Nadežda Mandel’stam

Nadežda Mandel’štam: il respiro di un’epoca

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Osip Ėmil'evič Mandel'štam (1891-1938) è stato un poeta, letterato e saggista russo. Prosatore e saggista, esponente di spicco dell'acmeismo e vittima delle Grandi purghe staliniane, è considerato uno dei grandi poeti del Novecento
Osip Ėmil’evič Mandel’štam (1891-1938) è stato un poeta, letterato e saggista russo. Prosatore e saggista, esponente di spicco dell’acmeismo nonché vittima delle Grandi purghe staliniane, è considerato uno dei grandi poeti del Novecento

Sono molte le opere letterarie che rievocano il periodo dello Stalinismo: anni tragici fatti di arresti notturni, repressioni, esili e privazioni. Uno degli sguardi più lucidi e profondi sulla follia e la tragicità di quell’epoca è costituito dalla memorialistica femminile – Lidija Čukovskaja, Nina Berberova, Lidija Ginzburg – per citarne solo alcune. Accomunate dall’aver vissuto l’esperienza storica dello Stalinismo e dall’averne subito in forme diverse la persecuzione, non si sono lasciate annichilire dalla tragedia e la parola scritta è la forma di lotta che hanno scelto contro la crudeltà e la barbarie del proprio tempo.

Tra le figure più emblematiche che ha fatto del dovere del ricordo un imperativo esistenziale vi è Nadežda Mandel’štam, moglie di Osip Mandel’štam, uno dei più grandi poeti russi e vittima delle Grandi purghe staliniane. Nadežda nasce a Saratov nel 1899 da una famiglia ebraica della media borghesia. La più piccola di quattro figli, trascorre un’infanzia agiata a Kiev e il benessere economico fa sì che cresca in un ambiente tollerante e ricco di stimoli.

Il padre riveste nella sua vita un ruolo fondamentale: avvocato colto e brillante, ama leggere le tragedie greche, è affettuoso con i figli, cura molto la loro educazione affidandola a tutrici inglesi, e incoraggia Nadežda alla lettura. Per la figlia rappresenta «una potente sintesi di valori intellettuali e orientati verso la famiglia, rafforzati da una pubblica presa di posizione morale». Nelle pagine dedicate al padre racconta ad esempio che egli si opponesse, durante le ondate di pogrom antisemiti, ai tentativi di prevaricazione verso la sua famiglia. Respinge un tentativo di pogrom da parte di alcuni studenti e successivamente, quando gli eventi precipitano e la famiglia viene sfrattata, osa sfidare la Čeka (la polizia politica segreta) citandola in giudizio. Per Nadežda, negli anni a venire, rimarrà un indiscusso modello di rettitudine morale.

Negli anni dell’adolescenza lavora nello studio di Aleksandra Ekster, una delle principali artiste teatrali dell’avanguardia russa. Nelle sue memorie, tuttavia, minimizza l’esperienza nel collettivo degli studenti e, in retrospettiva, critica fortemente la sua omologazione al gruppo e la sua incapacità di pensare e agire in maniera indipendente. Gli studenti non sembrano rendersi conto dell’incombere della tragedia e la guerra civile fa solo da sfondo alla loro vita frivola e spensierata. Essi si riuniscono al Chlam, un ritrovo notturno di pittori, letterati, artisti e musicisti. È qui che nel 1919 Nadežda conosce Osip. Il giovane poeta ha già pubblicato la sua prima raccolta di poesie ed è uno dei principali esponenti dell’acmeismo. Un movimento che, in contrasto con il misticismo del simbolismo, incarna una poesia incentrata sulla chiarezza espressiva, sull’equilibrio e sulla dimensione terrena. Fin dai primi giorni Nadežda è colpita dal giovane poeta, dalla sua «fiducia quasi infantile nell’amicizia e nella benevolenza altrui», come lei stessa ricorda, e intuisce che la sua allegria e leggerezza sono diverse dalla superficialità del resto dei coetanei. Il legame che nasce tra i due resiste nonostante quasi subito Osip si rechi in Crimea. Dopo un anno e mezzo si rincontrano: «Da allora non ci siamo più separati, fino a quella notte tra l’1 e il 2 Maggio 1938 in cui sono venuti a portarlo via».

