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Sarebbe meglio una brutta favola. L’innocenza bombardata

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Quel che resta di un ospedale distrutto ad Aleppo

È il 19 Settembre 2016 quando l’esercito siriano di Bashar al-Assad, con l’incondizionato appoggio del Cremlino, dichiara la fine del cessate il fuoco e riprende a bombardare sulla parte Est di Aleppo. Una tregua, a lungo voluta da USA e Russia dopo lunghe trattative protrattesi fino a notte fonda, breve e per nulla utile quantomeno a rifornire di aiuti sanitari ed alimentari le zone colpite.

Da ormai tre anni Aleppo è controllata dalle forze ribelli: la sacca Est è da eliminare, e con un raid aereo vengono colpiti – in una sola settimana – scuole, ospedali, mercati, panetterie. La roccaforte anti Assad è di nuovo sotto il potere del Presidente, non accadeva dal 2013. In quarantotto ore, seicento persone vengono sfollate e circa trecento sono i civili morti durante gli attacchi. Secondo De Mistura, inviato speciale del Segretario Generale dell’ONU per la Siria, si tratta di «una fase di guerra agghiacciante, disumana, una catastrofe».

Aleppo è una delle più antiche città al mondo, la ritroviamo fin dalle elementari quando fra Assiri e Babilonesi ci affacciamo per la prima volta alla storia. Ma il mondo ad Aleppo non arriva sempre, ne parlano in pochi e, anche qualora si cerchi di raggiungerlo, per esempio cercando di fornire aiuti umanitari, si incontrano ostacoli enormi che diventano «condizioni che possono contemplare crimini di guerra», come afferma Ban Ki-moon, Segretario Generale ONU. Gli ospedali scarseggiano in materiale e personale, solo undici ambulanze per duecentocinquantamila residenti nella parte Est della città, la più povera. Le strutture sono inadeguate non solo al ricovero dei feriti di guerra, ma persino all’accoglienza.

Su un milione e seicentomila cittadini, circa trecentocinquantamila vivono nelle zone poste sotto il controllo del CNS e dell’ESL e di questi il 40% sono bambini. Una città millenaria che «potrebbe scomparire nell’arco di due mesi e mezzo, quando noi festeggeremo il Natale. Aleppo sta per capitolare» – così De Mistura.

Ma perché proprio Aleppo? Fra le sue mura ormai fragili, dal 19 Luglio 2012 si combatte una battaglia decisiva per le sorti della guerra civile siriana. Innanzitutto, perché rappresenta lo spaccato dell’intera situazione: da un lato, ad Ovest, le forze governative (che contano sul prezioso appoggio russo, iraniano, iracheno e dell’Hezbollah libanese) e dall’altro, ad Est, quelle ribelli che fanno capo al Regime di Jaish al-Fatah. Sotto quest’ultimo, si ritrovano riunite fazioni sostenute da Nazioni quali Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Se mai Aleppo dovesse essere interamente conquistata dalle forze di opposizione, ciò implicherebbe una “sconfitta” del Regime di Assad che non avrebbe altra scelta che ricorrere ad un trattato con la comunità internazionale. Tuttavia, se la battaglia di Aleppo è così cruciale per il destino non solo della Siria e del Medio Oriente, ma del mondo intero, vi è da dire che difficilmente troverà una fine da sé, essendosi ormai trasformata in una guerra di posizione, dai contorni incerti persino per chi la combatte quotidianamente.

La guerra civile siriana è, senza dubbio, il più grave e pesante conflitto del nostro tempo. I paragoni si consumano: c’è chi si riallaccia banalmente agli orrori della Seconda Guerra Mondiale, chi vede in Aleppo la Bengasi siriana, chi torna con la memoria a Sarajevo; la verità è che ogni guerra si macchia degli orrori che sono poi gli orrori di tutte le guerre, stupide, meschine ed inarrestabili.

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Ad Aleppo un uomo scappa tra le macerie con in braccio un bambino

Ad Aleppo è strage di bambini, ad ogni colpo di mortaio, ad ogni bomba sganciata, ad ogni quartiere ritornato sotto il controllo di questa o dell’altra forza, muoiono bambini. Nella sola ultima sanguinosa settimana di Settembre, a causa dell’offensiva lanciata dai Governi russo e siriano, ne sono morti novantasei (UNICEF, 28/09/2016). Fra le duecento e le trecentomila sono le persone bloccate in città, alcune delle quali usate come scudi umani.

Video e fotografie rimbalzano davanti ai nostri occhi dai  quotidiani di tutto il mondo, per sensibilizzare l’Occidente: si dice. Ma l’Occidente non è sensibile e, fra il pianto di Aya e la sepoltura di Muhammad, cambia canale.

