revenant-gallery-20-gallery-image

“Method acting”: quando la vita diventa palcoscenico

Pubblicato il Pubblicato in Musica e Arti Visive, Recenti, Settima Arte

<<All the world’s a stage

And all the men and women are merely players>>.

(William Shakespeare)

Stanislavskij
Konstantin Sergeevič Stanislavskij è stato un attore, regista, scrittore e teorico teatrale russo, noto per essere l’ideatore dell’omonimo celebre “metodo Stanislavskij”

E se fosse possibile che in un singolo essere umano si concentri la capacità di inquadrare ciascun personaggio che popola il pianeta Terra? Se questo essere umano vivesse mille vite in una sola, abbandonando i legami con se stesso, lasciandosi teletrasportare nelle vite altrui? Se si sottoponesse alle più impensabili torture fisiche per lasciar confluire il personaggio sotto le proprie membra? C’è una categoria umana che riesce in tutto ciò: i method actors, gli attori che seguono il cosiddetto metodoIntensità, assoluta devozione verso l’arte e una ponderata dose di scientifica follia. Sono queste le caratteristiche di quegli attori che reinterpretano in chiave assolutamente originale la visione shakespeariana del mondo, rendendo la propria vita un perenne palcoscenico su cui far sfilare una rassegna dei più strani tipi umani, riuscendo a non rompere mai il personaggio e rendendo l’improvvisazione la più alta forma d’arte recitativa.

Ma cos’è davvero il metodo? Si tratta di una scuola recitativa ideata da Konstantin Sergeevič Stanislavskij nei primi anni del Novecento, fondata sullo studio del sottotesto delle opere e sull’approfondimento psicologico del personaggio e dunque sulla ricerca di punti in comune tra il mondo del personaggio e quello dell’attore, in maniera tale che il risultato fosse una resa naturalmente realistica del personaggio. Il metodo Stanislavskij venne poi studiato e perfezionato da Lee Strasberg – per un trentennio direttore dell’Actors Studio – che riformò il metodo, affermando che l’attore non avesse nulla da scoprire nello studio dei testi ma dovesse semplicemente ricordare, facendo leva sulla propria memoria, le proprie esperienze e semplicemente ammorbidendo quel guscio costituito dal pregiudizio umano verso il diverso. È sulla base di questa evoluzione alcuni attori hanno sacrificato le proprie menti e i propri corpi al metodo, più una vera e propria divinità delle arti che una semplice teoria recitativa. E, da buona divinità, il metodo ha sempre ripagato i propri seguaci con premi, critiche positive, ovazioni: per dirla in una parola, con l’immortalità.

Ma chi sono, allora, i più leggendari method actors? Nel rispondervi non considereremo i casi in cui sono interi cast a sottoporsi ad esperienze che li avrebbero avvicinati alla vicenda – come avvenuto per Qualcuno volò sul nido del cuculo (1975) e Salvate il soldato Ryan (1998) – e le singole performance in cui l’attore si è sottoposto al metodo. Ricordando dunque le honorable mentions costituite da Nicholas Cage in Birdy- Le ali della libertà (1984), Vincent D’Onofrio in Full Metal Jacket (1987), Tom Hanks in Philadelphia (1993) e Cast Away (2000), Jim Carrey in Man on the Moon (1999),  la meno conosciuta ma esplosiva performance del coreano Choi Min-sik in Old Boy (2003), la prova da brividi di Philip Seymour Hoffman in Truman Capote-A sangue freddo (2005), lo sconvolgente ritratto del dittatore ugandese Amin fornitoci da Forest Whitaker ne L’ultimo re di Scozia (2006), la straordinaria abnegazione di Emile Hirsch in Into the Wild-Nelle terre selvagge (2007), il leggendario Joker di Heath Ledger, le recenti e sempre più estreme trasformazioni di Jared Leto, Tom Hardy, Jake Gyllenhaal e Matthew McConaughey e le meravigliose prove femminili fornite da Hilary Swank in Boys Don’t Cry (1999), Charlize Theron in Monster (2003), Kate Winslet in The Reader (2008) e Anne Hathaway in Les Misérables (2012), ecco una rassegna dei dieci più fieri esponenti della categoria, attori che hanno incentrato la propria intera carriera su questa tecnica sottoponendosi un giorno dopo l’altro a routine, perdite di peso e approfondimenti psicologici in nome di quella dea pagana chiamata recitazione.

