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Martin Scorsese: il regista degli antieroi

Pubblicato il Pubblicato in Costume e Società, Little Italy, Recenti

<<Che io mi ricordi, ho sempre voluto fare il gangster. Per me fare il gangster è sempre stato meglio che fare il Presidente degli Stati Uniti. Quando cominciai a bazzicare alla stazione dei taxi e a fare dei lavoretti dopo la scuola ho sentito che volevo essere dei loro. Fu là che capii che cosa significa far parte di un “gruppo”. Per me significava essere qualcuno in un quartiere pieno di gente che non era nessuno. “Loro” non erano mica come tutti gli altri, “loro” facevano quello che volevano, e nessuno chiamava mai la polizia. I ragazzi arrivavano in Cadillac e me le lasciavano parcheggiare. Giorno per giorno imparavo come si campava a sbafo, un dollaro qua un dollaro là. Vivevo come in un sogno>>.

(Henry Hill)

 

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Francesca Bux ©

Questa è sicuramente una delle frasi che più rappresenta la vita, la filosofia, la concezione dell’arte e del cinema di Martin Scorsese. Regista, sceneggiatore, produttore cinematografico nonché esponente della New Hollywood, è ovviamente ritenuto uno dei più grandi artisti della storia del cinema e Melbourne ha voluto celebrarlo con un’eclettica ed accattivante mostra all’ACMI, Australian Centre for the Moving Image. Da Taxi Driver, film del 1976 con protagonista uno straordinario Robert De Niro nel ruolo del ventiseienne ex marine Travis Bickle, a Quei bravi ragazzi – da cui è tratta la frase iniziale – passando per The Wolf of Wall Street e L’età dell’innocenza, sono gli antieroi a diventare i protagonisti di film che hanno nella morale una chiave interpretativa importante e innovativa.

Si può trattare di lupi, tassisti, macellai o tori scatenati: tutte le principali figure sono caratterizzate da quel senso di irrequietudine e deriva, nelle quali ognuno di noi si è trovato almeno una volta. Un gioco di equilibri tra la ribellione e l’accettazione, tra la via del peccato e quella della redenzione, in cui Scorsese riesce a mantenere una visione del caos chiara e definita, assumendone il controllo e rendendo ogni singolo fotogramma perfettamente comprensibile e senza possibilità di fraintendimento.

La mostra è organizzata in modo tale che chi decide di andare a curiosarci dentro venga immediatamente proiettato nel mondo del regista. Senza compromessi, definizioni o luoghi comuni. Benpensanti e facilmente impressionabili avranno un pochino di difficoltà durante quello che è molto più di un percorso tra fotografie, costumi di scena, sceneggiature, battute a macchina con correzioni a mano ai lati e pezzi di scenografie. Viene data la possibilità di far parte – almeno per un paio di ore – della collezione personale del regista, esplorandone le ispirazioni, le collaborazioni, i vari processi creativi del film – dalle polaroid per trovare le giuste luci e angolazioni di ripresa, ai disegni dei particolari delle scene e dei personaggi, i cosiddetti storyboard, fatti proprio dal regista in persona.

Si entra concretamente e direttamente in una famiglia, come da giusta e rispettabile tradizione siciliana. Ad accoglierti è la programmazione di The big shave, cortometraggio in 16 mm di cinque minuti del 1967, diretto da un giovanissimo venticinquenne Scorsese e che narra di un ragazzo giovane che si rade la barba fino a tagliarsi la gola. Con questi pochi minuti, Martin imposta già quelle che potrebbero esser definite le linee guida dei suoi lavori. Il montaggio rapido, veloce, fulmineo e l’utilzzo di sequenza splatter sono componenti indiscutibili e sempre presenti nei suoi lavori e qui vengono utilizzate in maniera inconfutabilmente evidente.

<<Vivendo nella Little Italy di Manhattan, si poteva scegliere fra diventare gangster o prete. Io avevo scelto la via religiosa, ma finii poi per diventare un regista>>.

