Police secure the Champs Elysees Avenue after one policeman was killed and another wounded in a shooting incident in Paris, France, April 20, 2017. REUTERS/Christian Hartmann

Notte insonne sugli Champs-Élysées

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Il mio orologio segna le 00:40, eppure non riesco a dormire.

"Avenue des Champs Elysees", letteralmente Viale dei Campi Elisi, è un largo viale conosciuto in tutto il mondo come la più splendida strada di Parigi.
“Avenue des Champs-Élysées”, letteralmente “Viale dei Campi Elisi”, è un largo viale conosciuto in tutto il mondo come la più splendida strada di Parigi

Ho spento la televisione per esasperazione più che per il reale bisogno d’assopirmi, e allo spegnersi dell’apparecchio il fluire dei miei pensieri mi ha ricordato che il cervello non funziona come un televisore. Che certe immagini le assorbi e dalla coscienza non le scrosti più, neanche a forza. Solo quattro ore fa, infatti, dei colpi di arma da fuoco irrompevano prepotentemente nell’eufonico brusio di un normale Giovedì sera sugli Champs-Élysées, e l’immagine delle sirene blu lampeggianti sotto l’Arc de Triomphe giuntami tramite lo schermo vitreo della TV non mi dà pace, mi percuote il cervello a ritmo insostenibile.

È un agglomerarsi di voci confuse che ripetono più o meno le stesse cose, le parole chiave da utilizzare come hashtag cerebrali in circostante come queste: attentato, feriti, terrorismo, polizia, evacuazione. E per ogni giornalista inquadrato durante il mio disperato tentativo d’assorbire informazioni dal teleschermo sono immagini e voci che mi frullano in testa: arrivano puntuali come un orologio e non mi lasciano più tregua. Ma c’è una cosa che più di tutte pulsa interiormente alla stregua di una ferita, uno di quegli squarci profondi che possibilmente nel momento in cui te li procuri non senti nulla. Successivamente, magari, accade che vedi i riscontri della ferita manifestarsi attraverso sfumature scarlatte e allora capisci che lo squarcio c’è eccome, perché il non sentire non equivale al non essere. Solamente perché qualcosa non si sente non significa che non ci sia ed io lo sento lo squarcio, lo sento il terrore riposare beffardo e fermentare sornione al di sotto del mantello delle poche certezze che ci rimangono.

È una lacerazione che da ben diciassette mesi costringe Parigi in uno stato d’allerta, che ha posto un Paese in ginocchio rivelandone però la disumana forza con la quale prosegue una lotta, una risalita controcorrente contro la fiumana del terrore. Cerco di rasserenarmi tentando ingenuamente di auto-convincermi che ogni epoca ha il suo male. Ed una parte di me, chissà quale poi, forse quella più triste, amareggiata ed arrabbiata mi risponde che se ogni epoca ha il suo male allora quello della nostra fa più male di tutti. Fa più male di tutti perché al contrario di molti altri non si diffonde, condensa e poi sparisce, come un banale morbo sopprimibile tramite farmaci, con l’ausilio del tempo o di un’operazione chirurgica. No. Qui si tratta di un male che si radica nelle viscere della nostra contemporaneità e ne estirpa la speranza con la stessa crudezza con cui Crono si sazia delle carni dei suoi figli.

Siamo entrati in un circolo vizioso della paura che ha completamente sradicato ogni certezza, e dispersi nelle traversie di una quotidianità che non manca di offrirci immagini dure e violente a piè sospinto, ci domandiamo quando verrà il momento di ammainare le vele per navigare verso acque più amene. Il panorama mondiale, oramai ribollire continuo di tensioni e lotte che tirano le fila di un equilibrio già di per sé precario, così come l’armonia del nostro esistere, sembrano essere cadute preda dello sconforto più totale, uno sconforto che si riversa nel nostro modo di parlare, viaggiare, vivere perfino.

 

 

Ed eccolo fluire, poi, quel sentimento che trae le radici dalla nostra animalità più profonda: quel dispiacerci dinnanzi alla notizia dell’ennesimo attentato e al contempo quell’innegabile sensazione di pseudo-sollievo nel constatare che anche per questa volta non è toccato a noi, nel comprendere che avremmo potuto esserci noi dietro al mirino, ma che neanche oggi è stato così.