 

10. ADRIEN BRODY

CA The Pianist
Adrien Brody (1973), in un celeberrimo frame tratto da “Il Pianista” (2002)

Una carriera stravolta dal metodo. Già per il film Oxygen (1999) l’attore newyorkese aveva dato prova di attaccamento alla professione facendosi impiantare un vero apparecchio odontoiatrico anziché recitare indossandone uno finto ma, quando il regista Roman Polański scelse personalmente Adrien Brody per il proprio capolavoro sull’Olocausto del 2002 Il Pianista, l’attore si sentì tanto investito del peso di una tale opera da doversi necessariamente immedesimare con Władysław Szpilman (il pianista ebreo-polacco scampato allo sterminio) da disfarsi della gran parte dei propri beni a New York, comprese casa e macchina e trasferirsi in Europa armato solo di una tastiera, oltre ad imparare a suonare Chopin e perdere ben tredici chilogrammi per avvicinare le proprie fattezze a quelle del protagonista. Risultato? E’ divenuto il più giovane Premio Oscar al Miglior Attore Protagonista di sempre nel 2003 (in un’annata in cui la cinquina dei nominati era particolarmente talentuosa) e Premio César (unico americano ad aver mai vinto il prestigioso premio francese). Non è finita qui però: nel 2005 Brody diventa ancora più estremo nella preparazione a The Jacket, un thriller psicologico, per il quale si prepara sperimentando ore di isolamento, passando ore chiuso indossando una camicia di forza all’interno di uno stanzino metallico tra una ripresa e l‘altra. Vi sembra folle? È solo l’inizio.

 

9. SHIA LABEOUF

screen-shot-2014-10-08-at-8-08-20-am
Shia LaBeouf (1986) in “Fury” (2014): sono evidenti sul suo volto i segni del method acting

Da Even Stevens (20002003), serie TV targata Disney, ad un posto d’élite tra i method actors: ecco Shia LaBeouf e la sua immensa passione per il proprio lavoro. Che piaccia o meno, l’ex star di Transformers ha una spiccata propensione agli eccessi che lo portino ad aderire perfettamente al personaggio. Tra il 2013 e il 2014 Shia ci regala tre prove che lo consacrano tra gli attori di metodo più estremi di Hollywood ai giorni nostri. Una prima, significativa, prova ci ginge proprio dall’attore losangeleno che, per il proprio ruolo in Charlie Countryman deve morire (2013), ha effettivamente assunto acidi, esattamente come avviene al suo personaggio. Non contento, per essere scelto all’interno del cast di Nymphomaniac (2013), controversa opera di Lars von Trier ha mandato al regista i propri filmini hot, col risultato di essere lasciato dalla sua fidanzata Karolyn Pho. LaBeouf ha poi preteso che le (numerose) scene di sesso fossero reali. In questo caso non è stato accontentato da von Trier che ha girato quelle scene mediante la sovrapposizione digitale dei corpi dei suoi attori con quelli di alcuni porno-attori. L’anno successivo poi LaBeuf si fa odiare dall’intero cast di Fury (2014) non lavandosi per quattro mesi di fila per simulare le condizioni del proprio personaggio, un soldato molto credente che viaggia all’interno di un carro armato nella Germania nazista. Ecco la sua dichiarazione integrale sul ruolo da lui ricoperto: <<Sono stato battezzato – ho accettato Cristo nel mio cuore – ho tatuato la mia sottomissione a lui e sono diventato assistente cappellano per il capitano Yates nella 41st Infantry. Ho vissuto un mese in una base operativa. Poi mi sono unito al cast e sono andato a Fort Irwin. Mi son fatto estrarre i denti e tagliato il volto, passando giorni interi a vedere morire cavalli. Non mi son lavato per quattro mesi>>.