Durante la guerra civile viaggiano tra Russia, Ucraina e Georgia, per trasferirsi successivamente a Mosca dove vivono in forti ristrettezze economiche, aggravate dal graduale isolamento di Mandel’štam. I gruppi letterari e i giornali lo ignorano, non riesce più a pubblicare poesie e gli viene soltanto concesso di dedicarsi, saltuariamente, alle traduzioni. Nel 1930 i Mandel’štam vengono invitati in Armenia e in Georgia. Da questo viaggio nascerà Viaggio in Armenia pubblicato sulla rivista Zvezda, cui seguirà un violento attacco della Pravda, l’organo di informazione ufficiale del Partito Comunista, che definisce le immagini di Mandel’štam «vecchie e putride» e lo stesso autore «un vecchio poeta acmeista pietroburghese, che non ha visto l’Armenia che si sviluppa con un ritmo impetuoso costruendo felicemente il Socialismo».

Nel Maggio del 1934 Mandel’štam viene arrestato: il principale capo d’accusa è la composizione dell’epigramma contro Iosif Stalin dal titolo Viviamo senza più avvertire sotto di noi il Paese, in cui il poeta si riferisce al dittatore come al «montanaro del Cremlino» che ha «occhiacci da blatta» e «dita tozze e grasse». Osip viene condannato ai lavori forzati, la pena poi viene commutata in confino e alla moglie viene permesso di seguirlo. Provato dagli interrogatori soffre di allucinazioni e manie di persecuzione e, ricoverato in ospedale, tenta il suicidio. Grazie all’intervento di Nikolaj Bucharin, (membro del Comitato Centrale del Partito Comunista Sovietico, espulso dal partito nel 1937 e fucilato l’anno seguente), che riuscì a intercedere a favore del poeta, la pena viene commutata in soggiorno coatto a Voronež, città situata a 500 km da Mosca. Dalle lettere di questi anni traspaiono una cupa disperazione e un forte bisogno di aiuto, anche materiale (la coppia è spesso costretta a elemosinare denaro presso amici e conoscenti). Il poeta scrive: «Vengo considerato alla stregua di un cane. Sono un’ombra. Non esisto. Ho solo un diritto: morire. Spingono me e mia moglie al suicidio». Nadežda compie ripetuti viaggi a Mosca nella speranza di aiutare il marito, ma devono attendere lo scadere della condanna. Nel 1938 Osip viene nuovamente arrestato e condannato per attività controrivoluzionaria. Morirà a Vtoraja Rečka, un campo di transito vicino a Vladivostok, nell’estremo Oriente russo.

Dopo la morte del marito, Nadežda è costretta a compiere continui spostamenti per paura di essere arrestata. «A salvarmi dall’arresto fu la mancanza di un alloggio […] per me non si trovò una trappola e così, senza casa, fui dimenticata, e mi sono salvata e ho salvato i versi di Mandel’štam». La missione della sua vita diventa salvare dall’oblio i versi del marito. Portare con sé i manoscritti o trascrivere le sue poesie era troppo pericoloso, così Nadežda li impara a memoria, li mormora tra sé e sé fino a quando diventano una parte di lei. «Per me, in quella notte di Maggio, si profilò un […] compito, ed è per esso che ho vissuto e continuo a vivere. Modificare il destino di Osip Ėmil’evič era al di sopra delle mie possibilità, ma sono invece riuscita a salvare una parte dei suoi scritti e molti ne ho conservati nella memoria. Io sola potevo salvarli».

Nel 1965, dopo molti anni in cui le era stato negato il permesso di stabilirvisi, si trasferisce a Mosca dove, in seguito alla pubblicazione delle sue memorie in Occidente, comincia a radunarsi attorno a lei, come ha scritto il suo amico poeta Iosif Brodskij«il meglio della Russia post-staliniana». Nadežda inizia a scrivere le sue memorie dopo la morte di Stalin (in italiano vengono pubblicate con il titolo L’epoca e i lupi e Le mie memorie), convinta che il primo compito da assolvere dopo l’orrore appena trascorso sia proprio quello di superare la perdita della memoria: solo la memoria del singolo contribuisce a colmare l’oblio dell’intero Paese. Le sue memorie sono l’affresco di un’intera epoca, popolate dal ritratto vivido del marito e dei principali esponenti dell’intelligencija. Sono una meditazione lucida, controllata e talvolta ironica, in cui la dimensione interiore si apre a riflessioni storiche, filosofiche e sociologiche estremamente attuali su come la Storia agisce sull’individuo.

La dolorosa storia di Nadežda e di Osip ha ispirato Marlene Kuntz nel brano Osja, amore mio, basato sulla toccante lettera che lei gli scrive nel 1938, subito dopo il secondo arresto.

 

 


 

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About Irene Iacono

CORRISPONDENTE DALL'ESTERO | Classe 1986, originaria di Cavazzo Carnico (UD). È laureata ad Udine in Traduzione e Mediazione culturale. Vive a Mosca ma, appena può, si rifugia tra le montagne della Carnia. Le sue passioni sono la letteratura, i viaggi, le lunghe camminate, il cinema americano classico e la sua gatta Zuzula.

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