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“My Fair Lady”: quando il musical rispecchia una società non così lontana

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«The difference between a lady and a flower girl is not how she behaves, but how she is treated La differenza tra una gentildonna ed una fioraia non sta in come si comporta, ma in come viene trattata».

Dame Julie Andrews, pseudonimo di Julia Elizabeth Wells (Walton-on-Thames, 1º ottobre 1935), è un'attrice, cantante, regista e scrittrice britannica
Dame Julie Andrews, pseudonimo di Julia Elizabeth Wells (1935), è un’attrice, cantante, regista e scrittrice britannica

È da qualche settimana che al Regent Theatre di Melbourne va in scena un musical la cui edizione questa volta è diretta da Julie Andrews e del quale tutti ne hanno sentito parlare, o perlomeno ne conoscono il titolo. Facendo un salto indietro nella storia, My Fair Lady è uno spettacolo teatrale di Alan Jay Lerner, paroliere e sceneggiatore nato negli Stati Uniti d’America, vincitore di tre Premi Oscar, tre Tony Award, due Golden Globe nonché autore di altre produzioni quali Gigi (che vincerà nel 1959 la prestigiosa statuetta come Miglior Film), L’amica delle 5 ½ (gli attori che prenderanno parte alla successiva produzione hollywoodiana saranno del calibro di Barbra Streisand, Yves Montand e Jack Nicholson) e Brigadoon (in cui il seguente omonimo film diretto da Vincente Minnelli, padre di Liza Minnelli, vedrà l’utilizzo per la prima volta da parte del regista della tecnica del CinemaScope per le riprese).

Il sipario si alza la sera del 15 Marzo 1956 a New York, è diretto dal commediografo Moss Hart, con gli straordinari costumi di Cecil Beaton – suo il celeberrimo abito bianco e nero indossato da Audrey Hepburn proprio per la versione cinematografica del musical nel 1964 – e le scene spettacolari di Oliver Messel. Gli attori che fanno parte del cast sono i britannici Rex Harrison, Stanley Holloway, Robert Coote e la stessa Julie Andrews, nel ruolo della rozza ed ineducata fioraia Eliza, protagonista della storia. Il musical è un adattamento del capolavoro teatrale Pigmalione del drammaturgo irlandese George Bernard Shaw e racconta di come un cinico Professore di Fonetica, Henry Higgins, accetti la scommessa di un altro gentiluomo, il Colonnello Pickering, e si presti nell’impresa di far apparire – e quindi in un certo senso di trasformare – la povera popolana venditrice di fiori Eliza Doolittle in una vera e propria gentildonna rispettabile e degna di far parte dell’alta società.

È una trama ricca di emozioni, vivacità di linguaggio, travolgenti ma allo stesso tempo coinvolgenti musiche, orecchiabili ed entusiasmanti canzoni, discorsi diretti senza giri di parole, momenti di ilarità che tengono il pubblico sempre attivo ed interessato a quello che sta succedendo ed incuriosito per quello che invece accadrà nelle battute e nelle scene seguenti. Il percorso che porterà Eliza a diventare un’autentica aristocratica signora è pieno di momenti sia esilaranti che di riflessione. La frustrazione che certe volte è presente durante un percorso di crescita e cambiamento personale è ben rappresentata e non viene fatta percepire come un qualcosa di inaffrontabile e insuperabile. Dopo la prima al Mark Hellinger Theatre seguiranno altre duemilasettecento rappresentazioni, ed il successo è talmente grande e mondiale che a Londra verrà portato in scena solamente due anni dopo per 2181 spettacoli. In Italia saranno gli attori Gianrico Tedeschi e Delia Scala a presentarlo al pubblico nel 1964.

L'attrice britannica Audrey Hepburn (1929-1993) mentre indossa il celebre abito bianco e nero
L’attrice britannica Audrey Hepburn (1929-1993) mentre indossa il celebre abito bianco e nero nella versione cinematografica del musical (1964)

Una delle cose su cui mi preme davvero mettere l’attenzione e di cui ne voglio risaltare l’importanza è che, se da un lato sembra che il tutto ruoti intorno ad scommessa tra due uomini arroganti, nobili, colti e abbastanza cinici, dall’altro c’è una giovane donna consapevole che solo con un’autentica educazione, la cultura, lo studio ed una consona proprietà di linguaggio, lei stessa potrà migliorare la sua situazione. Il musical e il film hanno il quasi scontato lieto fine, esplicitamente voluto dal pubblico, in cui Eliza diventa una stupenda donna di classe ed Henry abbandona la sua burbera maschera di uomo che non dà importanza a frivolezze quali amore e sentimenti vari. Il matrimonio tra i due diventa quindi quasi ovvio e, in un certo senso, inevitabile e la rappresentazione assume le sfumature di una piacevole favola d’altri tempi.