 

8. LEONARDO DICAPRIO

django-unchained-leonardo-dicaprio-candieland
Leonardo DiCaprio (1974) immortalato dopo essersi realmente tagliato la mano nel corso di una scena di “Django Unchained” (2012), continuando a recitare senza rompere il personaggio

Quello che probabilmente è il più grande attore della propria generazione non è generalmente accreditato come un method actor “puro”, ma la sua carriera è costellata di episodi che lo catapultano direttamente all’interno di questa rassegna. Prima, eccellente prova di method-acting è quella fornita a soli diciannove anni per Buon Compleanno Mr. Grape (1993), pellicola per cui ha fatto visita per giorni ad un istituto per teenager con ritardi mentali, passando del tempo con loro ed imparandone i modi di fare. Si ripeterà sotto la direzione di Martin Scorsese nel 2004, condividendo il suo tempo con delle persone affette da disturbi ossessivo-compulsivi per The Aviator e nel 2013 per The Wolf of Wall Street, studiando gli atteggiamenti che seguono l’assunzione di droghe con degli ex tossicodipendenti e con il vero Jordan Belfort, arrivando anche ad inalare assieme a Jonah Hill vitamina D in polvere. Maniacali furono in precedenza gli studi per copiare l’accento dello Zimbabwe in Blood Diamond (2006) e quello bostoniano per The Departed (2006) oltre che per il suo personaggio in J. Edgar (2011), arrivando per quest’ultima pellicola a spendere parte del suo compenso di 20 milioni di dollari al fine di approfondire i più reconditi aspetti della personalità dello storico capo dell’FBI J. Edgar Hoover. Sul set di Django Unchained (2012) l’attore si è invece guadagnato la standing ovation dell’intera troupe per non aver rotto il personaggio, continuando stoicamente a recitare un intenso monologo dopo essersi tagliato con un vetro. Infine è già leggenda l’infinita serie di peripezie passate da Leonardo DiCaprio per la sua performance da Oscar in The Revenant (2015): l’attore non ha tagliato la barba per diciotto mesi, si è fatto ricoprire realmente di formiche e si è davvero chiuso in una carcassa di cavallo, ha girato in condizioni estreme – anche da malato – indossando pellicce molto pesanti, sottoponendosi ad ore di trucco e di macchina per giungere al set. Infine ha deciso (pur essendo vegetariano) di ingerire un fegato di bisonte crudo per rendere estremamente realistica la smorfia immediatamente successiva. Un Oscar meritato, non credete?

 

7. JOAQUIN PHOENIX

maxresdefault
Joaquin Phoenix (1974) con un’espressione deformata all’interno della propria miglior interpretazione in “The Master” (2012)

Rampollo di una famiglia di attori, Joaquin Phoenix ha sempre espresso il proprio ribrezzo verso i premi più commerciali, come il Premio Oscar. Ma questo non gli ha impedito di sacrificarsi totalmente per la recitazione. Sempre avvezzo ad ingenti perdite di peso e a cambi di look, Joaquin Phoenix si è concesso un mese per imparare a cantare e suonare per impersonare Johnny Cash in Quando l’amore brucia l’anima – Walk the Line (2005) e rispondendo sul set solo al nome di… Johnny Cash. Successivamente si è lasciato andare ad alcune bizzarre dichiarazioni sul suo rapporto col metodo: <<Parlarne adesso mi imbarazza ma quando ho fatto “Il Gladiatore” (2000) pensavo di dover portare sempre una spada con me e per “Squadra 49” (2004) non volevo togliermi di dosso la mia divisa da pompiere e pensavo non si potesse vivere senza l’odore del fumo>>. Sempre per prepararsi al ruolo in Squadra 49 Phoenix ha trascorso un mese con una squadra di vigili del fuoco Truck 10 di Baltimora, diventandone membro onorario. Negli anni successivi l’attore si è fatto crescere sconsideratamente barba e capelli e ha convinto il mondo che si stesse ritirando dalla recitazione per iniziare la carriera nell’Hip Hop, a seguito di diverse dichiarazioni e apparizioni tra cui quella al David Letterman Show. La verità è che era rimasto nel personaggio tutto quel tempo per pubblicizzare attraverso l’estrema applicazione del metodo il finto-documentario I’m Still Here (2010), in cui appunto interpreta sé stesso e finge il ritiro. Dopo essersi finalmente tagliato barba e capelli, Phoenix porta la propria deformazione fisica, psicologica e vocale su livelli di assoluta eccellenza per The Master, capolavoro di Paul Thomas Anderson, in quella che è senza ombra di dubbio la propria miglior performance.

