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Il Neorealismo italiano nella vita sovietica del dopoguerra

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Ettore Scola (1931-2016) è stato un regista cinematografico e sceneggiatore italiano

Il 2016 è iniziato con una triste notizia per il mondo del cinema: la morte del grande Ettore Scola, divenuto ormai un regista conosciuto in tutto il mondo. Grazie ai geni del calibro di Ettore Scola, Vittorio De SicaRoberto Rossellini e molti altri, il cinema italiano ha brillato negli schermi di tutto il mondo. E in particolar modo in Russia: a partire dalla fine degli Anni ’60, infatti, iniziò una fiorente serie di contatti culturali tra l’Italia e l’Unione Sovietica.

Da quello scambio nacquero, infatti, anche delle realizzazioni congiunte tra l’Italia e l’URSS di allora. Un esempio tra tutti è La tenda rossa, creata dallo sceneggiatore Michail Konstantinovič Kalatozov. Come protagonista femminile, venne scelta la bella attrice italiana Claudia Cardinale.

Sophia Loren e Marcello Mastroianni girarono poi il film I girasoli nell’URSS, diretti dal maestro De Sica. La prima assoluta si tenne, in anteprima, a Roma: era il 13 Marzo 1970. Il  capolavoro de I girasoli fu mostrato a un vasto pubblico sovietico – di varie ideologie – per più di un anno. Nel 1974 venne pubblicata una commedia di Ėl’dar Aleksandrovič Rjazanov e Franco Prosperi dal titolo Una matta, matta, matta corsa in Russia (in lingua russa: Невероятные приключения итальянцев в России), in cui brillarono Andrej Aleksandrovič Mironov ed Anthony Santilli.

Nel decennio 1970-1980, i film più famosi che vennero distribuiti nell’Unione Sovietica erano principalmente italiani: commedie effervescenti con Adriano CelentanoSerafino (1968), Bluff – Storia di truffe e di imbroglioni (1976), Il bisbetico domato (1980), Bingo Bongo (1982); drammi sociali – Confessioni di un capitano di polizia al procuratore della Repubblica (1971) e L’istruttoria è chiusa: dimentichi di Damiano Damiani (1971) e molti altri. Ma la cinematografia italiana era ben distante dalla prima scoperta da parte del popolo sovietico. L’amore per i film realizzati nella penisola, infatti, era nata in Russia molto tempo addietro: a partire dalla fine del 1940. L’ascesa del cinema italiano coincise con la fine del regime fascista. A metà degli Anni ’40, nel Paese di Dante Alighieri e Leonardo da Vinci – come scrisse con entusiasmo nel 1958 il talentuoso regista sovietico Michail Il’ič Romm – nacque un tipo di <<arte tanto bella da dover togliersi il cappello>>.

Nel 1945, il regista Roberto Rossellini diresse il film Roma città aperta, considerato uno dei prodotti del nascente Neorealismo. Anna Magnani recitò il ruolo di Roman, parlando ai membri del movimento per la Resistenza e dei morti per le strade della sua città natale. L’eroina Magnani riflesse il destino di un’intera Nazione, in un momento cruciale della sua storia. Fu quasi una rivoluzione nel cinema. La sparatoria non venne girata nei padiglioni cinematografici, ma fu mostrata la realtà di un Paese appena liberato dal Fascismo. La posizione sociale di Rossellini, e i suoi riconoscimenti artistici, riuscirono ad innalzare molti registi italiani della seconda metà del 1940. Cesare Zavattini, scrittore,  si espresse così nel 1953: <<Il Neorealismo oggi è la nostra unica bandiera. Il suo punto di partenza può essere diverso ma a causa dell’unità del fronte comune di lotta e di ispirazione è consapevole degli interessi sociali>>.

 

 

Alla fine del 1940, nonostante la grave crisi dell’economia il cinema italiano ha evidenziato una <<stupefacente vitalità>>, secondo il critico francese Georges Sadoul. Paradossalmente, è proprio attraverso la censura e l’ordine sociale sovietico che lo spettatore ha raggiunto i migliori esempi di cinema italiano neorealistico.

Tradizionalmente si ritiene, infatti, che che il libero pensiero di prima generazione del dopoguerra sia nato sotto l’influenza di film Made in Occidente e con varie pellicole tra cui Tarzan, Sun Valley Serenade, The Maltese Falcon. Un’analisi più appurata dei materiali del 1950-1960 mostra, invece, come il Neorealismo italiano abbia svolto un ruolo fondamentale. Un rinomato traduttore quale Evgenij Solonovich, ricordando la sua giovinezza, scrisse: <<[…] il noleggio sovietico ci ha dato “Sotto il cielo di Sicilia”, ricordo ancora il meraviglioso valzer fuori nel film “Ladri di biciclette”, “Non c’è pace tra gli ulivi”, “Roma ore 11”, “Due un centesimo della speranza” (la prima immagine di Fellini)>>.

