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Nuova Zelanda: breve storia di un nuovo amore

Pubblicato il Pubblicato in Costume e Società, Little Italy, Recenti
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Mappa fisica della Nuova Zelanda

La decisione di spostarmi ancora un pochino più in giù e di andare a visitare un posto completamente nuovo, anche se solo per una manciata di giorni, l’ho presa in maniera totalmente naturale e senza pensarci troppo. Ancora una volta, il motivo è stato semplicemente perché non ho trovato una risposta valida e completa alla domanda: «Perché no?».

Quindi sono andata in a Queenstown, Isola del Sud, Nuova Zelanda. Il territorio è buona parte montuoso e collinare, la parti veramente pianeggianti sono poco estese e circoscritte; il tutto crea una naturale perfetta ambientazione per storie, leggende, avventure e quindi non c’è assolutamente da stupirsi se il regista Peter Jackson, neozelandese di nascita, non abbia avuto dubbi su quale potesse essere la miglior location per la sua trilogia de Il Signore degli Anelli.

A Nord-Ovest dell’Australia, ad oltre sedicimila chilometri dall’Italia e con una differenza di orario di dodici ore, Aotearoa (nome māori della Nuova Zelanda) si presenta incontaminata e totalmente vera, non artefatta dalla mano dell’uomo e nemmeno diversificata dalla sua origine. La natura è stata – e continua ad essere – rispettata e tenuta sempre in considerazione quando ci sono da fare costruzioni o modifiche urbanistiche e territoriali.

Le prime tracce di insediamento risalgono a sette secoli fa, quando i polinesiani si spostarono in queste terre e con il tempo diedero inizio alla formazione vera e propria del popolo māori. Nel 1642 – centocinquant’anni dopo la scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo – Abel Tasman, navigatore, esploratore, cartografo olandese fu il primo europeo a raggiungere e visitare l’arcipelago. La spedizione costò molto sangue e buona parte dei membri dell’equipaggio fu uccisa dalle popolazioni indigene, ma tutto ciò fu tenuto all’oscuro per evitare possibili tentativi di insediamento da parte della Compagnia britannica delle Indie orientali, storica rivale commerciale olandese.

Soltanto con l’inglese James Cook, nel 1769, il Vecchio Continente ritornò in queste terre e per la prima volta fu realizzata una mappatura delle coste così lontane da tutto il resto del mondo allora conosciuto, permettendo così l’inizio delle spedizioni commerciali ed esplorative, le quali hanno rappresentato i principali motivi di interesse da parte degli americani ed europei nei confronti di queste terre. Quest’ultimi, in particolare, erano soliti fare scambi con i nativi dando cibo a loro completamente nuovo e sconosciuto, armi e utensili in metallo, in cambio di acqua fresca e cibo locale. La patata e il moschetto ebbero un impatto determinante nella società māori, dal punto di vista alimentare e, soprattutto, sociale. Il moschetto, infatti, fu la causa della modifica dei rapporti di forza tra le varie tribù – dette Hapù – tanto da scatenare le celebri Guerre del moschetto, avvenute tra il 1807 ed il 1845.

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Una rappresentazione delle “Guerre del moschetto”

La scoperta della patata, invece, ha mutato le dinamiche di combattimento e di strategia bellica. Grazie alle sue proprietà energetiche e nutritive, alla sua facile modalità di conservazione e alla possibilità di essere consumata immediatamente, si poterono pianificare spostamenti più lunghi e faticosi per raggiungere i territori avversari in meno tempo e, quindi, sorprendere le tribù nemiche più interne e meno a contatto con gli esploratori, prive delle nuove armi e conoscenze.