 

6. DUSTIN HOFFMAN

6a00d83452b0d869e20153933d45bb970b-800wi
Dustin Hoffman (1937) in una celebre scena de “Il Maratoneta” (1976)

Una delle più grandi stelle della Nuova Hollywood, un manuale vivente sul metodo. Dopo il folgorante debutto ne Il laureato (1967), Dustin Hoffman convinse il regista John Schlesinger (non convinto delle sue abilità di caratterista) a scritturarlo per Un uomo da marciapiede (1969) presentandosi ad un incontro con lui a Times Square vestito con un cappotto sporco e un aspetto quasi da barbone. Hoffman concesse poi il bis per il medesimo regista per il film del 1976 Il Maratoneta, non dormendo e non lavandosi per settantadue ore filate pur di conferirsi quell’aspetto trasandato e straniato. La cosa era tanto sconvolgente per un attore all’epoca che Laurence Olivier, suo compagno di recitazione per la pellicola gli chiese <<Dustin, perché non provi semplicemnte a recitare? È così facile>>. Hoffman poi si spingerà decisamente oltre nel 1979, sul set di Kramer contro Kramer, film che varrà l’Oscar a lui e a Meryl Streep, arrivando ad insultare pesantemente e ripetutamente la sua compagna di recitazione al fine di ottenere sul set un clima teso che rispecchiasse i toni della pellicola. Inoltre sempre durante lo shooting del film l’attore stava affrontando il divorzio da sua moglie,proprio come il suo personaggio: una casualità che rende ancor più incredibile la caratterizzazione del personaggio. In Tootsie (1982) di Sydney Pollack poi l’attore subisce l’inversione del regolare percorso di un’interpretazione di metodo, non solo impersonando un doppio ruolo (un attore travestitosi in attrice) ma facendosi condizionare dalla propria trasformazione tanto da rivedere radicalmente il proprio punto di vista sulla condizione femminile. <<Sapevo che se avessi incontrato me donna non le avrei rivolto la parola. E a questa considerazione ho pianto>> in questo caso è il personaggio ad essere entrato nell’animo di Dustin e non viceversa. In Rain Man (1988) poi quella che probabilmente, è la più grande interpretazione dell’attore è il risultato di un periodo nel quale ha conosciuto persone autistiche approfondendone il disturbo e stimolato la propria memoria a ricordare una delle sue prime professioni: un impiego all’istituto psichiatrico di New York.

 

5. AL PACINO

download (1)
Al Pacino (1940) nei panni del poliziotto hippie realmente esistito Frank Serpico

Un self-made man. Un uomo che si è fatto decisamente bene però. Dall’assoluta indigenza all’Actor Studio fino diventare il pupillo di Lee Strasberg in persona, tanto da suggerire caldamente alla produzione de Il Padrino – Parte II di assegnare il ruolo di Iman Roth, l’ebreo di Miami allo stesso Strasberg che verrà di seguito nominato agli Oscar proprio per quel ruolo. Da un legame così stretto non poteva che nascere un method actor leggendario, tanto leggendario da spingere Alec Baldwin, che poi sarà suo compagno di recitazione in Americani (1992) a scrivere una tesi di sessantacinque pagine sul metodo di Pacino per la propria laurea alla NYU. Innamorato pazzo di Shakespeare e dell’arte in tutte le sue forme, Al Pacino ha mostrato la sua passione e dedizione vivendo un’intera carriera fondata su trasformazioni fisiche e psicologiche: dai numerosi volti di Michael Corleone apprezzati nella trilogia de Il Padrino, al Tony Montana di Scarface (1983), spaziando in ogni sfumatura della psiche umana. Il metodo di Pacino si fece decisamente estremo per la preparazione di Serpico, film del 1973 di Sidney Lumet, quando l’attore italo-americano era tanto immerso nel personaggio dell’agente hippie da tentare di effettuare un arresto nei confronti di un camionista la cui vettura stava producendo troppi gas di scarico. Circa un decennio dopo l’italo-americano si è poi dedicato anima e corpo al personaggio di Tony Montana imparando a combattere col coltello e mutuando molti aspetti del proprio personaggio dal boxer Roberto Duran (con il quale si allenava). L’attore ha poi dichiarato di aver tratto ispirazione dall’elegante e coraggiosa tecnica di simbiosi con un personaggio di un’altra nazionalità mostrata da Maryl Streep ne La scelta di Sophie (1982) Curiosissimo, infine, un altro episodio avvenuto sul set di Scent of a Woman (1992): Pacino era chiamato ad interpretare un tenente colonnello cieco in pensione. Per immedesimarsi recitò tutto il tempo con gli occhi sbarrati, rendendosi praticamente incapace di vedere ciò che accadeva sul set. Dopo qualche giorno dal completamento delle riprese l’attore italo-americano ha fatto recapitare al suo giovane compagno di recitazione Chris O’Donnell un messaggio che recitava: <<Nonostante non abbia potuto vederti, so che sei stato grande>>.

