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Meraviglia e Utile: una dicotomia firmata XXI secolo

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utilitarismoL’ossessione per il possesso ed il culto dell’utilità hanno plasmato uno spirito rigoglioso e multiforme quale quello umano in una una landa sterminata ove solamente gli arbusti altrettanto sterili di una brama senza confini e di un utilitarismo sfrenato trovano terreno fertile per il loro sorgere. Per ogni granello di polvere della sabbiosa clessidra che scandisce, attimo dopo attimo, quanto tempo sia ancora concesso alla meraviglia d’albergare nei nostri occhi, mille e mille ancora parti del nostro poliedrico essere – ciò che dapprima contava – si disperdono nella moltitudine delle nuove cose che contano, divenendo il giocattolo rotto e perciò superfluo, il vestito che hai comprato ma che non hai mai messo né metterai, o le parole che avresti voluto dire e che invece dimorano ancora nel tuo stomaco, marcescenti.

Riecheggia spontanea una domanda nei corridoi gremiti di corpi inconsapevolmente genuflessi di fronte all’altare del conveniente, del guadagno: crocifissi da una modernità impostagli, alcuni si percuotono il petto e, struggendosi, domandano «Meraviglia, perché m’hai abbandonato?» e ancora «percuotendosi il petto rivolsero [variazione mia] al cuore un rimbrotto: soffri cuore mio che già più crudo affanno soffristi» (Odissea, XX, 17). Viandanti dispersi nell’odissea di una contemporaneità alla quale non riescono ad opporsi, oltremodo incoscienti del fatto che verranno seguitamente trasformati in porci insensibili alla bellezza e al fascino indiscreto delle cose semplici, fin troppi si lasciano sedurre e lusingare dalle carezze di una maestosa Circe che si palesa sotto le mentite spoglie dell’ultimo gioiello tecnologico o di un estratto conto a più zeri, soppesando il tutto secondo l’ottica del melius abundare quam deficere, soprattutto se appunto di zeri si tratta.

Un grido simile, racconta il Vangelo, schiuse le labbra di Cristo sulla croce: «Dio mio, perché mi hai abbandonato?», espressione dietro cui potrebbe – a mio modesto avviso – celarsi non tanto un rimprovero o una sentenza volta ad identificare l’abbandono di Dio padre con un capro espiatorio alle sofferenze del Messia, quanto piuttosto una professione di fede: la volontà da parte di Cristo di rivendicare la discendenza dal Padre per affermare consapevolmente d’esserne ancora il figlio proprio nonostante le pene subite.

E così a mio dire parallelamente agiscono i favolosi disertori cui accennavo, che si professano orgogliosamente figli della Meraviglia sebbene questa paia aver ufficialmente averci abbandonato, lasciando che un’umanità allo sbaraglio sguazzi beatamente nella putrida pozza di un materialismo viscerale e stagnante. Ma come il Padre non abbandonò il Figlio sua sponte così potremmo dire della Meraviglia, la quale non per volontà propria quanto per necessità fu costretta ad allontanarsi dalla sua prole, probabilmente scacciata dalla furia dei pellegrini del progresso che, giunti in Piazza Affari – e soverchiati dalla corruzione che l’ansia d’efficienza e la famelica ricerca del pratico sono in grado di esercitare su un animo di per sé facilmente corruttibile quale quello umano – declamarono a gran voce «Guadagno, utile!». Alla stregua insomma della folla che di fronte a Ponzio Pilato sentenziò un «A morte costui! Dacci libero Barabba!» e ancora «Crocifiggilo! Crocifiggilo!». Crocifiggi Cristo, o Pilato. Crocifiggi la Meraviglia, o modernità.

Platone e Aristotele
Platone ed Aristotele, figure cardine della storia del sapere filosofico, ritratte nell’opera “Scuola di Atene” (1509-1511) del pittore ed architetto italiano Raffaello Sanzio (1483-1520)

Ma cos’è poi, in fondo, la Meraviglia? La Meraviglia, figlia delle latine mirabilia (lett. «cose meravigliose») è colei che partorisce la conoscenza tra le doglie di un animo fremente, solleticato dagli stimoli percettivi, e lo scalpitare degli oggetti esterni dinnanzi al suo sguardo indagatore. Non è dunque un caso che Aristotele e Platone solessero identificare il momento primo del processo conoscitivo con il θαυμαζειν, ossia lo stupirsi, il meravigliarsi. «Chi prova un senso di dubbio e di meraviglia riconosce di non sapere» (Aristotele, Metafisica) e da questa dotta ignoranza dalle sfumature socratiche Meraviglia, ventre gravido di conoscenza ma a sua volta levatrice di essa, origina nel suo soggetto stordimento, ignoranza e poi, inevitabilmente, sapere. Sarebbe sciocco asserire che ogni cosa che ci circonda sia in grado di sortire in noi tale effetto. Ciò che ci stupisce è in realtà ciò che è in grado di esercitare nei nostri confronti un impatto, una collisione d’entità non indifferente che produce un’oscillazione emozionale capace di risvegliare curiosità destinata a trasformarsi in irrefrenabile stimolo verso l’attività intellettuale. È questa la ragione per cui l’ignoranza che non viene subitaneamente rimpiazzata è a mio modestissimo parere la risorsa più grande, perché impariamo più da ignoranti che da sapienti – o fingendoci tali; perché non è tanto importante l’acquisizione della nozione in sé, quanto il percorso che ci guida verso questa. Della serie Arsène Wenger, allenatore dell’Arsenal FC: «non contano solo i risultati, fiero del mio lavoro» (fonte: La Repubblica).