Deciso a rivendicare il proprio diritto su quelle terre e preoccupato dall’interesse alquanto evidente da parte dei francesi, il Governo britannico decise di inviare William Hobson, con la finalità di stabilire in maniera definitiva la propria sovranità e di stipulare un patto con i nativi. Fu così che il 6 Febbraio del 1840 venne firmato il Trattato di Waitangi, alla presenza dello stesso Hobson (rappresentante della corona inglese) e da quaranta capi delle tribù māori dell’Isola del Nord. La versione ufficiale, scritta in inglese, fu tradotta nella lingua māori dal missionario Henry Williams e determinò la cessione spontanea da parte dei capi māori di tutti i diritti che loro avevano sull’Isola del Nord. In questo modo, il 21 Maggio dello stesso anno, l’intera Nuova Zelanda fu dichiarata possedimento inglese: l’Isola del Sud lo era diventata in quanto scoperta da Cook, quella del Nord grazie al trattato. Il 4 Novembre successivo, Hobson la dichiarò colonia indipendente del Nuovo Galles del Sud e, quindi, fu decretata ufficialmente la nascita di una nuova Nazione, anche se già esistente da tempo.

Nel 1854 vi fu l’insediamento del primo parlamento neozelandese: ciò rappresenta, di fatto, il primo vero passo verso l’autonomia nazionale. Nel 1893 la Nuova Zelanda superò di gran lunga il resto del mondo per quanto riguarda la parità tra i sessi in ambito politico, diventando il primo Paese in assoluto a riconoscere il diritto di voto alle donne e sempre in quel periodo si ebbero diverse nazionalizzazioni nonché l’istituzione della pensione di vecchiaia. Tutto ciò trasformò una piccola e giovane Nazione, apparentemente inesperta, in una tra le più avanzate ed evolute del tempo sotto il piano legislativo.

Il 26 Settembre 1907 ottenne lo status di Dominion, che ne stabiliva la semi-autonomia e la portava ad ottenere successivamente l’indipendenza in qualità di Stato appartenente al Commonwealth. Di queste terre ti rimangono impressi i colori vivi e ricchi di sfumature dei boschi e delle montagne, la purezza cristallina delle sue acque, il senso di libertà che pervade la gente del luogo, dovuto anche al contatto costante e devoto con la natura.

Forse è vero che la distanza geografica li porta ad essere un pochino troppo distanti da tutto ciò che sta succedendo e quindi la realtà mondiale e la situazione politico-economica in cui si sta vivendo appaiono talvolta come qualcosa di confuso, sfuocato e surreale. O probabilmente, forse, il loro modo di vivere in perfetto equilibrio con gli altri e l’ambiente che li circonda fa sì che tutto il resto risulti come una grossa e stupida competizione messa in atto dall’egoismo e dall’egocentrismo umano.

«La Haka è una composizione suonata con molti strumenti. Mani, piedi, gambe, corpo, voce, lingua, occhi… tutti giocano la loro parte nel portare insieme a compimento la sfida, il benvenuto, l’esultanza, o il disprezzo contenuti nelle parole. È disciplinata, eppure emozionale. Più di ogni altro aspetto della cultura Māori, questa complessa danza è l’espressione della passione, del vigore e dell’identità della razza. È, al suo meglio, un messaggio dell’anima espresso attraverso le parole e gli atteggiamenti».

(Alun ArmstrongMāori games)

Mi sono innamorata perdutamente di questa parte di mondo così distante ed orgogliosa delle proprie origini, tanto da iniziare timidamente a pensare ad un futuro trasferimento per intraprendere nuove avventure e vivere in una realtà che, per quanto possa essere idilliaca, rappresenta la concreta idea di come dovrebbero essere le cose.

Inoltre, la sua forma a stivale mi ricorda così tanto l’Italia da riuscire a farmi sentire come a casa. Anche da così lontano.

 

 


 

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About Francesca Bux

CORRISPONDENTE | Classe 1984, veneta ma con sangue pugliese, buddista. Esteta da sempre, amante dell'arte in ogni sua forma, della danza orientale e dell'Antica Roma. Appassionata di architettura, scultura, fotografia, fisica e motoristica. Malinconicamente nostalgica, nutre una forte passione per il teatro, il buon vino, gli scritti di Italo Calvino ed Oscar Wilde. Dichiaratamente nerd, è una mangiatrice esperta di biscotti. Attualmente vive in Australia, in attesa di decidere altre destinazioni.

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