 

4. MARLON BRANDO

20-of-the-best-method-actors-in-hollywood-4
Marlon Brando (1924) è il pioniere del method acting ad Hollywood. In foto una delle sue creature più celebri: Don Vito Corleone

<<Mentire per vivere, ecco cos’è la recitazione. Non ho fatto altro che imparare a esserne consapevole. Tutti voi siete attori, perché siete tutti bugiardi. Quando dici qualcosa che non intendi o quando eviti di dirla, questo è recitare. Recitiamo tutti, alcuni vengono pagati per farlo. Devi essere qualcuno, se non lo sei è un peccato, e resti solo. Recitare significa inventarsi le cose, ma va bene così. La vita è una prova, la vita è un’improvvisazione>>Marlon Brando è per il cinema ciò che è Johann Cruijff per il calcio: esiste indiscutibilmente un cinema prima di Marlon Brando ed un cinema dopo Marlon Brando. E pensare che ha più volte dichiarato di disprezzare il proprio lavoro, continuando a praticarlo solo per i lauti compensi che gli venivano corrisposti. Affacciandosi sulle scene principali di Hollywood l’attore del Nebraska si mostrò come il pioniere del metodo prima ancora che il mondo intero sapesse cosa esattamente di cosa si trattasse, guadagnando nomination e premi a valanga ad ogni angolo del globo pur immerso in una bolla di ignoranza generale sul method acting. A partire dl suo primo ruolo in Il mio corpo ti appartiene (1950) al quale si preparò passando un mese intero a letto nel Birmingham Army Hospital a Van Nuys (California) per impersonare il ruolo del veterano paraplegico. Tutta la sua carriera è costellata di grandi approfondimenti psicologici ed improvvisazioni che hanno contribuito ad avvolgere di un’aura mistica questo attore spesso diviso tra una vita di eccessi e i temi sociali. Dalla performance approfondita e lirica, nonché da Oscar in Fronte del porto (1954) alle improvvisazioni che hanno decisamente riscritto la storia del cinema: come non ricordare i batuffoli di cotone -messi in bocca nel momento delle audizioni de Il Padrino- che hanno dato al personaggio di Don Vito Corleone l’aria da pitbull alla quale lo stesso Brando aveva pensato, la controversissima scena del burro in Ultimo tango a Parigi (1972), partorita dalla sua mente e quella di Bernardo Bertolucci e la totale improvvisazione di intere parti dei monologhi di Apocalypse Now (1979)? Brando è spesso diventato in maniera eterna parte integrante dei personaggi che ha interpretato rendendo inscindibile la sua figura da quella dell’uomo che stava rappresentando. Al Pacino, per certi versi uno dei suoi eredi più diretti, ha poi dichiarato di esserne ossessionato e che vederlo recitare gli ha dato l’impressione di veder recitare Dio. E pensare che durante le riprese de Il Padrino, Robert Duvall dovette recitare indossando dei cartonati su cui erano scritte le battute di Brando perché l’attore non le ricordava e che avvenimenti del genere si ripeterono spesso sul finire della carriera del figlio del Nebraska. Ma si sa, alle divinità viene perdonato anche questo.

