Una locandina degli anni '50 che domanda se sia sempre giusto uccidere una donna

Moglie perfetta in diciassette mosse: il tutorial Anni Sessanta di “Famiglia Cristiana”

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Una locandina degli Anni ’50 che domanda se sia sempre illegale uccidere una donna

Prima che questo articolo venga additato come il solito facente parte di una campagna femminista a favore della quale alcune, purtroppo, si schierano per moda senza conoscerne i trascorsi storici o gli ideali forti e duraturi che ne stanno alla base, assumendo poi una condotta dai riscontri nauseabondi che se Simone de Beauvoir potesse ravvisare con i suoi poveri occhi si rivolterebbe nella tomba in aeternum e con lei tutto lo stuolo di suffragette – quelle vere – degli Anni ’20, occorre effettuare delle premesse.

In un mondo di sciacalli del web che sogliono bollare uno scritto sulla base delle sue prime quattro-cinque righe al massimo, giusto per la pigrizia di non andare a leggere tutto, mossi poi dall’impellente bisogno di investire d’aria le fetide arcate gengivali che si ritrovano – la maggior parte delle volte componenti di un cranio in cui pare risiedere di tutto, dalla consapevolezza di una fittizia onnipotenza a quella di essere propugnatori di verità assolute, fuorché però quella del «apro bocca solo se sono realmente informato» – il tutto si rende tremendamente necessario. Niente femminismo da tastiera qui, quello per lo più convenzionale e dilagante l’8 di Marzo o quando c’è comunque da mostrarsi forti e temerarie solamente perché la donna emancipata sembra essere divenuto il nuovo canone mainstream del ventunesimo secolo, un po’ come i jeans a zampa – per la serie a volte ritornano – durante quest’annata.

Non c’è nulla da rimproverare a chi si fa portavoce di una lotta secolare perché ci crede davvero e perché crede nelle pari opportunità, in un riscatto che c’è dovuto, i cui frutti possono oramai cogliersi in qualunque ambito, con qualche piccola divergenza di contesto in contesto, ma niente che non faccia pensare ad un miglioramento progressivo e più che realizzabile; la triste verità però si palesa tramite la condotta della cosiddetta pseudo-femminista fittizia, quella che spento il computer o posto un punto alla frase da suffragetta del nuovo millennio esce poi di casa per mettere in atto, inconsapevolmente, atteggiamenti maschilisti, quali ad esempio (e qui ringrazio la Pagina Cynical Thoughts per la traduzione italiana dell’immagine da cui ho preso spunto):

1. Credere che debbano essere sempre gli uomini a pagare i conti o fare regali ;
2. Credere che la maternità sia una cosa cruciale per le donne ;
3. Credere di aver bisogno di un uomo per essere felici ;
4. Credere che un uomo sia generoso perché “aiuta” in casa ;
5. Promuovere l’idea che le donne siano il “sesso debole” .

Dopo aver ricordato che il termine femminismo indica «un movimento che si oppone alla concezione tradizionale della donna come subalterna e inferiore all’uomo e che tale inferiorità non è altro che la disuguaglianza creata da secoli di predominio maschile» (dall’Enciclopedia Treccani), starà a voi giudicare di che tipo di femminismo siano imbevute queste righe, se di quello vero, in un certo senso attivistico, o di quello manierato, sgradevolmente conformista e in voga. Personalmente, e qui chiudo il preambolo, ritengo in questo articolo sia presente del “femminismo” – e no, l’uso delle virgolette non è casuale – nella misura in cui, attraverso questo, si vada a delineare lo sconvolgente quadro entro il quale la donna, poco più di cinquant’anni fa e in Italia, pare fosse costretta a vivere, tacita vittima di una sconvolgente dialettica servo-padrone.

Messe da parte le definizioni e le premesse, possiamo dare spazio al tema principale che di questo testo costituisce la radice, ossia quello di mettere in luce un buco nell’acqua vero e proprio dai riscontri scandalosi. Emblema di un tale pozzo d’indecenza? Nient’altro che il foglio che vedrete apparire alla chiusura di questa frase, una sorta di decalogo un po’ più prolisso che venne affisso fuori da una Chiesa negli Anni Sessanta del secolo scorso e tratto da nientepopodimeno che… Famiglia Cristiana!

