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Oltre i limiti del gioco: “gambling disorder”

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54FC9911-89E4-4602-B21BD557A0DB6B3AIl gioco d’azzardo (o gambling) è un’attività molto diffusa in ogni parte del mondo sin dai tempi antichi. Se ne ritrovano tracce in Cina, Giappone e India molto prima della nascita di Cristo; mentre nell’Antica Roma comunissime erano le scommesse sui giochi gladiatori, sulle bighe, oltreché sul gioco dei dadi. Il fenomeno ebbe poi ulteriore diffusione nel ‘500 quando alcuni governanti europei, intuendone le potenzialità finanziarie, crearono le prime lotterie nazionali. Tuttavia, nel 1980, l’American Psychiatric Association inserisce ufficialmente il gambling disorder, il gioco d’azzardo patologico, nell’elenco delle malattie psichiatriche.

Ma, ovviamente, il gioco d’azzardo non evolve sempre in malattia psichiatrica, anzi: lo fa soltanto in una minoranza di casi. Secondo un recente studio del CNR di Pisa, solo il 5% dei giocatori d’azzardo svilupperebbe problemi legati al gioco, e solo l’1% problemi molto gravi. Se consideriamo però quanto il gioco d’azzardo sia diffuso, socialmente accettato e pubblicizzato alle nostre latitudini, ci rendiamo conto di quanto importanti siano, in valori assoluti, i numeri di cui parliamo.

Ma quand’è che un’attività ludica e innocua diventa una patologia psichiatrica potenzialmente devastante? E’ difficile dirlo con precisione. Fattori ambientali, psicologici e neurobiologici sicuramente concorrono. Inoltre, i gradi con cui gli individui giocano o scommettono costituiscono un continuum composto da vari livelli con contorni sfumati e, all’interno di questo continuum, ad ogni livello è possibile trovare problemi associati.

Secondo le più recenti classificazioni dell’American Psychiatric Association, contenute nella quinta edizione del DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), il disturbo del gioco d’azzardo patologico si può correttamente diagnosticare qualora siano presenti, per almeno 12 mesi, quattro o più dei seguenti sintomi: bisogno di scommettere una quantità crescente di denaro; irritabilità al tentativo di ridurre o interrompere il gioco d’azzardo; ripetuti tentativi infruttuosi di interrompere il gioco; frequente assorbimento dal gioco d’azzardo; ricorso al gioco come sollievo dalle difficoltà; uso della menzogna per nascondere l’entità del coinvolgimento con il gioco; messa a repentaglio di posizioni o prospettive lavorative a causa del gioco; ricerca dell’aiuto di altre persone per reperire il denaro necessario a risolvere situazioni finanziarie drammatiche.

Il gioco d’azzardo patologico sarebbe, dunque, riconducibile a un alterato controllo dell’impulsività, con una risposta rapida agli stimoli nonostante le negative conseguenze. Ma assumerebbe anche i tratti di un disturbo ossessivo-compulsivo. Sarebbe infatti la frequente e involontaria comparsa dell’idea del gioco tra i pensieri correnti (e quindi il pensiero ossessivo del gioco) a spingere a giocare d’azzardo in maniera compulsiva, ovvero ripetitiva e incoercibile. Ma per chi considera il gioco d’azzardo come un luogo di tranquillo stordimento, dove trovare temporaneo sollievo al proprio disagio, c’è un legame importante con i disturbi dell’umoredepressione o disturbo bipolare. Le difficoltà che si trovano nello smettere di giocare, infine, nonostante le innumerevoli conseguenze negative che il suo perseverare comporta, rende somigliante il gioco d’azzardo patologico alla tossico-dipendenza. Ed è effettivamente in questa direzione che le più recenti classificazioni nosografiche sono orientate: il gambling disorder è, infatti, oggi considerato una dipendenza senza sostanza.

gambling-addictionMa a prescindere dalle classificazioni formali, è accertato che il gioco d’azzardo patologico, assumendo tratti all’occorrenza impulsivi, compulsivi, depressivi o di dipendenza, attivi a livello cerebrale dei circuiti che rendono molto difficile una sua risoluzione rapida senza opportuna terapia. Nel momento in cui si prova una sensazione di piacere o di sollievo nel giocare d’azzardo o nello scommettere, e si avverte invece una sensazione di vivo malessere o disagio quando non lo si fa, si rischia un progressivo deterioramento delle condizioni finanziarie e dei rapporti sociali, familiari, lavorativi. Infine il fenomeno, da ego-sintonico e dunque ben tollerato a livello personale, diventerà persino ego-distonico, procurando costantemente profondo disagio, con anche eventuali ideazioni suicidarie. Durante l’evoluzione del disturbo, sarà naturale mettere in gioco somme di denaro via via crescenti: sia perché si instaura una vera e propria tolleranza, per cui scommettere sempre la stessa cifra non donerà più la stessa sensazione di piacere e di sollievo; sia per il cosiddetto fenomeno dell’inseguimento della perdita, per cui lo scommettitore o il giocatore d’azzardo cercherà di rifarsi delle perdite subite scommettendo somme più alte.

Ma, ovviamente, lo scommettitore non rientrerà mai dalle sue perdite economiche, ed entrerà in un vortice da cui sarà sempre più difficile uscire. Nelle fasi più gravi perderà totalmente il controllo continuando a giocare pur sapendo di perdere, ed aggravando sempre di più la propria situazione finanziaria che, presto o tardi, diverrà insostenibile. E di solito è proprio in questa fase, avanzata, che chi è affetto dal disturbo del gioco d’azzardo patologico prende coscienza piena della drammatica situazione in cui si trova e accetta l’idea, spesso costretto dai familiari, di rivolgersi a personale medico specializzato per essere curato.

Le opzioni terapeutiche, in effetti, non mancano. Contestualizzando ciascun caso, sarà possibile utilizzare svariate classi di farmaci, di ormai comprovata efficacia, con associata psicoterapia cognitivo-comportamentale singola, familiare o di gruppo. Il coinvolgimento della famiglia, in particolare, si dimostra spesso molto utile nel favorire una costante aderenza al trattamento e nel prevenire comportamenti a rischio.

In ogni caso, considerandone le potenziali conseguenze personali e sociali, è comunque auspicabile individuare il gambling disorder in una fase precoce, per prevenire che queste evoluzioni gravi si verifichino. E una corretta educazione sanitaria, per tale scopo, sarebbe già un importante passo. 

 

 

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About Fabrizio Giovanni Vaccaro

COLLABORATORE | Classe 1991, è nato e cresciuto ad Augusta (SR). Diplomatosi al Liceo Classico "Megara" della sua città nel 2010, ha scelto poi di emigrare a Roma, dove studia Medicina e Chirurgia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore. Nutre essenzialmente tre passioni: l'attualità, la politica, l'Islam ed il Medio Oriente.

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