E allora tanto vale dire un Padre Nostro e «arrivederci alla prossima strage» (cit. Roberto Saviano), no? E sarebbe di per sé bastevole per il rassegnato di turno, se solo io non fossi tutt’altro che restia a rassegnarmi e se solo non fosse una stanchezza latente a costringermi a parlare, ad interrogarmi, preda di una frustrazione che scaturisce da una rabbia quasi folle; e sì, io me lo domando se in fondo sia realmente possibile vivere così: sbarrare i Paesi o le città su un planisfero immaginario come si farebbe davanti ad un album di figurine, «questo ce l’ho, questo mi manca». E ho Parigi, ho Stoccolma, ho Monaco o Berlino e molto, troppo altro; ho la Siria, ho quel Medio Oriente in generale spesso dimenticato, un teatro degli orrori con le poltrone degli spettatori vuote, velluto squarciato dalla furia dinamitarda dell’ennesima esplosione, l’ennesimo colpo di mortaio il cui eco risuonerà nel buio di un’indifferenza disarmante.

Mi domando se sia possibile vivere con la paura d’ascoltare un notiziario, percepire i propri occhi quasi rifiutarsi d’assistere allo scempio di turno, d’apprendere che l’ennesimo TIR ha ingaggiato la sua gara clandestina contro la morte a suon d’accelerate, facendo strike tra la folla come una palla da bowlingMi domando perché questi uomini figli di uomini debbano versare il sangue dei loro simili per riscoprirsi riscattati. Mi domando perché anche prendere la metro sembra essere diventata una lotta, una lotta contro la paura, e mi domando perché sia così difficile ricordare come si viveva prima, quando stare in aeroporto non era un’agonia, ma un piacere, un momento in cui erano solo le emozioni per l’imminente partenza a pervadere gli animi dei viaggiatori.

Alexander Van der Bellen (Vienna, 18 gennaio 1944) è un economista e politico austriaco, esponente dei Verdi e attuale Presidente della Repubblica Austriaca.
Alexander Van der Bellen (1944) è un economista e politico austriaco. Dal 26 Gennaio 2017 è Presidente della Repubblica Austriaca

E poi non so che succede. Penso alle forze di polizia dispiegate per le strade di Parigi, al loro impegno, alla loro determinazione. Penso alla caparbietà con cui vengono portate avanti le indagini, penso ad una Londra che elegge un Sindaco musulmano, penso all’Austria di Alexander Van der Bellen e penso che forse si può essere vittime del terrore senza lasciare che questo vinca del tutto. Perché se è impossibile astenersi dal provare paura e se è inevitabile per ciascuno di noi tenersi dentro un po’ di timore, è di un timore condiviso che si tratta, un timore che avvicina, e nella paura, nella solidarietà che scaturisce in circostanze come queste, la speranza viene a bussare alla nostra porta sotto le mentite spoglie di un’unione che si palesa come imprescindibile.

Come soldati in trincea la precarietà della nostra condizione ci unisce e l’inquietudine fa inevitabilmente da collante. Come tutti gli strumenti che si rispettino, però, questa forza coesiva presenta un deficit e mi dispiace constatare che questo sfiori di neanche un decimo lo spessore della fossa biologica cerebrale che troneggia nella scatola cranica degli sciacalli di turno che non perdono mai l’occasione di strumentalizzare eventi come questi per fini politici. Ai suddetti elementi – perché se proprio pretendete il termine umani sappiate che nel vostro caso lo userei solamente se preceduto da scarti – dico che onestamente non so se sentirmi più in imbarazzo per vostra mancanza di tatto o per quella di acume, ma non disperate: nel dubbio ho deciso di schifarvi per entrambe.

È comunque con la certezza che domani sugli Champs-Élysées sorgerà una nuova alba che mi addormento. Perché per quanto buoniste e moraliste potranno risultare queste parole, è un fattore innegabile. Che se è in un palcoscenico degli orrori che i rivendicatori di queste stragi vogliono trasformare il mondo che ci ha partoriti e cresciuti, noi non ne saremo gli attori. Saremo le voci fuori dal coro, che gridano No.

Non per mero spirito d’opposizione, ma perché è così che si resiste. Alla paura, sì, anche e soprattutto a quella. È probabilmente questo, al momento, il genere di resistenza che conta di più.

 

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About Sara Campisi

REDATTRICE | Siracusana, innamorata della sua terra, classe 1996. Frequenta la triennale di Filosofia presso l'Università degli Studi di Bologna. Visionaria, irrimediabilmente e perennemente distratta, lettrice camaleontica con uno spiccato interesse per la fisica. Ama i viaggi, la musica classica ed il mare.

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