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Momenti da Hall of Fame

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L’intera classe del 2016 di introdotti nella Basketball Hall of Fame di Springfield – Massachusetts, USA

Quello di Hall of Fame è un concetto abbastanza lontano per noi europei, ma decisamente integrato con il modo di pensare americano. La Hall of Fame è quel luogo che, di fatto, contiene elementi di culto appartenuti a grandi personalità sportive ma nell’immaginario collettivo è una sorta di empireo in cui vengono accettati i grandi di una disciplina, una sorta di Paradiso un po’ terreno un po’ ultraterreno dello sport, un salotto buono in cui i più grandi potranno darsi appuntamento in smoking per l’eternità. Lo scorso 10 Settembre a Springfield (Massachusetts) un altro piccolo, grande pezzo di storia della pallacanestro ha migrato verso il riconoscimento universale della propria grandezza. Tra i vari introdotti nella Basketball Hall of Fame 2016 figurano tre prime scelte assolute, tre uomini profondamente diversi da loro ma ciascuno – a proprio modo – indispensabile alla storia del Gioco. Yao Ming, Shaquille O’Neal e Allen Iverson. Vogliamo regalarvi tre pillole della loro grandezza ricostruendo tre momenti profondamente diversi delle carriere di questi tre mostri sacri. Tre momenti che ogni appassionato di questo sport ricorderà per sempre.

 

IL PRINCIPE GENEROSO

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Yao Ming (1980) è un ex cestista cinese, due volte portabandiera olimpico nonché uomo-copertina dell’intero sport asiatico

Yao Ming, un a dir poco insolito cinese di 229 cm di altezza per circa 140 kg di peso, è stato e probabilmente è tuttora il più imponente veicolo di sport che l’Asia abbia mai conosciuto. Figlio di due cestisti, fatti conoscere in maniera non si sa quanto casuale dalla Federazione Cinese, Yao è naturalmente attratto dallo sport, pratica anche il basket dall’età di nove anni, ma quasi inspiegabilmente inizia la propria carriera agonistica nella pallanuoto, sport che domina a livello giovanile, perché è già tanto alto da toccare il fondo della piscina, giocando comodamente in piedi. Convertito alla pallacanestro Yao diventa un fenomeno mondiale di marketing, viene selezionato con la scelta numero uno al Draft del 2002 dagli Houston Rockets e si trova a dover portare sulle proprie spalle il peso sportivo di un Continente intero. Yao non sembra tentennare: in campo è principesco, regale nei movimenti, aggraziato malgrado la stazza, che sembra più causargli problemi che aiutarlo a dominare il gioco. I problemi più grossi nei primi anni li ha tentando di prendere la patente, dato che a Shangai il nostro enorme principe si è sempre mosso in bicicletta: i primi tentativi di approccio con un’autovettura hanno letteralmente messo a soqquadro l’intero parcheggio del centro d’allenamento dei Rockets. Problemi di guida a parte, Yao sembra nato per stare nel mondo americano e controlla lo sport asiatico, è testimonial ricercatissimo, impegnatissimo nel sociale, estroverso fuori dal campo, vengono addirittura creati memes con la sua faccia sorridente. Disponibileumile, Yao tenta di declinare l’offerta del suo Paese che lo avrebbe voluto portabandiera olimpico per la propria Nazione alle Olimpiadi di Pechino 2008 dopo esserlo già stato ad Atene 2004. Niente da fare, è lui il gigante che si erge, bandiera in mano, tra gli atleti cinesi in quelle olimpiadi casalinghe. Gli infortuni lo hanno bloccato troppo presto: troppo fragile per resistere a lungo nel mondo NBA, si è ritirato a trentun’anni. Ben prima di farlo Yao ci ha però regalato, suo malgrado, un momento leggendario. Nel corso della propria miglior stagione, il 20 Novembre 2006, i suoi Houston Rockets incontrano i New York Knicks nella suggestiva arena del Madison Square Garden. A sedici secondi dalla fine del terzo quarto, con i suoi avanti per 65-60 Yao riceve uno scarico, è pronto ad inchiodare a canestro quando, non si sa da dove, probabilmente dal futuro o da una dimensione parallela, giunge Nate Robinson, afroamericano di 170 cm mal contati e con un salto insensato stoppa Yao. Quasi sessanta centimetri di differenza. Yao entra nella storia dalla parte sbagliata, facendosi bloccare da quel concentrato di energia afroamericana che giunge a ricordargli che gli Stati Uniti viaggiano ad una velocità diversa dalla sua. A noi invece piace pensare che questo è il modo in cui il principe buono dal Paese dei draghi rinuncia alla propria grandezza per un secondo e ci dimostra che nessuna montagna è insormontabile.

 

 

«DON’T MAKE ME EVER PAY FOR TICKETS!»

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Shaquille Rashaun O’Neal (1972) è un ex cestista e showman americano, universalmente riconosciuto come il centro più dominante degli Anni Duemila

