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Non è (più) un mondo per omofobi

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Maurizio Sarri (59), allenatore dell Napoli SSC e Roberto Mancini (51) allenatore dell' FC Internazionale, immortalati nel pieno del diverbio che ha scatenato tante polemiche negli ultimi giorni
Maurizio Sarri (59) – allenatore della SSC Napoli – e Roberto Mancini (51) – allenatore della FC Internazionale Milano – immortalati nel pieno del diverbio che ha scatenato tante polemiche negli ultimi giorni

Era un vaso di Pandora che doveva essere scoperchiato. Da anni il nostro sport fingeva di dormire sulla questione dell’omosessualità o, più nello specifico, sul tema dell’omofobia. Anzi, diciamoci la verità, il problema forse non risiede nella paura di fare coming out nello sport moderno, né nell’omofobia diffusa negli spogliatoi, tra interpreti e addetti ai lavori. Il problema risiede nell’humus che permette il germogliare situazioni di questo tipo: la netta convinzione che sport e cultura siano due mondi divisi. L’elemento che fa sorridere amaramente del polverone alzatosi in seguito agli insulti omofobi di Maurizio Sarri a Roberto Mancini è la spaccatura tra i tifosi. E’ davvero così necessario cristallizzarsi su posizioni come <<Nel calcio c’è una regola non scritta per cui ciò che succede in campo non deve trapelare… in fondo Sarri non è nemmeno omofobo, è un insulto come un altro>> o <<Sarri ha sbagliato, l’omofobia non è una cosa tollerabile>>? E’ovvio che Sarri abbia sbagliato tanto quanto è evidente che le intenzioni che muovevano le labbra del tecnico napoletano non erano di matrice omofoba, perché Mancini non è omosessuale ma soprattutto perché “frocio” viene ormai concepito dalla società come un insulto senza altre connotazioni, come uno “stupido” qualsiasi. E’ nell’ingenuità, nell’omertà e nella mancanza di cultura dell’italiano medio che risiede forse il male più grande che si trascina in ogni ambito a partire da quello sportivo.

Ciò che probabilmente indigna maggiormente non è tanto l’insulto omofobo in quanto nuda parola carica di odio, ma l’equazione per cui i gusti sessuali di un individuo sono meritevoli di insulto tanto quanto una deficienza mentale. E’ questo che l’affermazione <<l’omosessualità non è una malattia>> vuole trasmettere. Lo sport spesso si presenta come specchio della società, e in questo caso l’immagine che il vetro ci restituisce è il clima da caserma per cui ogni affronto viene ingoiato e tacitato, perché così va in ogni ambito. E che dire del tifo? Il tifoso pretende che il proprio beniamino scenda in campo – in qualsiasi sport – mettendo sul terreno il proprio lato animalesco, come se si potesse premere un interruttore e cancellare il vissuto della persona che per un certo numero di minuti a settimana indossa un’uniforme e trasformarlo in una belva da performance. Gli sportivi sono prima di tutto uomini e se annullano un certo lato della propria personalità in campo, non è automatico che spingendo il medesimo interruttore si ritrovino ad essere colti e pacati una volta che la partita è terminata. Non è così facile separare gli insulti sbraitati su un campo dalla vita quotidiana.

Suona come un’affermazione forte ma gli sportivi, come qualsiasi altra figura professionale, sono specchio della cultura che li genera. Nel nostro Bel Paese non c’è ancora la cultura giusta per produrre una classe sportiva di maggior spessore, che ci regali meno scandali e più soddisfazioni. Sarri si ritrova suo malgrado, senza che da parte nostra si voglia puntare il dito contro di lui o giudicarlo umanamente, ad essere di fatto lo specchio di uno sport e di una sottocultura italiana che non accettano ancora l’omosessualità come un’evenienza che non desti scalpore, neutra, e sinceramente poco interessante ai fini di un’analisi sportiva. Pensiamo, però, a chi governa lo sport italiano più famoso e redditizio: Carlo Tavecchio. Il Presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) non è nuovo a gaffe e pregiudizi sciorinati in maniera quasi comica: è passato da una presentazione in cui disse <<Optì Pobà prima di giocare in Italia mangiava le banane>>, a un disinvolto <<le donne sono handicappate rispetto agli uomini>>, poi un simpatico <<Non ho niente contro gli ebrei ma vanno tenuti a bada>> per poi concludere con un calzante <<Non ho niente contro gli omosessuali ma teneteli lontani da me>>. Sarri e Tavecchio sono personaggi come altri, semplicemente posti in primo piano dalla contingenza, nel quadro dell’ingenua mancanza di cultura italiana. Ma in realtà questo non è solo un problema nostrano. Ricordate le Olimpiadi Invernali di Sochi 2014? La Russia aveva appena dichiarato di riconoscere l’omosessualità come una malattia e gli USA reagiscono facendo sfilare da portabandiera nella cerimonia di apertura Billy Jean King, grandissima tennista del passato e tra le prime sportive a fare coming out e poi per quella di chiusura Caitlin Cahow, difensore della Nazionale femminile di hockey e attivista LGBT. Un gesto simbolico, forte, di progresso.