 

3. ROBERT DE NIRO

rb4
Un irriconoscibile Robert De Niro (1943), visibilmente ingrassato, interpreta magnificamente Jake LaMotta

Quando un rifiuto si trasforma nella cosa migliore che potesse accadere alla tua carriera. Il rifiuto in questione arrivò dai produttori de Il Padrino a Robert De Niro. La produzione non era contenta di diverse scelte di Francis Ford Coppola e non voleva Robert De Niro, presentatosi alle audizioni per il ruolo di Sonny Corleone, preferendogli James Caan. Coppola si innamorò però così tanto di quel provino di De Niro da affidargli il ruolo del giovane Don Vito Corleone nel sequel della pellicola. Risultato? De Niro passa diversi mesi in Sicilia ad imparare ogni sfumatura dei vari accenti siciliani, sciorinati perfettamente durante la pellicola che gli varrà il suo primo Oscar. Da quel momento in poi la dedizione di De Niro cresce di anno in anno, assieme alla sua grande amicizia con Martin Scorsese: per il suo disturbante ruolo in Taxi Driver (1976) visse per giorni in una base militare in Italia, perse circa quindici chili, ottenne una licenza e lavorò come tassista a New York per quattro mesi senza mai essere riconosciuto. Sempre per il suo grande amico in New York, New York (1977) imparò a suonare il sassofono e per Toro scatenato (1980), film da egli fortemente voluto e con il quale salvò Scorsese da una grave dipendenza dalla cocaina, si è allenato in maniera professionistica per il pugilato, disputando tre incontri nella zona di Brooklyn e vincendone addirittura due. Poi ingrassò circa trenta chili per inquadrare perfettamente l’autodistruzione del pugile Jake LaMotta, mettendo a repentaglio non solo la propria salute ma anche la qualità della performance, che verrà meritatamente premiata con un Academy Award. In Cape Fear – Il promontorio della paura (1991), poi, si fece ricoprire di finti tatuaggi e spese ventimila dollari per un trattamento dentale. L’anno successivo, richiamato da Coppola -produttore di Frankestein di Mary Shelley (1992)- si tuffò tanto nel ruolo della creatura da sottoporsi ad un attento studio delle cartelle cliniche di uomini colpiti da ictus. Per The Wizard of Lies, una recentissima produzione HBO, De Niro ha invece eseguito una particolare rasatura per somigliare a Bernie Madoff, mago della truffa statunitense di origini semite. Una leggenda che non potrà mai venire scalfita, nemmeno da pellicole discutibili come Nonno scatenato (2016).

 

2. CHRISTIAN BALE

christian-bale-trasformazione-corpo
Christian Bale (1974) è protagonista di un’enorme serie di trasformazioni fisiche, alcune delle quali perfettamente riportate nell’immagine

Le perdite di peso vertiginose, seguite da duri allenamenti per la riconquista della massa muscolare e poi il rapido ingrassamento. Christian Bale è un corpo sacrificato al metodo. Il più assiduo e prolifico method actor dei giorni nostri. Sono stati così eccessivi e vertiginosi i cambiamenti in cui l’attore gallese si è tuffato da costagli una doppia ernia del disco, facendo infuriare David O. Russell, suo regista in American Hustle (2013) e nel film per cui aveva vinto l’Oscar nel 2011, The Fighter. Il suo cambiamento per il film del 2013 è stato tanto radicale (l’attore si è presentato sul set calvo e con un diverso modo di camminare dovuto ai ben centosei chilogrammi raggiunti) da non permettere a Robert De Niro – suo collega in quel film – di riconoscerlo. Quando De Niro ha poi chiesto a Russell chi effettivamente fosse quell’attore, è rimasto tanto scioccato da chiedere di ripresentarsi al cast per rimediare al fatto di non averlo salutato. L’oscillazione del peso è però solo la punta dell’iceberg del method acting portato a termine dal britannico. Per American Psycho (2000), il film che lo ha definitivamente consacrato, Bale ha studiato l’iconico ghigno del suo personaggio rimanendo folgorato dal modo di ridere di Tom Cruise, con gli occhi spiritati. Non è assolutamente finita qui perché per la medesima pellicola l’attore gallese ha poi portato a termine tutte le mattine per tutta la durata delle riprese la particolarissima routine che il suo personaggio, Patrick Bateman, esegue on screen mantenendo un accento statunitense anche a telecamere spente tanto che a fine riprese, quando l’attore ha ripreso a parlare con il suo accento britannico, l’intera troupe è rimasta folgorata nello scoprire la sua vera cadenza. Ora Christian dovrà pensare alla propria salute, dovendo forse ridimensionare la propria adesione al metodo a soli quarantadue anni. L’attore ha già dovuto rifiutare il film di Michael Mann sulla figura di Enzo Ferrari per il quale gli era richiesta un’ennesima trasformazione. Poco importa, il talento di Bale è anche più grande della sua dedizione al metodo.

