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#NoDAPL: storia di amore e di protesta

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L’oleodotto Dakota Access Pipeline – Stati Uniti d’America

È amore per la terra, quella terra calpestata, coltivata, curata e scavata per seppellirci i corpi degli avi nel corso degli anni; è amore per la tradizione e per una cultura che più volte è stata schiacciata, maltrattata, massacrata, bandita e reclusa in pochi ettari di terreno; è amore per la vita e per il futuro, quello che muove la protesta a difesa del proprio territorio per proteggerlo contro eventuali disastri ambientali, letali per chi è già debole e in pericolo; è amore per la pace, quello che muove oggi il grido di un popolo perseguitato per secoli a causa di quella stessa terra che gli appartiene di diritto, perché è nato e cresciuto da sempre lì, peccato non ci sia legge pronta a difenderlo quel diritto. Se fosse così semplice sintetizzare una situazione ben più confusa, sarebbe questo l’innesco dello scoppio della rivolta dei sioux di Standing Rock contro la costruzione dell’oleodotto DAPL (Dakota Access Pipeline), ma non è così facile.

L’oleodotto oggetto della contesa è un progetto del valore di 3,8 miliardi di dollari e prevede quasi duemila chilometri di tubature per un condotto che collegherebbe le zone di estrazione del Bakken nello Stato americano del North Dakota alle raffinerie dell’Illinois, passando attraverso il South Dakota e l’Iowa. La costruzione permetterebbe di trasportare più di 470mila barili di petrolio al giorno e garantirebbe la quasi totale indipendenza statunitense dall’importazione di petrolio estero. Dal 2006 nel North Dakota la scoperta dei giacimenti di Bakken e l’avviamento dell’industria petrolifera ha scatenato un vero e proprio boom economico che ha contribuito a risanare le casse dello Stato e ad abbassare il tasso di disoccupazione al 3,1%. Una ricchezza di cui godono solo gli statunitensi. Fra i nativi di Standing Rock la quota di quelli senza lavoro è pari al 79%, ma non è solo la mancanza di un’occupazione a gravare fra gli abitanti della tribù. Il tasso di povertà è al 43,2%, il triplo rispetto alla media nazionale; la mortalità infantile è elevata, così come i tassi di suicidio e, oltre alla penuria alimentare, l’accesso a elettricità, acqua corrente e a servizi basilari come cure mediche e istruzione non sono garantiti.

 

  • LA CONTESA

Inizialmente il DAPL doveva essere costruito vicino a Bismarck, una cittadina di sessantaduemila abitanti con oltre il 90% bianchi, ma l’eccessiva vicinanza alle falde acquifere e ai nuclei abitativi della cittadina ha portato alla decisione di spostare il progetto più a Sud, proprio vicino alla riserva di Standing Rock dei sioux. A essere più precisi, l’oleodotto dovrebbe passare attraverso il lago Oahe, luogo sacro alla tribù dei nativi nonché loro principale fonte di acqua da bere; se dovesse esserci qualche fuoriuscita di petrolio, una perdita o un incidente, sarebbe una catastrofe non solo ambientale ma anche umanitaria. Una paura ancor più comprensibile se si tiene conto che la Energy Transfer Partners – la compagnia responsabile della realizzazione dell’oleodotto – ha ingaggiato come futuro gestore del DAPL la Sunoco Logistics, un’azienda petrolifera statunitense che, secondo l’analisi dell’agenzia di stampa britannica Reuters, dal 2010 è responsabile di oltre duecento perdite nelle sue infrastrutture (ossia il peggior primato sulle fuoriuscite accidentali di greggio rispetto ad altre aziende dello stesso settore). I sioux non si sono fatti attendere: da Aprile hanno occupato pacificamente i luoghi dove dovrà essere costruito l’oleodotto e con delle manifestazioni non violente cercano di ostacolare la realizzazione del DAPL. La battaglia portata avanti dai sioux, guidati dal loro capo tribale David Archambault II, è iniziata come una piccola fiammella che è cresciuta fino a diventare un fuoco di voci unite nella difesa del territorio, dell’acqua e dei luoghi sacri. Alla piccola tribù di Standing Rock, si sono uniti volontariamente gruppi tribali anche rivali fra loro o provenienti da Stati lontani come la California, il Mississippi, il Maine o le Hawaii. I temi fortemente ambientalisti della protesta dei nativi hanno richiamato l’attenzione mondiale, in particolar modo quella degli ecologisti, che si sono mobilitati per unirsi nella lotta all’oleodotto anche attraverso l’invio di aiuti e scorte.

 

 

La rabbia dei sioux è mossa dal fatto che il genio dell’esercito non li abbia consultati prima dell’inizio dei lavori, il che costituisce una grave violazione del principio di sovranità delle tribù sancito quasi due secoli fa. L’attivismo delle proteste di Standing Rock si colora, così, di giustizia razziale oltre che di ecologia. Temi che non passano inosservati e i sostenitori fioccano da ogni angolo del mondo.

 

 

La rimostranza va avanti incessante da mesi, in tanti si sono uniti all’accampamento nei pressi del tratto contestato e i manifestanti non si fermeranno, né si ritireranno fino a che non sarà messo un punto definitivo alla questione. Dopo arresti, feriti per le esacerbazioni di violenza da parte delle forze dell’ordine statunitensi, come l’uso dei cannoni ad acqua nonostante le temperature sotto lo zero – atti denunciati anche da Bernie Sanders, l’ex candidato alle primarie democratiche in USA – lo scontro sembra aver avuto una battuta d’arresto per una vittoria che può definirsi solo parziale. Il 4 Dicembre Barack Obama ha deciso di negare l’autorizzazione alla costruzione del DAPL sui territori dei nativi invitando a trovare dei percorsi alternativi per completare l’opera.

La vittoria, come detto, non è risolutiva poiché l’amministrazione di Donald J. Trump – che inizierà il suo mandato dal 20 Gennaio dell’anno venturo – potrebbe rovesciare la decisione del Presidente uscente e, in linea con i piani energetici repubblicani volti a investire in combustibili fossili, prolungare ulteriormente la lista di soprusi che i non nativi hanno inflitto alle tribù locali da sempre.

Un popolo che ha dimostrato un simile coraggio e una tale determinazione nel difendere la propria terra non può che suscitare ammirazione e rispetto, si spera, anche in quella parte d’America che oggi è chiamata a guidare una delle più grandi potenze mondiali.

 

 

 


 

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About Stella Sacco

REDATTRICE | Classe 1986, con doppia cittadinanza italiana e napoletana. Giornalista con una laurea triennale in Scienze della Comunicazione a Napoli e una magistrale in Scienze Politiche a Bologna. È curiosa e si interessa di tutto, in particolar modo di politica & attualità e di marketing & comunicazione. Tra esperienze lavorative in copywriting e concerti, sogna un futuro in qualunque posto del mondo.

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