Billie Jean King (72) e Martina Navrátilová (59), due delle tenniste più forti e decorate della storia, entrambe dichiaratamente omosessuali
Billie Jean King (72) e Martina Navrátilová (59): due delle tenniste più forti e decorate della storia, entrambe dichiaratamente omosessuali

Non è un caso che siano state quelle Olimpiadi il momento in cui gli USA hanno potuto mostrare la propria anima a tinte arcobaleno. L’anno precedente, il 2013, era stato costellato di coming out: il 15 Febbraio il calciatore Robbie Rogers si è dichiarato omosessuale, prima di ritirarsi (salvo tornare in attività l’anno successivo), seguito il 6 Maggio da Jason Collins, cestista NBA, che è diventato il primo giocatore dichiaratamente omosessuale ancora attivo in una lega Major statunitense. La lettera con cui il cestista – elogiato addirittura da Barack Obama per il proprio coraggio – ha fatto coming out è di una delicatezza toccante: <<Sono nero e sono gay. Ci sono quelli che alzano la mano in classe per dire – sono differente – e io sto alzando la mia mano>>. Il 15 Agosto anche un wrestler – Darren Young – si dichiara omosessuale, non primo nella propria disciplina, dopo che tre anni prima Orlando Jordan – altro wrestler afroamericano – si era dichiarato bisessuale. Il 23 Febbraio 2014, Collins torna ad indossare una canotta NBA, la numero 46 dei Brooklyn Nets, indossata perché il magazziniere aveva solo quella a disposizione: è la prima volta che un ragazzo dichiaratamente gay gioca una partita NBA. Dalla sera successiva metterà sulle spalle il numero 98, in onore di Matthew Shepard, studente ventiduenne derubato,torturato e ucciso nel 1998 perchè omosessuale. Quella canotta diventerà per un certo periodo la più venduta dell’intera lega.

E’ un riconoscimento culturale enorme per la cultura LGBT: la più grande lega del mondo paga un tributo alla comunità. Collins non è mai stato un fenomeno, ma il successo nelle vendite della sua canotta è simbolico. Gli Stati Uniti però non sono ancora l’Eden che ci aspetteremmo dopo aver assistito a certi avvenimenti: poco più di un anno dopo, ci ritroviamo di fronte ad un caso che fa impallidire sul serio gli screzi nostrani tra Mancini e Sarri. Il 13 Dicembre 2015 Rajon Rondo, straordinario playmaker dei Sacramento Kings, ha apostrofato l’arbitro Bill Kennedy con epiteti omofobi. Dopo la partita, l’arbitro ha fatto coming out aggiungendo <<nessuno deve farti vergognare per ciò che sei>>. Siamo di fronte ad un vero insulto omofobo: Rondo è stato sospeso e multato salatamente, esattamente come Sarri.

Ma la questione fa sorgere la domanda: quanti sono realmente i Paesi che, come l’Italia, devono ancora compiere diversi passi? Lo sport si pone nella questione come battistrada o è un ambito in cui l’omofobia resta inestirpabile? Domande a cui è difficile dare risposte, al giorno d’oggi. Qualsiasi membro della comunità LGBT non punta semplicemente a non essere insultato. Punta a un futuro in cui il mondo se ne freghi dei gusti sessuali di ciascuno dei suoi abitanti. Nel radioso 2013 per la comunità LGBT c’è stato anche un altro coming out non spontaneo o nobile nelle dichiarazioni ma che ci aiuta a porci altre domande, a cui dare una risposta è molto più semplice: Kwame Harris, ex giocatore di football americano, è stato denunciato per aggressione dal suo compagno e in questo modo il mondo ha scoperto la sua omosessualità. L’omosessualità di Harris è, per caso, un elemento che può rendere meno colpevole agli occhi della legge una persona accusata di aggressione? L’omosessualità di Collins lo rende un giocatore di basket migliore? E ancora, Billie Jean King e Martina Navrátilová sarebbero state tenniste meno forti e universalmente acclamate se non fossero state omosessuali? Elton John e Freddie Mercury non avrebbero ugualmente cambiato la storia della musica se fossero stati eterosessuali? La risposta a tutte queste domande è ovviamente no.

L’omosessualità non costituisce un requisito in nessun caso, esattamente quanto l’eterosessualità: non ha bisogno di essere sottolineata, come il colore della pelle. Per dirla parafrasando le parole della splendida Cate Blanchett: <<L’omosessualità nel 2016 non dovrebbe costituire argomento di conversazione>>, soprattutto sportiva aggiungiamo noi. Il mondo dello sport è il microcosmo dell’umanità e ci sentiamo di dire che non è (più) un mondo per omofobi.

 

Cate Blanchett (46) ,tra le più grandi interpreti del cinema moderno, ha dichiarato, venendo travisata di aver amato molte donne nella propria vita. Ha zittito le voci di omosessualità chiarificando con un laconico >
Cate Blanchett (46), tra le più grandi interpreti del cinema moderno, ha dichiarato – venendo travisata – di aver amato molte donne nella propria vita. Ha zittito le voci di omosessualità chiarificando con un laconico “Non sono omosessuale. Ma anche se fosse?”

 

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About Jacopo Gramegna

REDATTORE | Classe 1996, ex cestista ed ex Parlamentare Regionale dei Giovani in Puglia, diplomato al Liceo Classico. Attualmente è studente di Giurisprudenza d'Impresa presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Divoratore instancabile di film e studioso di tattica sportiva, nutre una passione viscerale per i racconti che gravitano attorno ai campi da gioco. Si diletta in uno storytelling che possa far convergere le sue numerose anime. Primo Pianista per "NbaReligion.com".

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