 

1. DANIEL DAY-LEWIS

day-lewis-getty
Daniel Day-Lewis (1959), tre volte vincitore del Premio Oscar come Miglior Attore Protagonista e per distacco il più estremo method actor della storia

Esistono gli attori, esistono i method actors e poi c’è Daniel Day-Lewis. L’attore britannico, detentore del record assoluto di Premi Oscar al Miglior Attore Protagonista è il metodo personificato, una categoria a parte, un’entità quasi autonoma rispetto al mondo del cinema. Era il 1989 quando, con Il mio piede sinistro di Jim Sheridan, l’intero mondo fu folgorato dalla vivida e lirica interpretazione di quell’attore britannico che aveva rifiutato di alzarsi dalla sedia a rotelle nel corso dell’intera produzione del film regalando al mondo una perla immortale della recitazione e a se stesso un Premio Oscar. Né Stanislavskij né Strasberg, è la propria stessa curiosità per Daniel Day-Lewis il faro di un metodo assolutamente originale che lo porta a vivere il personaggio in una maniera completamente a sé stante. Non c’è un singolo ruolo a partire da L’insostenibile leggerezza dell’essere (1988), giungendo fino a Lincoln (2012), per il quale Day-Lewis non si sia sottoposto a torture, routine semi-impossibili, trasformazioni vocali e fisiche. Capace di catturare le sfumature più impercettibili della psiche umana e di donare ai propri personaggi una fisicità esplosiva e acuminata, l’anglo-irlandese vive costantemente in una dimensione parallela della recitazione. Nell’articolo dedicato alla vita di questo straordinario istrione troverete ogni singolo passo della sua costante trasformazione in qualcosa che sia altro da lui: imparare nuove lingue, modificare il proprio accento e la propria postura, vivere nella foresta, imparare a scuoiare animali e produrre canoe, vivere in prigione, rifiutare tatuaggi finti e farsi tatuare sul serio, ammalarsi di polmonite rifiutando medicinali e giacche calde, imparare a tirare di boxe, fratturarsi il naso, vivere lontano dalla moglie e dare prova di abilità canore, influenzare direttamente la psiche e l’incolumità fisica dei suoi compagni di set, fino ad arrivare ad inviare sms presentandosi come <<Mr. President>> Abraham Lincoln, il grande Presidente statunitense. Tutto questo in meno di venti pellicole. Day-Lewis ha infatti sempre scelto minuziosamente i ruoli da interpretare, concedendosi lunghissime pause tra un film e l’altro proprio per permettere al metodo di attecchire e ai propri alter-ego di sbocciare nel realismo più assoluto. Nel corso della premiazione degli Oscar 2013 ha poi ringraziato sua moglie Rebecca Miller per aver sopportato pazientemente una tale varietà di personaggi incompatibili tra loro che le giravano per casa. La rottura del personaggio da parte di Daniel Day-Lewis è un evento tanto raro da essere immortalato sulla versione Blu Ray del film Il Petroliere (2007). Su YouTube circola il medesimo video caricato da un anonimo utente: al momento il filmato sfiora le cinquecentomila visualizzazioni.

E’ ormai universalmente riconosciuto: Sir Daniel Day-Lewis è il metodo.

 

 


 

Immagine in evidenza: clicca qui

Fonti Immagini:

n.1 -> clicca qui

n.2 -> clicca qui

n.3 -> clicca qui

n.4 -> clicca qui

n.5 -> clicca qui

n.6 -> clicca qui

n.7 -> clicca qui

n.8 -> clicca qui

n.9 -> clicca qui

n.10 -> clicca qui

n.11 -> clicca qui

About Jacopo Gramegna

REDATTORE | Classe 1996, ex cestista ed ex Parlamentare Regionale dei Giovani in Puglia, diplomato al Liceo Classico. Attualmente è studente di Giurisprudenza d'Impresa presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Divoratore instancabile di film e studioso di tattica sportiva, nutre una passione viscerale per i racconti che gravitano attorno ai campi da gioco. Si diletta in uno storytelling che possa far convergere le sue numerose anime. Primo Pianista per "NbaReligion.com".

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *