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Mosca pulsa di migranti, ma noi non lo sappiamo

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«Un giorno sarai felice, ma prima la vita ti insegnerà ad essere forte».

(Proverbio uzbeko)

A migrant sweeping Moscow's Tverskaya Ulitsa. David Trilling
Un migrante mentre pulisce Tverskaya Street, Mosca – foto realizzata da David Trilling

Quando nel 2014 l’allora Presidente degli Stati Uniti Barack Obama dichiarò al The Economist che «i migranti non si stavano precipitando a Mosca alla ricerca d’opportunità [1]», fu immediatamente chiaro che l’Occidente era all’oscuro di una delle più vaste correnti migratorie globali allora in corso. Infatti, seconda soltanto agli Stati Uniti e seguita a breve distanza dalla Germania, la Federazione Russa è oggi la seconda destinazione di migrazione al mondo. Secondo le stime delle Nazioni Unite, sarebbero undici milioni i lavoratori migranti ad essersi trasferiti in Russia in cerca di un impiego, tanto più che, come spesso accade, la forbice tra i dati ufficiali e quelli reali si rivela più ampia del previsto: secondo alcuni esperti, infatti, a questa cifra andrebbero aggiunti altri quattro milioni di migranti che lavorano clandestinamente nel Paese.

Perlopiù originari delle Repubbliche che un tempo formavano l’Unione Sovietica – e specialmente dei Paesi più poveri dell’Asia Centrale – i migranti “economici” costituiscono un fenomeno sociale di cui è difficile immaginare la portata. Stando ai dati forniti dalla Banca Mondiale, nel 2014 le rimesse inviate dai lavoratori emigrati in Tajikistan corrispondevano al 36,6% del PIL dell’intero Paese, mentre quelle dirette in Kirghizistan si aggiravano attorno al 30%, dati, questi, sufficienti a dare un’idea di quanto la stabilità stessa delle cinque ex Repubbliche sovietiche il cui nome termina in -Stan dipenda dal denaro che i loro cittadini riescono a guadagnare e mettere da parte lavorando al di fuori dei propri confini. Inoltre, insieme a Tajikistan e Kirghizistan, anche il più vasto Uzbekistan – con una popolazione di quasi ventotto milioni e una diaspora che si aggira attorno agli 1,9 milioni – si attesta tra i maggiori “esportatori” di forza lavoro in Russia.

Cartina politica dell’Asia Centrale

Quel che oggi ha tutta l’aria d’essere un fenomeno strutturale e quasi inevitabile nel mercato del lavoro russo, ha però una data d’inizio ben precisa: la formazione del corridoio migratorio tra Asia Centrale – Tajikistan, Kirghizistan e Uzbekistan in testa – e Russia risale infatti ai primi anni successivi alla disintegrazione dell’Unione Sovietica, quando milioni di rifugiati di origine russa furono costretti a trasferirsi nella neonata Federazione per mettersi al riparo dai conflitti etnici divampati nei loro Paesi. Più tardi, benché nel 1996 gran parte delle guerre inter-etniche fosse giunta al termine, l’ormai rodata rotta migratoria non accennò ad estinguersi: in risposta all’alto tasso di disoccupazione delle Repubbliche, milioni di uomini in età da lavoro originari dell’Asia Centrale si installarono a Mosca e nelle maggiori città della Russia nella speranza – comune, in fondo, ad ogni migrante – di poter finalmente aver accesso a condizioni di vita migliori.

Dalla fine degli Anni Novanta fino ad oggi, malgrado leggere flessioni coincise con i periodi di recessione del 2008 e del 2014, questi flussi umani non si sono mai esauriti. Secondo i dati raccolti dal Servizio Federale di Migrazione della Federazione Russa, i lavoratori centrasiatici affollano specialmente i settori dell’edilizia, del commercio, dell’industria e dell’agricoltura, compiendo lavori estenuanti per un salario così misero che – e non potrà che suonare familiare – «i russi non sarebbero più disposti a svolgere».

Dunque, se da un lato l’economia russa ha indiscutibilmente beneficiato della manodopera a basso costo resa disponibile dalla migrazione centrasiatica – è al lavoro migrante, infatti, che si deve il rapido sviluppo urbanistico – dall’altro, però, i lavoratori approdati in Russia appaiono meno integrati che mai nel tessuto sociale del Paese. In parte, questo dipende dal fatto che molti, al loro arrivo, hanno una conoscenza piuttosto rudimentale della lingua e preferiscono così coltivare legami all’interno della comunità nazionale. Tuttavia, alla lingua si aggiungono diversi altri fattori, tra i quali la condizione di semi-povertà in cui versa la maggioranza dei migranti, generalmente costretti a soluzioni abitative in cui scarsa igiene e sovraffollamento sono la regola più che l’eccezione.

Ulteriore complicazione per i lavoratori migranti nel territorio russo è rappresentata dalle intricatissime procedure burocratiche che viene richiesto loro di adempiere al fine di ottenere il riconoscimento legale del loro status. Senza scendere nei dettagli del sistema di gestione della migrazione, sarà sufficiente menzionare che a Mosca – una megalopoli di dodici milioni di persone – uno soltanto è il centro incaricato della distribuzione delle patenti lavorative per i migranti richiedenti e non stupisce, quindi, che proprio questi istituti diventino spesso teatro di prepotenze e abusi contro i lavoratori in cerca di visto. Come evidenziato dal documentario di Franco Galdini, i migranti vengono indotti a pagare per ottenere quegli stessi servizi che dovrebbero esser loro garantiti, come nel caso delle mance offerte ai funzionari nel tentativo di poter saltare file altrimenti impossibili.

A oggi, a Mosca non è possibile trovare né un Little Kirghizistan, né tantomeno una Taskent Town, per il semplice fatto che la concentrazione di migranti centrasiatici si estende (come in una moderna città-ombra) per tutta la sua superficie, senza alcuna eccezione.

Pertanto, è chiaro che se l’amministrazione della capitale russa non cercherà di mettere in atto misure di integrazione tra i locali e i migranti, tentando, per quanto possibile, di uniformarne le condizioni di vita, nel giro di pochi anni la divisione tra le due “città” potrebbe dar vita a contrasti ancora più grotteschi.

 

 

[1] L’intervista in questione si riferiva alla travagliata congiuntura economica vissuta dalla Russia nel 2014.

 


 

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About Federica Di Sario

REDATTRICE | Classe 1993, è iscritta alla magistrale in Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Macerata. Da sempre interessata al mondo della narrazione, si è da poco accorta di nutrire una passione feroce per la politica internazionale ed è qui, su “La Voce del Gattopardo”, che prova a fonderle insieme. Risiede attualmente a Mosca, dov'è quotidianamente impegnata nel capire "come diavolo la pensano i russi".

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