Chi sono i bambini di Aleppo? Sono loro:

Nour. Non si sa quanti anni abbia, ma è tanto piccola che il suo pianto è più quello di chi sta per mettere i denti da latte che di chi è appena scampato da una bomba piovuta dal cielo. Piange Nour, ricoperta di sangue e cenere, coccolata fra le calde braccia di una donna che non è la madre, che è invece poco più in là morta la scorsa notte e coperta di azzurro.

Bader. dieci anni, abbastanza “grande” da sapere esattamente di esser stato colpito da una bomba a grappolo. Non c’è alcuna tregua quando, sceso in piazza, va a comprare un falafel sandwich e lo mangia assieme ai suoi amici. «Abbiamo finito e ci siamo seduti in piazza cinque minuti, così ci hanno attaccato ma pensavamo fosse lontano fino a quando mi sono accorto che la mia gamba era ferita».

Bader e Nour verranno trasferiti – su richiesta del dottor Hamza dell’ospedale Al Quds – in un centro più attrezzato, sulla stessa ambulanza. Bader viene tranquillizzato, è solo la gamba, starà bene, forse.

Amar, Mahmour e Muhammad. Tre fratelli che giocavano incautamente fuori casa quando una bomba colpisce tutti e tre. Il più piccolo, Muhammad, non ce la fa, i fratellini lo guardano in lacrime un’ultima volta, gli chiudono gli occhi, lo accarezzano, gli puliscono il volto, su quella panchina rossa di un ospedale che non sembra affatto un ospedale. Fino a quando arriva la madre, sotto shock, prende il suo piccolo in braccio ed attraversa quartieri interi, per seppellire una vita rubata da ragioni sottese che mai giustificheranno nulla di tutto ciò.

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La piccola Aya, la bambina di otto anni ferita da un raid

Aya. Il suo video ha fatto il giro del mondo, è ricoperta anche lei di sangue che le cola da una ferita in testa. È piccola Aya, viene da Talbiseh, una cittadina a dieci chilometri da Homs, attaccata il 10 Ottobre con un ennesimo raid aereo dell’esercito di Assad. La sua casa è distrutta, le è crollata addosso. Ma grazie all’encomiabile lavoro dei volontari di Syria Charity, l’indomani può riabbracciare i suoi genitori ed i suoi tre fratellini, coi capelli legati da due fermaglietti e lo sguardo di chi a soli otto anni ha sconfitto un esercito intero.

Bana Alabed. Inizia a scrivere su Twitter assieme alla madre verso la fine di Settembre, quando l’offensiva si fa più cruenta. «Bombe, bombe, bombe… Non sapremo se moriremo stanotte, per favore pregate per noi» – «Gli aerei sono lontani, spero che sia passato» – «Continueremo a scrivervi». Ed alcuni giorni dopo twitta una foto coi suoi due piccoli fratellini: «Noi vivremo per sempre», seduti su un lettino, certamente non spensierati, ma sorridenti.

Alcuni giorni fa, un mortaio ha causato la morte di cinque bambini che stavano incamminandosi per andare a scuola. Attualmente, sono sei milioni e seicentomila gli sfollati interni, quattro milioni e ottocentomilarifugiati e circa quattrocentosettantamila i morti dal Marzo 2011 dall’ultimo rapporto del 2015 fornito dal Syrian Center for Policy Research. Tuttavia, nessun dato è certo e lo stesso OHCHR annunciò il 7 Gennaio 2014 che non avrebbe più proceduto ad alcun aggiornamento, a causa delle evidenti difficoltà che persino dall’interno si registrano nell’aver un quadro il più possibile nitido ed obiettivo. I dati forniti arrivano dal discusso SOHR, ma si guarda agli stessi con scetticismo e provvisorietà.

In un panorama di disastro e guerra, i caschi bianchi siriani, le organizzazioni internazionali e locali, i reporter, i medici e i siriani tutti si mobilitano per rendere più vitale una scena di morte. C’è chi coltiva le sue piante, vedendo in esse un simbolo di costruzione oltre la distruzione. Come le piante, così i bambini. Concludendo con le parole di De Mistura:

«C’è solo una cosa che non siamo pronti a fare: ed è restare passivi, rassegnarci a un’altra Srebrenica, a un altro Rwanda».

 

 

 

 


 

 

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About Barbara L. L. Maimone

COLLABORATRICE | Classe 1990, siciliana. È laureata in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Catania, con una tesi dal titolo: "Diritto e ambiente. Un'influenza reciproca?". Trasferitasi a Londra, è testarda, chiacchierona e amante dei carboidrati. Co-gestisce un blog contro gli stereotipi di genere. I diritti umani, le tematiche ambientali e la geopolitica sono fra i suoi maggiori interessi. Da cittadina del mondo, porta un po' d'Italia ovunque vada.

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