1443179742488-jpg-chiesa__i_17_doveri_della_moglie_verso_il_maritoCe ne stiamo tutti a criticare l’Islam e la condizione di inferiorità nella quale costringe a vivere le sue donne – e abbiamo ben donde di farne una critica nel 2016, su questo possiamo metterci la mano sul fuoco – ma a quanto pare anche noi abbiamo lasciato che certe ingerenze, quali quelle di una rivista fondata con l’intento di promuovere l’evangelizzazione, andassero a delineare iniquità il fondamento religioso delle quali la sottoscritta mette fortemente in dubbio, oltre a considerare ogni singola parola di quella lista di “doveri” una cantilenante calunnia del genere femminile in toto.

Sono difatti convinta che i presupposti religiosi di quella serie di norme facciano riferimento ad una tipologia di religiosità prettamente ignorante, manipolata dall’uomo e dai suoi stupidi fanatismi, e ora capiremo perché. Insomma Famiglia Cristiana, erano questi gli ideali di cui vi servivate per la predicazione ai vostri fedeli? Fossi vissuta in quell’epoca vi avrei fortemente consigliato di dare una bella sfogliata al Vangelo e solo allora, con cognizione di causa, pronunciarvi nei riguardi del matrimonio e del rapporto tra consorti. Mi piacerebbe mi indicaste la fonte da cui avete attinto il diritto di invitare ogni donna non più nubile a sottomettersi, alla stregua di un pupazzo esanime, all’autorità del marito.

E no, perché nel Vangelo di Giovanni, mia cara Famiglia Cristiana, non c’è mica scritto di rispettare il marito come capo, obbedirgli come nostro superiore, tacere quando è alterato! Se mio marito si altera io ho tutto il diritto di alterarmi, poiché se al suo fianco avesse voluto qualcuno che gli rispondesse con “grande mansuetudine” avrebbe potuto benissimo ripiegare sull’acquisto di un bel cagnolino scodinzolante; e sì, in quanto persona avrei tecnicamente altresì il sacrosanto diritto di inveire contro mia suocera o le mie cognate nel caso in cui queste assumessero atteggiamenti scorretti e deleteri nei miei confronti, e lo farei in ogni caso, che si trattasse del mio vicino di casa o della cassiera al supermercato: altroché essere sottomessa alla madre del marito e ai suoi vecchi! Mi piacerebbe mi spiegaste sulla base di quali motivazioni vi siate cimentati nella promozione di un complesso di norme del genere e, al contempo, vi siate oltretutto sentiti pienamente autorizzati ad affiggerlo all’entrata di una Chiesa. Nel frattempo, se non vi dispiace, vi illustro il mio di punto di vista a seguito di una breve, quanto probabilmente efficace, lettura evangelica.

Facciamo tutti un piccolo sforzo e rispolveriamo il Vangelo di Giovanni (15, 15): «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone». Embè? Svelato l’arcano? Non ci sembra proprio, direte. La ragione? Diciamo che non è così evidente come ci si potrebbe aspettare: per giungere al nocciolo della questione dobbiamo riallacciarci ad alcune clausole della riforma protestante e alle differenze che quest’ultima tipologia di dottrina presenta con quella cattolica.

Una pubblicità deplorevole degli '50
Una pubblicità deplorevole degli Anni ’50

Tra i punti in cui ambo queste dottrine divergono tra loro ve ne è uno che ci interessa particolarmente – a breve capirete il perché – ed è quello che prevede la possibilità di matrimonio per i sacerdoti protestanti. Si dà il caso che nel momento in cui ai suddetti sacerdoti venne restituito il sacramento del matrimonio, venne al contempo sottratto loro quello della confessione ed il motivo è evidente: la confessione è un atto che concerne due parti, il sacerdote e il peccatore, e qualsivoglia affermazione venga enunciata in tutta la sua durata deve rimanere assolutamente segreta, da circoscrivere prettamente al colloquio tra il penitente e il prete; qualora quest’ultimo non fosse celibe, avrebbe l’obbligo di non mancare di riferire alla moglie anche i segreti appresi in sede confessionale.

