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Maschere e disincanto: l’identità nell’era dei social media

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<<Una realtà non ci fu data e non c’è, ma dobbiamo farcela noi, se vogliamo essere: e non sarà mai una per tutti, una per sempre, ma di continuo e infinitamente mutabile>>.

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Luigi Pirandello (1867-1936) fu un drammaturgo, scrittore e poeta italiano, insignito del Premio Nobel per la Letteratura nel 1934

Con queste parole, all’alba del secolo scorso, il siciliano Luigi Pirandello delineava i contorni di quella che i posteri avrebbero definito poi come la teoria del relativismo conoscitivo, dottrina che attesta come il nostro modo di vedere il mondo circostante dipenda nient’altro che dalla nostra forma mentis, quasi ogni immagine possa venire deformata dalle pieghe del nostro orizzonte mentale. Un simile sistema d’analisi consta di un eco oseremmo dire kantiano, eppure non serve discostarci eccessivamente dai confini nostrani per giungere ai primordi di una tipologia d’indagine che non si basi più sull’oggetto, imbevuto di proprietà obiettive, quanto piuttosto sul nostro modo di conoscerlo: anche con lo scrittore di Girgenti il focus tende a spostarsi dall’ente conoscibile al soggetto, rivelando come la realtà non sia univoca e di come essa assuma tante sfumature quanti sono gli intelletti che si accostano al suo svelamento.

Tale atteggiamento non è da riferirsi meramente al mondo esterno, ma anche a noi individui che, di individualità, abbiamo a quanto pare ben poco. Basterebbe difatti guardarci allo specchio, alla stregua di Vitangelo Moscarda, protagonista del sopraccitato romanzo, chiedendo poi a qualcuno di descriverci a sua volta, per scoprire come l’idea che talvolta elaboriamo di noi stessi non presenti necessariamente dei parallelismi con quella altrui. Ciò dimostra come la sagoma della nostra persona venga sovente tinteggiata a pennellate sempre dissimili e irregolari dagli occhi di chi ci osserva: siamo uno, nessuno e centomila.

Con l’avvento dei social media e vari ed eventuali, la possibilità di realizzare maschere funzionali volte all’occultamento della nostra identità ci viene servita su un piatto d’argento, al punto da avere sempre più raramente a che fare con il vero sostrato di un individuo e, sfortunatamente, sempre più frequentemente con l’involucro di illusorie parvenze che lo avvolge. Ciò non costituirà certamente cagion di stupore: anche i più restii ad ammetterlo, nel momento in cui si accostano a tali mezzi, sono destinati a subire le conseguenze derivanti da percezioni distorte che ad ogni piè sospinto si frappongono tra la nostra identità effettiva e quella fittizia che ci costruiamo online. L’era di internet, a questo punto, partorisce un nuovo tipo di maschera: quella virtuale.

Chissà se lo scrittore siciliano, Premio Nobel per la Letteratura nel lontano 1934, si sarebbe stupito nel constatare come il proprio pensiero – così inconsueto nella sua originalità – si sarebbe rivelato ad oggi essere stato profetico e, per noi, terribilmente attuale; ma è forse vero, come soleva affermare Friedrich Nietzsche, che certe cose sono destinate ad essere comprese nella loro grandezza solamente nel momento in cui divengono anacronistiche e il loro artefice scomparso. Il nome del filosofo d’origine tedesca ci torna utile anche per effettuare un breve excursus concernente le origini del concetto di maschera.

Ne La nascita della tragedia, esaminando il rapporto tra apollineo e dionisiaco, Nietzsche asserisce che quest’ultimo deriva nient’altro che dal nostro impulso vitale: dionisiaco è <<gettare lo sguardo nell’abisso>>, misurarsi con l’orrore dell’esistenza senza venirne afflitti. L’apollineo, al contrario, rispondendo alla nostra necessità di porre un ordine al disorganico fluire della vita e consistendo nello strenuo sforzo di interpretare la realtà nella quale siamo immersi mediante costruzioni mentali ben strutturate, diviene quindi una maschera che preserva l’uomo dal caos dell’esistenza. Qualora vi si addentrasse senza tale sostegno, egli proverebbe un sentimento di smarrimento e paura che altererebbe il regolare corso del suo quieto vivere. Lo scontro tra dionisiaco ed apollineo si gioca dunque su un terreno equamente diviso tra ratio e furor. Le motivazioni che risiedono dietro l’origine della maschera virtuale sono un po’ le medesime: trovandoci spesso dentro un orizzonte vitale difficile, costellato da dispiaceri e confusione, ci rincuora il potervi sfuggire per rifugiarci in una dimensione alternativa da modellare e schematizzare a nostro piacimento.

