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Messico: la mattanza dei giornalisti

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Joaquín Guzmán Loera (1954 o 1957) è un criminale e signore della droga messicano. Soprannominato “El Chapo”, è considerato il più potente narcotrafficante del Messico. Dopo due evasioni dal carcere, attualmente è detenuto presso il supercarcere Metropolitan Correctional Centre di New York, Stati Uniti

In Messico è in corso una lotta spietata e disumana tra due fazioni estremamente agguerrite.
Una è quella dei narcos, con i loro strumenti di morte, il loro sconcertante menefreghismo per la vita umana e per il buonsenso, la loro corruzione dilagante in tutti i rami della società messicana, politica ed esercito inclusi. L’altra è quella dei giornalisti, muniti di solo coraggio e della più minacciosa e pericolosa arma al mondo: la verità.

È proprio la verità quella che i narcos cercano di insabbiare, nascondere, bastonare e reprimere, eliminando chi ha l’audacia di raccontarla così com’è. Il deprecabile comportamento di uccidere i giornalisti è una triste usanza diffusa nel Paese dell’America Centrale già dal 1910, ma dal Dicembre del 2006, inizio della guerra messicana della droga, la situazione è a dir poco peggiorata. Da allora il Governo ha dichiarato guerra ai narcos, scatenando una reazione a catena in cui i gruppi del crimine organizzato lottano fra loro per la prevaricazione territoriale provocando morti e sparizioni. Misfatti che i narcotrafficanti cercano di insabbiare corrompendo la polizia locale ed eliminando letteralmente i giornalisti. I signori della droga non vogliono che si parli di loro e dei loro reati; i riflettori puntati addosso incentiverebbero i controlli, causando ingenti perdite di guadagno perché il Governo messicano porrebbe quelle zone sotto il controllo delle truppe federali. La conseguenza è che sia i narcos sia le forze dell’ordine corrotte anelano a controllare il flusso di informazioni diffuse dai media. Detto altrimenti, vogliono creare una censura criminale; e ci stanno anche riuscendo, purtroppo. Più o meno violentemente, con corruzione e minacce di morte per esempio, i narcos riescono a gestire le linee editoriali dei quotidiani. Nelle sedi dei giornali messicani è quasi sempre presente quello che viene chiamato enlace, ossia un giornalista della redazione assurto a ruolo di portavoce che impone cosa i narcotrafficanti vogliano che si dica e cosa no. Tutti quelli che si ribellano alla censura dei narcos e decidono comunque di agire di testa loro e di dire la verità vengono puniti con la morte. Il tutto succede nonostante la libertà di espressione sia stato dichiarato un diritto inalienabile e difeso dalle Nazioni Unite, almeno nei paesi democratici – o presunti tali, come il Messico.

 

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Nota al video: l’intervista di Internazionale alla giornalista messicana Anabel Hernández García (1971)

 

Reporters Sans Frontières (RSF) indica il Messico come uno dei Paesi occidentali con il più alto numero di lavoratori del mondo mediatico uccisi violentemente; non a caso su centottantotto Stati, occupa la 149^ posizione nella classifica sulla libertà di stampa mondiale e la lista degli omicidi cresce esponenzialmente. L’ultima uccisa è stata Miroslava Breach Velducea, un’irriducibile sostenitrice del coraggio di parlare e di dire il vero nonostante tutto e tutti. Lei, come molti, troppi suoi colleghi prima di lei, sapeva benissimo che non avrebbe vissuto a lungo. La trafila solitamente è sempre la stessa, eventuali minacce e, a seguire, morte. Velducea si era incentrata sui legami tra narcos e politica, la corruzione dilagante e lo sfruttamento delle popolazioni indigene da parte dei narcotrafficanti. Come detto, questi sono tutti argomenti che ai signori della droga non fa piacere che vengano fuori, di qui la sentenza e l’esecuzione della valorosa Miroslava. Molti sono ancora i giornalisti messicani che si trovano fra due fuochi, uno più pericoloso e minaccioso dell’altro: le autorità e i politici corrotti e collusi con i gruppi del crimine organizzato si uniscono alla mortale forza censoria dei narcos, facendo sì che l’elenco dei giornalisti uccisi sembri non finire mai. Allontanandosi dal centro e dalla capitale, poi, il rischio nel far vera informazione aumenta e per gli assassini l’impunità dei loro crimini compiuti sotto la luce del sole diventa una certezza.

 

 

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La lista dei giornalisti uccisi in Messico – Fonte: Wikipedia

 

Scorrere una simile lista non deve far paura, anzi: è un gesto che andrebbe compiuto ogni giorno. Perché bisogna pensare che dietro ogni riga, alle spalle di ogni nome, c’era una persona, con i suoi legami, i suoi cari, le sue abitudini. C’era una vita. Una vita che è stata spezzata perché, come è anche accaduto qui in Italia agli eroici Giancarlo Siani e Peppino Impastato, chi parla paga e per il Messico pare non esserci speranza. Nel Marzo del 2015 Article 19 calcolava che ogni ventisei ore circa un giornalista messicano era vittima di minacce, sequestri o esecuzioni. La giornalista investigativa messicana – Anabel Hernández García – le cui indagini su narcotrafficanti e corruzione l’hanno portata a trovare rifugio negli Stati Uniti, denuncia che sono oltre cento i giornalisti morti per aver detto il vero e, quel che è peggio, è che non vengono semplicemente uccisi. Molti di loro sono torturati e stuprati, un vero e proprio affronto al loro mestiere e una minaccia neanche troppo velata a tutti quelli che sognano di imitare il loro coraggio.

Fortunatamente per il mondo e sfortunatamente per i narcos, gli amanti della verità armati di sola penna continuano a sfidare le minacce e la morte.

 

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About Stella Sacco

REDATTRICE | Classe 1986, con doppia cittadinanza italiana e napoletana. Giornalista con una laurea triennale in Scienze della Comunicazione a Napoli e una magistrale in Scienze Politiche a Bologna. È curiosa e si interessa di tutto, in particolar modo di politica & attualità e di marketing & comunicazione. Tra esperienze lavorative in copywriting e concerti, sogna un futuro in qualunque posto del mondo.

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