Il 6 Marzo 2000, allo Staples Center di Los Angeles, si tiene la partita con la maggior affluenza della storia del palazzetto. È un derby, è il match tra Los Angeles Clippers e Los Angeles Lakers ed è anche il giorno del compleanno di Shaquille O’Neal. Per chi non conoscesse questo pittoresco e fenomenale giocatore: O’Neal è stato una forza della natura assoluta, il centro più dominante del basket degli Anni Duemila, un cestista che ha vinto quattro titoli NBA, un titolo di MVP e un’infinità di riconoscimenti personali ma avrebbe potuto dominare molto di più se solo avesse davvero voluto. Spesso svogliato e attratto più dal far spettacolo, Shaq è un genio dell’eccesso, ossessionato dal concetto di Superman. Quella sera Superman lo sarebbe diventato davvero. Nel giorno in cui compiva ventotto anni, voleva festeggiare con alcuni cari e aveva ordinato dei biglietti per la partita. C’era solo un problema: i dirigenti dei Clippers avevano incoscientemente deciso di farglieli pagare. Shaq, irritato per questo atto di lesa maestà esplose in un «Don’t make me ever pay for tickets!». Quella notte Shaquille O’Neal ha lasciato tutto il superfluo e gli scherzi negli spogliatoi, esattamente come faceva Clark Kent lasciando i propri vestiti nelle cabine telefoniche, ed è diventato Superman. 61 punti e 28 rimbalzi con 11 schiacciate e ovviamente vittoria per i Lakers: un assoluto scorcio di stra-dominanza nato da dei biglietti pagati. In una notte sola Shaq ha dimostrato al mondo che se solo avesse voluto questo sport sarebbe stato interamente di suo possesso per almeno un decennio, e a dimostrarlo c’è anche quel titolo di MVP vinto nel 2000 alla quasi unanimità. Ma poi ci ha ripensato, la vita non è nulla senza l’ironia e O’Neal lo sa bene. Chiedete a Kobe Bryant, che nel corso nel suo discorso di introduzione è stato prima ringraziato per i tre titoli vinti insieme consecutivamente tra il 2000 e il 2002 e poi ringraziato per averlo cacciato dalla squadra. Shaq, non cambierai mai.

 

 

UN PASSO NELL’ONNIPOTENZA

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Allen Iverson (1975) scavalca Tyronn Lue (1977) in Gara 1 delle Finals NBA 2001 e ci regala uno dei momenti più leggendari della storia del basket

Ci avevano provato Sylvester Stallone e Bruce Springsteen ad entrare nel cuore di Philadelphia. Ci avevano provato Rocky e la stupenda Streets of Philadelphia a far innamorare la Città dell’Amore Fraterno. E probabilmente ci erano anche riusciti. Poi, però, è arrivato The Answer, con quel numero 3 sulle spalle e un’intera città ha rivolto la propria passione ad un uomo solo, per sempre. Iverson è stato così: un amore travolgente, un giocatore inspiegabile, coraggioso, sincero, sfrontato. Poco fa parlavo di una quasi unanimità per l’assegnazione del titolo di MVP nel 2000 ad O’Neal. Infatti ci fu un unico voto che in quella stagione non andò a Shaq: Fred Hickman di CNN e Sports Illustrated votò Allen Iverson e fu costretto a scusarsi personalmente con Shaq, ricevendo anche delle minacce. Nel 2001 sarà il mondo a scusarsi con Hickman: Allen Iverson è l’MVP della NBA. Iverson è il re incontrastato di una squadra che fa incetta di premi personali, i Philadelphia 76ers che arrivano in finale. Allen non arriva ai 180 cm, è magrolino, non ha un fisico adatto, eppure ai tempi del liceo dominava tanto nel basket quanto nel football americano. Dominava perché aveva cuore, velocità e dei movimenti con la palla in mano che gli son stati affidati direttamente da qualche divinità dei playground, movimenti con i quali martirizzava ogni notte le caviglie dei difensori NBA. Allen è il frutto di una notte d’amore tra la pallacanestro e l’Hip Hop. Dal 1996, anno in cui entra nella lega con uno stuolo di altre star, ad ogni incontro sua madre portava un enorme cartello con scritto «That’s my boy», la stessa mamma che nel 1993 piangeva quando il giovanissimo Allen finì in galera dopo una rissa, la stessa Ann che implorò in lacrime coach Josh Thompson di accettare Iverson alla Georgetown University facendosi garante della buona condotta di suo figlio. Iverson ce l’aveva quasi fatta, era in finale nel 2001 e, prima di schiantarsi contro Shaq e gli imbattibili Los Angeles Lakers di quell’anno, Allen ha creato da solo un momento entrato nella cultura pop statunitense. Gara uno di Finale, Iverson è in angolo, isolato contro Tyronn Lue: movimento di abbacinante bellezza, crossover, Lue va a terra,  canestro, ovviamente. Nel tornare nella propria metà campo Allen non si limita a girare attorno al proprio difensore: gli passa sopra, sprezzante, con uno sguardo da padrone del mondo. Una foto che è diventata un instant classic. Il figlio del popolo che stava calpestando i nobili Lakers, un affresco di lotta sociale in un crossover. Allen non vincerà mai il titolo NBA ma avrà molto di più, un posto speciale nelle coscienze di chi ha amato questo sport. Un piccolo granno scranno, sul quale siederà quell’uomo che nella stagione da rookie è addirittura riuscito a mettere a terra sua maestà Michael Jordan. Ci si siederà per sempre, anche ora che è in povertà e che quel Tyronn Lue umiliato oltre quindici anni fa lo ha invitato ad allenare i Cleveland Cavaliers con lui.

Ci ha fatto brillare gli occhi Allen, e con lui anche Shaq e Yao: tre leggende che adesso siederanno meritatamente al salotto buono dell’immortalità cestistica.

 

 


 

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About Jacopo Gramegna

REDATTORE | Classe 1996, ex cestista ed ex Parlamentare Regionale dei Giovani in Puglia, diplomato al Liceo Classico. Attualmente è studente di Giurisprudenza d'Impresa presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Divoratore instancabile di film e studioso di tattica sportiva, nutre una passione viscerale per i racconti che gravitano attorno ai campi da gioco. Si diletta in uno storytelling che possa far convergere le sue numerose anime.

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