Il pubblico  sovietico ha stretto conoscenza con un altro capolavoro del Neorealismo italiano: il film di Giuseppe De Santis, Roma ore 11. Venne girato nel 1952, e nel 1954 la bobina del film fu proiettata in Russia. La trama è basata su delle storie vere. Donne disoccupate giunte a Roma, in risposta ad un annuncio di lavoro.

La Dolce Vita
“La dolce vita” (1960), diretto dal regista e sceneggiatore Federico Fellini

Il cinema italiano di quei tempi, però, non era composto soltanto da film neorealisti che raccontavano duramente le miserie della disoccupazione. Il Moviegoer sovietico si è poi incontrato con la – cosiddetta – commedia popolare italiana. Il primo fu Guardie e ladri di Mario Monicelli, dove il protagonista era il celebre Antonio De Curtis (in arte Totò) in compagnia di Aldo Fabrizi. Un’altra commedia molto famosa fu Pane, amore e fantasia (1953), diretta dal regista Luigi Comencini ed interpretato da Vittorio De Sica e dalla splendida Gina Lollobrigida. Da quel momento, per gli uomini sovietici quest’ultima divenne una vera sex symbol, prima del famoso film Babette va alla guerra di Brigitte Bardot. Altra attrice famosa – nota dai primi Anni ’50 – è stata la già citata Anna Magnani, celebre soprattutto grazie al film di Luchino Visconti dal titolo Bellissima (1952).

Agli inizi degli Anni ’60 divenne una pratica comune mostrare alcuni dei film provenienti dall’Italia prima ad un pubblico selezionato – in un cosiddetto semestre chiuso – nelle scuole dove studiavano i giovani registi. Così, gli intellettuali appresero de La dolce vita di Federico Fellini. Nel 1962 gli accademici mostrarono la commedia popolare Divorzio all’italiana diretto da Pietro Germi, con Marcello Mastroianni e Stefania Sandrelli nei ruoli di protagonisti. Dalla fine degli Anni ’50, i registi italiani divennero dei regolari partecipanti al Festival cinematografico internazionale (MIFF) di Mosca. Il primo di questi, nel 1959, mostrò Rossellini e la bobina del suo film-documentario India, nonché Le notti di Cabiria di Fellini. Nella seconda edizione del Festival (Luglio 1961) parteciparono in giuria Visconti e la Lollobrigida, e fu assegnato un premio speciale a Comencini per il film Tutti a casa.

Una certa influenza sul destino del cinema italiano è arrivato anche dagli schermi sovietici. Negli anni 1961-1963 iniziò, però, un raffreddamento nei rapporti tra il Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS, in lingua russa: Коммунистическая Партия Советского Союза, KPSS) e quello italiano. Il leader Palmiro Togliatti mostrò insoddisfazione per la politica di Nikita Sergeevič Chruščёv. Nell’Estate del 1963 il conflitto divenne così teso che un certo numero di funzionari della cinematografia mise in dubbio la necessità di  invitare al Festival di Mosca il regista Federico Fellini. Il buonsenso prevalse, con l’immagine mostrata di : il film si aggiudicò il Gran Premio. Purtroppo, il vero pubblico sovietico non lo vide e sul quotidiano Cultura sovietica del 20 Luglio 1963 venne pubblicato un articolo del noto critico cinematografico Rostislav Nikolaevich Yurenev, punto di riferimento del settore, dal titolo Il mondo della confusione: Federico Fellini. L’autore scrisse: <<Io non oso dire Fellini che ha torto ma devo dire a Fellini che il mondo che ha raffigurato nel film “” è senza speranza, senza futuro, terribile>>.

Quel che è certo è che il cinema italiano riuscì ad addentrarsi nell’immaginario e nelle abitudini dell’URSS di allora. E quindi, in parte, nella Russia di oggi.

 

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Aldo Fabrizi (1905-1990) e Totò (1898-1967) durante le riprese del film “Guardie e ladri” (1951), diretto dai registi Mario Monicelli e Steno

 

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About Julia Vdovina

COLLABORATRICE | Laureata presso la Facoltà di Scienze Politiche in Russia, ha svolto il tirocinio in Francia, Repubblica Slovacca, Macedonia e Polonia. Fa la giornalista e la produttrice a Mosca. Nutre una grande passione per l'Italia. Le cose che le fanno girare la testa: il teatro, i viaggi, l'italiano. Il motto di vita: "Аnni, amori e bicchieri di vino non si contano mai".

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