Ecco perché il legame tra coniugi è da pari a pari: come dice Giovanni appunto, se è vero che «il servo non sa quello che fa il suo padrone», ed ammettiamo di starci riferendo ad un legame assolutamente equanime, allora il Protestantesimo non avrebbe avuto bisogno di sottrarre ai sacerdoti sposati la possibilità di poter esercitare la confessione; viceversa, a quelli cristiani sarebbe stato tranquillamente consentito di sposarsi senza che ciò esercitasse un’influenza determinante sul sacramento della penitenza. La donna plasmata dal linguaggio evangelico non è un servo che non sa quel che fa il suo padrone, ma consorte nell’accezione più bella e pura che tale termine possa possedere; non un essere impari, ma compagna, una sola anima ed un solo corpo con il suo sposo, e questo non sono certamente io a dirlo, poiché non è mio interesse pormi come propugnatrice di certezze dogmatiche, né palesarmi in questa sede come paladina della giustizia dei vostri stivali; ma ciò che è corretto va detto, così come il falso va rinnegato, espugnato, poiché la potenzialità di una menzogna molto spesso la si evince solo quando i suoi effetti, devastanti, hanno già turlupinato le menti dei più, in modo tale che risulti davvero arduo tentare una ripiegata in un orizzonte della verità che nella prospettiva della falsa asserzione ci appare sempre tanto caliginoso quanto distante.

La sorgente da cui traggo le mie conclusioni circa l’equità del rapporto tra uomo e donna nel vincolo coniugale è il Vangelo secondo Matteo (19, 3-6): «Quello che Dio ha congiunto, l’uomo non separi».

Non c’è più nient’altro da aggiungere, se non che sarebbero necessarie delle scuse. Sì, delle scuse, per ogni donna mortificata dalla viscidità di quegli imperativi; per ogni donna che forse, dall’alto di quelle imposizioni, abbia davvero creduto di non essere nient’altro che una marionetta nelle mani di un burattinaio troppo poco realista per ammettere che invero non esisteva giustificazione razionale di sorta che lo autorizzasse a muovere le sue fila in quel modo.

Fortunatamente ad oggi possiamo annoverare donne straordinarie tra gli esempi che portano nient’altro che alla conferma di una verità incontrovertibile, ma che tanti individui del non gentil sesso continueranno a negare più per viltà che per l’effettiva elaborazione di tesi attendibili: che «donna schiava zitta e lava» ormai fa parte dei sogni più reconditi del perdigiorno – bestia – di turno. In cucina c’è abbastanza spazio per entrambi, così come a lavoro, così come nella vita ed in qualunque contesto nel quale venga portata avanti, chissà con quale coraggio poi, la becera favoletta della netta ed insuperabile dicotomia tra i sessi. Famiglia Cristiana non so voi, ma volgendo un’occhiata prima addietro, poi allo stato attuale delle cose facendo un bel bilancio dai primi del Novecento ad oggi… io credo proprio una grande maggioranza delle destinatarie della vostra entusiasmante raccolta di norme comportamentali abbia avuto il coraggio di adibire i vostri fogliettini a semplici ed efficaci strumenti per ripulire comodamente e minuziosamente quella celeberrima parte usualmente coinvolta nel naturale procedimento di smaltimento delle sostanze di rifiuto corporee.

E io, dal canto mio, sento il bisogno d’aggiungere “per fortuna”.

 

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About Sara Campisi

REDATTRICE | Siracusana, innamorata della sua terra, classe 1996. Frequenta la triennale di Filosofia presso l'Università degli Studi di Bologna. Visionaria, irrimediabilmente e perennemente distratta, lettrice camaleontica con uno spiccato interesse per la fisica. Ama i viaggi, la musica classica ed il mare.

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