Nel Pigmalione le cose sono un pochino diverse, con la protagonista che – una volta acquistata sicurezza e carattere tipici di chi ha in suo possesso cultura e buone maniere – decide di lasciare la casa del fonologo per seguire il vero amore, meno aristocratico, ma autentico. In entrambe le sceneggiature, tuttavia, è presente l’elemento chiave che rende My Fair Lady una narrazione contemporaneaattuale. È la stessa Eliza che decide di accettare di prender parte alla scommessa, perché capisce che per lei è una grandissima opportunità per il cambiamento personale che tanto desidera. È lei che decide di non farsi scappare quest’occasione che le si presenta travestita da banale gioco tra due uomini, inconsapevoli di quello che vuol dire dare ad una donna cultura, educazione ed istruzione.

Eliza prende in mano la sua vita, non cede alla visione di esser considerata solo un oggetto ma anzi intraprende questo percorso, conscia di quello che ne può trarre per sé ed è quindi decisa ad ottenere il suo riscatto. All’inizio può sembrare che sia solo una sorta di vittima di un banale gioco creato per assecondare l’ego di un uomo, ma è sufficiente soffermarsi e leggere un pochino tra le righe per accorgersi che è lei a dare il consenso per questa trasformazione. Lei realizza che la sua non è una delle condizioni ottimali di vita, in quanto carente di una componente che dovrebbe esser considerata davvero basilare per chiunque.

L’istruzione e la cultura rendono liberi, permettendoti di diventare ciò che vuoi. Eliza lo sa, lo capisce e usa quel momento per cambiare la sua vita. Ho letto recensioni del personaggio contrastanti e mi trovo in disaccordo con quelle che paragonano la protagonista ad una sorta di principessa salvata dal bel principe, dal quale riceve aiuto e sostegno e che in cambio gli fa scoprire cosa sia l’amore. Lei è la principessa che decide di salvarsi da sola. Lei è una donna moderna che capisce l’importanza di un bagaglio culturale-educativo e che vede nell’istruzione l’unico modo per ottenere una propria posizione nella vita. Nel Pigmalione, Eliza aspira a passare da semplice venditrice per strada a commessa di un negozio di fiori. Per questo vuole imparare e conoscere. È solamente il suo sogno. Non importa quanto sia importante o prestigiosa la posizione a cui si aspira, perché tutto dipende dalla passione che ognuno prova per quella carriera, quel lavoro. L’importante è riconoscere nella cultura e nell’istruzione le vere armi per agguantare i propri sogni e non farsi condizionare o comandare dagli altri.

My Fair Lady dovrebbe essere letto, guardato e fatto guardare a tutti i ragazzi e soprattutto le ragazze di oggi. In un particolare momento storico in cui si cerca l’omologazione a tutti i costi e si inseguono i facili successi, difendere il proprio diritto all’istruzione per creare una personale identità è quasi un atto rivoluzionario. La mediocrità è una di quelle cose da evitare accuratamente, soprattutto se si parla di se stessi.

«I sold flowers; I didn’t sell myself. Now you’ve made a lady of me, I’m not fit to sell anything else».

 

 


 

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About Francesca Bux

COLLABORATRICE | Classe 1984, veneta ma con sangue pugliese, buddista. Esteta da sempre, amante dell'arte in ogni sua forma, della danza orientale e dell'Antica Roma. Appassionata di architettura, scultura, fotografia, fisica e motoristica. Malinconicamente nostalgica, nutre una forte passione per il teatro, il buon vino, gli scritti di Italo Calvino ed Oscar Wilde. Dichiaratamente nerd, è una mangiatrice esperta di biscotti. Attualmente vive in Australia, in attesa di decidere altre destinazioni.

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