Immaginate infatti di dover scalare una montagna con un ascensore: credete davvero che la visione del panorama assumerebbe lo stesso valore di quello che invece avrebbe qualora aveste scalato di vostro pugno l’intera parete rocciosa? Verosimilmente abbiamo smesso di stupirci perché viviamo in un’epoca in cui è facile dare tutto per scontato, in cui è semplice ottenere ogni cosa e repentinamente: la velocità con cui riusciamo a dissipare ogni dubbio cercandone la soluzione su Google è l’emblema della rapidità che mina all’effluvio spontaneo del nostro intelletto, sovente costretto in passato e di fronte ad un dubbio a diramare le acque del proprio corso nella disperata quanto strenua ricerca di una risposta. Ora bastano una barra d’indirizzo e la digitazione di poche lettere per accedere ad un’enciclopedia del sapere di sconfinata levatura: tanto valida però quanto perniciosa se se ne abusa o non la si usa con giudizio. Oramai diamo per scontato di trovare sempre un responso (e immediatamente), mentre un tempo fu proprio l’impossibilità di non trovarlo istantaneamente a costituire il motore primo della conoscenza stessa. Perché alla fine della Meraviglia noi siamo la progenie, benché siamo gli stessi che sono stati maledettamente in grado di erigere una società in cui stupirsi serve davvero a poco. Serve a poco guardare un tramonto e riflettere circa il suo irripetibile incanto se non abbiamo uno smartphone a portata di mano per poterlo immortalare e postare su un social. Serve a poco leggere Fëdor Dostoevskij, studiare Filosofia o commuoversi davanti ad un passo de La Divina Commedia se poi non si hanno le capacità che contano, quelle per divenire merce fruibile al mercato dell’utile.

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Miguel de Cervantes Saavedra (1547-1616) è stato uno scrittore, romanziere, poeta, drammaturgo e militare spagnolo

Non ci meravigliamo più semplicemente perché la meraviglia più non serve: sono altri i concetti di cui necessitiamo per donare un senso alla nostra esistenza, come quelli di tutto e subito, giovevole e proficuo. E mentre il frontespizio del Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes ci rimbecca dall’alto della mensola, Alonso Quijano, spoglio della sua armatura ma rivestito solamente della sua intramontabile speranza, ci invita alla corte dei cavalieri della Mancha del bello e del buono di per sé: ci invita a lottare contro i Mulini al Vento nei confronti dei quali abbiamo certamente più possibilità d’uscire sconfitti. E noi, dal canto nostro, dovremmo accettare. Dovremmo accettare perché dovremmo far comprendere che non è erroneo imputabile appartenere a quella corrente che lambisce flebile le sponde del fiume del divenire della modernità, tentando d’ancorarsi ad un quadro, ad un testo, per riscoprirne la poesia, il sapore di vissuto e di imperituro, per evadere alle volte da un mondo che non è neanche lontanamente come vogliamo. Dovremmo accettare perché c’è ancora chi percepisce l’esigenza di servire con entusiasmo i propri ideali, di rimanere fedele a se stesso, anche quando confrontandosi con l’esterno si riscopre errare controvento nell’eroico sforzo di portare avanti una politica dai riscontri inutilizzabili poiché sprovvisti di un valore calcolabile in cifre. Ma che Don Chisciotte di tutto rispetto saremmo, poi, se ci ritraessimo immediatamente di fronte alle imprese apparentemente ed aprioristicamente deputate al fallimento?

Non perdiamo la capacità di stupirci, d’interrogarci: non perdiamo la sensibilità nei confronti dell’astrattezza, della poesia, delle cose imbevute d’una levatura prodigiosa nella misura in cui non siamo troppo ciechi per guardarle, ma guardarle davvero. Non ancoriamoci disperatamente ad una καλοκαγαθία che abbracci solamente la sfera del profitto: è nei confini dell’anima, nel rapporto tra noi, noi soltanto, e le cose che va cercata, e se è rimasta in noi una briciola dell’ardore che mosse i nostri capostipiti occidentali – letterati, poeti, filosofi, teatranti – sono certa che la troveremo. E sarà proprio questo che comincerà a stupirci. Il resto verrà meravigliosamente da sé. È già venuto, invero. Solo perché non lo si ricorda non significa che non sia mai esistito. Non significa che non possa ancora splendidamente essere, perciò leggete, strabiliatevi, e se non vi sentite adeguati al mercato dell’utile non stigmatizzatevi: non siete colpevoli di nulla, e mi rivolgo specialmente ai nostri lettori che stanno facendo i conti con la scelta universitaria. Abbiate il coraggio di seguire le vostre di aspettative anche se nel contesto odierno potrebbero risultare incastrarsi con quelle dei visionari, dei dediti al sapere vano e non redditizio. Comprendetevi, ascoltatevi, che tanto anche se nessuno ve lo dice dovreste benissimo saperlo che, se partorita con testa e cuore, è sempre la vostra l’aspettativa migliore.

E se ne sentite il bisogno ribellatevi, sognate. Ché ahimè, corrono tempi davvero duri per i sognatori.

 

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About Sara Campisi

REDATTRICE | Siracusana, innamorata della sua terra, classe 1996. Frequenta la triennale di Filosofia presso l'Università degli Studi di Bologna. Visionaria, irrimediabilmente e perennemente distratta, lettrice camaleontica con uno spiccato interesse per la fisica. Ama i viaggi, la musica classica ed il mare.

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