dipendenza-internetI legami interpersonali vengono così sintetizzati al ritmo di un clic, gli assensi diventano Mi piace e i giudizi commenti dal carattere enciclopedico, imbevuti di un nozionismo che la gente in realtà spesso non possiede, ma che acquisisce con un “copia e incolla” da Wikipedia durante la stesura dei suddetti.
Così, come il protagonista di un’ulteriore opera del genio pirandelliano, Mattia Pascal, cerca di evadere dalla forma impostagli dalla società, ottenendo asilo in un’identità fittizia che gli permetta di scostarsi dalle pressioni esterne, in egual maniera il prototipo di individuo moderno suole cercare una scappatoia in quel mondo virtuale che presenta i caratteri di un Eden in cui ha la facoltà di costruirsi, reinventarsi, attribuirsi pregi o difetti che invero non gli appartengono per natura, senza doverne dar conto o giustificazione.

Un po’ a tutti i cybernauti sarà capitato di erigere castelli di carte poi rovinosamente demoliti da una conoscenza più profonda, accurata e non virtuale, attorno a persone che, dietro ad uno schermo, avevano costruito una caricatura di se stesse per nulla forgiata sulla falsa riga delle proprie inclinazioni naturali, ma farcita di artifici e disillusioni. Quando capita poi che gli schermi si spengano, che il sipario cali ed il tutto inizi a giocarsi su un piano non più fatto di byte e mega, ma di gesti, sguardi, parole la cui efficacia non può essere sondata sul dizionario online di turno, il confronto può rivelarsi tremendamente deludente.

Forse che non sia in questo che risieda la radice del problema? Che nel momento in cui abusiamo di siffatti strumenti non ci rendiamo proprio conto di non far altro che costituire un cavallo di Troia di noi stessi? Assembliamo maschere ed armature attorno alla nostra persona, convinti che la fortezza del nostro essere sia inespugnabile, illudendoci di poter fuggire a lungo dall’impatto con il reale, quasi il velo di Maya posto come copertura del nostro sussistere fosse destinato a non squarciarsi mai.

Convinti di ingannare gli altri, in verità coloro che fuorviamo per primi siamo proprio noi stessi.  Eppure, prima o dopo, arriva il fatidico momento in cui il portatile e lo smartphone scompaiono, lasciando spazio ad uno spettacolo senza audience, caratterizzato dal più tragico dei finali: la realtà, nuda, cruda, senza espedienti o inganni, come in effetti è e non come appare o dovrebbe apparire.
Niente più foto pertanto, o filtri, ma semplicemente la purezza dell’essere lì dove si manifesta in uno sguardo, in un pensiero formulato sul momento e non soggetto ad elaborazioni, ma esposto con lucidità e perché no, anche con qualche intoppo. Azioni non più regolate da strategie di sorta, ma afflitte da emozioni che disintegrerebbero anche la maschera di miglior fattura, azioni alla cui semplicità e veridicità spesso preferiamo sostituire la sterilità di un computer o un cellulare, l’alienazione alla vera rivelazione di sé. E l’industria virtuale dal canto suo se ne compiace, potenziando piattaforme e dispositivi con espedienti che ne rendono l’utilizzo ancor più rapido e facilitato.

E noi? A noi tutto ciò sta bene, o meglio, così pare, perché ormai di cose che sono come appaiono ne sono rimaste ben poche: una specie quasi in via d’estinzione e che più sporadicamente ci proponiamo di preservare, sottostando ai convenevoli del virtual-system e immergendoci volontariamente nella baraonda di un processo di massificazione ed omologazione senza precedenti in cui smettiamo di essere persone e diveniamo indirizzi web, foto da scrutare, post, citazioni spesso riportate senza neanche chiedersi cosa vogliano dire, sconoscendone addirittura l’autore, il tutto probabilmente al semplice scopo di mostrarsi, puntare i riflettori su di sé in pochi minuti, o per mero e mediocre egocentrismo. Parvenze, simulazioni e niente più.

Lungi da me fare del becero moralismo, ma la vita, quella vera, dove sarà mai andata a finire?

 

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About Sara Campisi

REDATTRICE | Siracusana, innamorata della sua terra, classe 1996. Frequenta la triennale di Filosofia presso l'Università degli Studi di Bologna. Visionaria, irrimediabilmente e perennemente distratta, lettrice camaleontica con uno spiccato interesse per la fisica. Ama i viaggi, la musica classica ed il mare.

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