a Berlino che ora considera casa sua, dove inizia una promettente carriera da nuotatrice. Vittima, fra gli altri, di una delle guerre più cruente in atto, attraversa Libano e Turchia prima di approdare in Grecia. Protagonista di una storia tristemente nota, nel viaggio verso la Grecia, il barcone sovraccarico che avrebbe dovuto portarla verso la pace si blocca fra le acque devastanti dell’Egeo; Yusra non si perde d’animo e con la sorella e pochi altri, scende dal gommone e lo trascina a nuoto fino alla costa di Lesbo mettendo in salvo diciotto vite. Concorre a Rio in due discipline: 100m stile libero e 100m farfalla.

Paulo Lokoro  venticinque anni, del Sudan del Sud, anche Paulo come i suoi connazionali fa dell’atletica leggera un percorso che lo conduce verso la salvezza. Fuggito da casa sua nel 2006 durante la guerra civile, vive in Kenya e gareggia alle Olimpiadi nei 1500m.

Rose Lokonyen  Anch’ella sudsudanese, Rose ha ventiquattro anni, portabandiera del Refugees Team e corridore nei 1500m, si allena in Kenya con la recordista mondiale Tegla Loroupe.

Yeich Pur Biel – Sudsudanese, si rifugia in Kenya dove inizia a praticare football e ad impegnarsi attivamente nel campo profughi che lo ospita. A Rio per gareggiare negli 800m, si dice preoccupato per la mancanza di fondi, strutture e mezzi di sostentamento per i campi che ospitano i profughi di guerra in giro per il mondo.

Yolande Mabika  Congolese, ventinove anni, Yolande fugge dalla propria patria quando sul Congo si abbatte il demone della seconda guerra civile. Separata dai genitori, in orfanotrofio è il judo a consolarla ed a renderla combattiva e determinata. Compagna di disavventure e di coraggio di Popole Misenga, anche Yolande ottiene lo status di rifugiata nell’Ottobre 2014. Reduce dai lavori più duri e pesanti, passando dal dormire per strada all’allenarsi in una palestra di judo in Brasile, Yolande ha tutte le carte in regola per farci sognare e per fare in modo che – almeno lo sport – le dia tutto quel di cui guerra e prevaricazioni l’hanno privata.

Yonas Kinde Trentasei anni, etiope ma lussemburghese di adozione, Yonas vanta una lunga gloriosa carriera nell’atletica leggera. Sotto la protezione politica del Lussemburgo, si guadagna da vivere come tassista e fa della maratona il suo svago, la sua passione, la sua motivazione. Celebre il record di 2 ore e 17 minuti alla Maratona di Francoforte, è il più anziano nel team olimpico di cui fa parte.

 

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UNHCR Italia – Agenzia ONU per i Rifugiati (https://www.facebook.com/UNHCRItalia/?fref=nf)

Ogni storia, ogni volto, ogni conquista, ogni medaglia meritata o per poco sfiorata e poi persa rappresentano per ognuno di loro una nuova sfida, fatta questa volta di passione, di speranza, di vita. Lo sport significa gioia, unione, condivisione. È come se, per queste due settimane, lo sport mettesse in pausa la guerra, che continua, che non si ferma, che devasta e distrugge ma che non riuscirà a vincere sulla forza di volontà di chi la guerra l’ha vissuta ed ora la racconta correndo, nuotando, combattendo.

Che questi dieci giovani, dal vissuto complesso, possano insegnare a ciascuno di noi a meritare la medaglia più importante: il rispetto reciproco. Perché non esistono barriere, religioni, sesso, etnie che possano fermare la lunga faticosa corsa della pace, in un periodo in cui “pace” suona più che mai come un’utopia, ma in cui speranza diventa sempre più quel di cui il mondo intero ha bisogno.

E che il mondo possa ricordare le loro storie, e quelle di milioni di persone come loro, non solo in occasione di questi XXXI Giochi Olimpici, ma sempre.

 

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Federico Dessì – FE Concept ©

 


 

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About Barbara L. L. Maimone

COLLABORATRICE | Classe 1990, siciliana. È laureata in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Catania, con una tesi dal titolo: "Diritto e ambiente. Un'influenza reciproca?". Trasferitasi a Londra, è testarda, chiacchierona e amante dei carboidrati. Co-gestisce un blog contro gli stereotipi di genere. I diritti umani, le tematiche ambientali e la geopolitica sono fra i suoi maggiori interessi. Da cittadina del mondo, porta un po' d'Italia ovunque vada.

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