Il connubio tra la mafia locale e la Chiesa Cattolica rappresenta infatti una costante in quella affiatata comunità newyorkese degli Anni ’40 e questo aspetto viene celebrato senza troppe velature nelle opere cinematografiche. Un grandissimo rispetto per le sue origini e per i suoi nonni, immigrati nel Nuovo Continente senza avere nulla e completamente insicuri del proprio futuro, ha portato alla realizzazione di Italoamericani, prima concreta parte della mostra. Una sezione dedicata agli aspetti familiari, in cui viene esposto questo film documentario in cui i protagonisti sono proprio Charles e Catherine Scorsese, ovvero i genitori del regista. È una ripresa semplice, fintamente pseudo-amatoriale, in cui viene raccontata la loro esperienza nella Grande Mela e durante la quale Catherine insegna a cucinare le polpette. Si parla di tutto,attorno alla tavola imbandita. Gli argomenti spaziano dalla fede alla famiglia, all’Italia del dopoguerra e le condizioni degli immigrati nostrani di quell’epoca, che rappresenteranno uno dei punti principali dei film.

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Francesca Bux ©

Amo molto quel senso di appartenenza e di rispetto che Scorsese ha nei confronti del nostro Paese. È qualcosa di sincero, che traspare dalle sue opere e dal tributo personale che dà ogni volta a Federico Fellini, ovvero colui che lo ha <<spinto verso il mio cinema>> e che è chiaramente presente anche in questa mostra, con poster e fotografie.

<<Ci sono pochi registi che hanno allargato il nostro modo di vedere e hanno completamente cambiato il modo in cui sperimentiamo questa forma d’arte. Fellini è uno di loro. Non basta chiamarlo regista, era un maestro>>.

Le passioni, le amicizie, i lavori sono costantemente presenti nelle altre due sezioni e così tra gli originali costumi indossati da Leonardo DiCaprio per le riprese di Gangs of New York – colossal quasi completamente girato nei grandiosi set di Cinecittà – alle scene del film The Aviator si arriva, quasi in punta di piedi per non volersi svegliare da tutto questo splendore, a trovarsi faccia a faccia con Hugo Cabret. Ovvero il primo film del regista in 3D, che scelse appositamente questa tecnica per dare una maggiore impronta di stile a questo lavoro tratto da un romanzo dal titolo La straordinaria invenzione di Hugo Cabret (2007) di Brian Selznick.

Da fan del regista, ho davvero apprezzato il fatto che abbia voluto condividere parti così fondamentali e talvolta private, facendoti in qualche modo entrare ben oltre quella che poteva essere solo una semplice raccolta espositiva, atta a celebrare uno dei più grandi registi del cinema internazionale.

Le parti di scenografia – dal ring del famoso film Toro scatenato, all’insegna Mean Streets – hanno trasformato la mostra in una piacevole passeggiata con un amico; le fotografie delle riprese ed i filmati della sua famiglia hanno regalato momenti di confidenza nei quali ti sembrava di esser a tu per tu con il regista. Dimenticando delle altre persone attorno a te. Il cinema deve molto a questo regista, che ha saputo introdurre e far capire alcune tecniche come la slow motion, i piani sequenza e l’inquadratura degli occhi, tipica dei film muti degli Anni ’20.

<<Non importa chi solleva obiezioni e a che cosa. Quello che importa è lo spirito con cui si fanno le cose. Anch’io mi lagno sempre: lagnarsi fa parte dell’intero procedimento. Se non mi lamento, vuol dire che non mi diverto!>>.

Mi sono divertita parecchio alla tua mostra, Martin. E avrei voluto fosse ancora più grande!

 

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Francesca Bux ©

 


 

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About Francesca Bux

COLLABORATRICE | Classe 1984, veneta ma con sangue pugliese, buddista. Esteta da sempre, amante dell'arte in ogni sua forma, della danza orientale e dell'Antica Roma. Appassionata di architettura, scultura, fotografia, fisica e motoristica. Malinconicamente nostalgica, nutre una forte passione per il teatro, il buon vino, gli scritti di Italo Calvino ed Oscar Wilde. Dichiaratamente nerd, è una mangiatrice esperta di biscotti. Attualmente vive in Australia, in attesa di decidere altre destinazioni.

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