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March Madness: il delirante Carnevale universitario

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Copertina del 2012 di “Sports Illustrated” che, con uno svettante Anthony Davis a dominare l’immagine, immortala perfettamente il variopinto mondo della festa che prende il nome di “March Madness”

Che Marzo sia il mese più pazzo dell’anno, è cosa risaputa. Non sono soltanto i detti popolari e la ben conosciuta instabilità del clima ad infonderci questa sicurezza. Per gli appassionati sportivi, Marzo si traduce in March Madness (lett. follia marzolina), il periodo della stagione più convulso, delirante e imprevedibile dello sport mondiale. Quello in cui nascono le leggende, le Cenerentole trovano i propri principi azzurri, i grandi del domani si scontrano per la prima volta con degli ostacoli non pronosticati.

Per i meno avvezzi alla materia, come potremmo spiegare la March Madness? Per attenerci alla mera cronaca potremmo semplicemente definirla come il torneo NCAA, il più importante torneo cestistico universitario al mondo, composto da 68 squadre, iniziato Martedì scorso con le First Four e che avrà il proprio termine con le Final Four che si terranno a Houston (Texas) dal 2 al 4 Aprile. Una tradizione che prosegue dal 1939, che però non trova soddisfazione nella semplice definizione di torneo.

La March Madness è molto di più: è un caleidoscopico Carnevale di squadre, colori, tifoserie e cori. E’ la trasposizione sportiva delle feste del Grande Gatsby, dalla durata di circa tre settimane, con la differenza che nessun invitato – in questo caso – è capace di tenere il regale distacco dalla mischia che invece era proprio del personaggio ideato da Francis Scott Fitzgerald. Ciascuno degli atenei invitati alla kermesse, ciascuno dei giocatori, ogni singolo tifoso è risucchiato dal fascino e dalla frenesia della manifestazione, senza mai perdere di vista l’obiettivo finale: il taglio delle retine dei canestri dell’arena in cui si disputa la finale, usanza riservata ai campioni, momento che affolla i sogni di milioni di appassionati in giro per il mondo. Il successo del torneo NCAA è un fenomeno sportivo difficile da decodificare: la pallacanestro giocata al college non è sicuramente spettacolare quanto quella prodotto al piano di sopra della NBA, con regole molto più stringenti. Spesso lenta, a volte con attacchi farraginosi, e poi non tutti gli americani sono andati al college, motivo per cui non sarebbe facile far presa sul pubblico. Allora per quale motivo produce questo livello di assuefazione nei propri osservatori? I motivi sono numerosi e spaziano tra il forte radicamento tra le università e i territori su cui sorgono, motivo per cui anche chi non abbia mai messo piede in un college è portato a tifare per le università del proprio territorio, e la curiosità di vedere i prossimi eroi della NBA alla prima esperienza fuori dalle High School.

Ma forse il segreto vero e proprio dell’interesse planetario sul college basketball risiede nella giovane età dei partecipanti. Non è un segreto che l’osservatore cerchi sempre di immedesimarsi nello spettacolo a cui assiste, dunque, quale spettacolo ha più presa su un pubblico eterogeneo come la trasposizione competitiva della gioventù? I ragazzi protagonisti del torneo hanno tutti un’età compresa tra i 18 e i 23 anni, sono al bivio delle proprie vite prima ancor prima delle proprie carriere, sono tutti rivestiti dell’irresistibile fascino che la gioventù dona: forti, affamati, determinati, speranzosi. Il torneo NCAA come metafora del passaggio tra l’infanzia e la maturità, la percezione che ciascuno di quei ragazzi sia un foglio bianco, la prima pagina di un romanzo sul quale il torneo NCAA potrebbe scrivere un inizio epico. Alcuni di quei ragazzi diventeranno giocatori ad ogni livello, altri svolgeranno professioni di qualsiasi genere, ma questo non conta, perché spesso questa seconda categoria sa incidere quanto la prima. Un altro segreto, neanche troppo ben celato, della manifestazione è l’epica degli underdog, degli sfavoriti che tengono incollati gli spettatori al teleschermo, l’essenza stessa del torneo NCAA. Giocatori inaspettati che decidono le partite, piccoli atenei che giungono in finale, storie di infanzie difficili spesso bagnate con la vittoria o fermate ad un passo dall’impresa: il torneo NCAA è un crogiolo di emozioni a cui si può accedere indipendentemente dalla classe sociale di appartenenza, dal livello di istruzione e dalla latitudine del mondo da cui lo si guarda.

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Benjamin Simmons (1996), ala australiana con chiare vocazioni da playmaker, alto 208 cm, sembra poter essere un giocatore dal sicuro avvenire in NBA, ma la sua LSU non è stata in grado di qualificarsi alla March Madness

Non è quindi una sorpresa assoluta che Ben Simmons, point forward delle Luisiana State University Tigers -giocatore di cui abbiamo già parlato, da moltissimi mesi ritenuto come futura stella NBA, nonché quasi sicura prima scelta assoluta al prossimo Draft – non sia presente al torneo: il talento da solo non basta a portare un’università tra le 68 grandi. Le 68 squadre vengono infatti selezionate in questo modo: vi accedono automaticamente le 32 vincitrici delle Conference in cui la NCAA si divide, poi le restanti 36 vengono selezionate con criteri a metà tra il merito della stagione in corso, la storia e il prestigio dei singoli atenei. Quest’anno le quattro favorite – stando alle prime posizioni assegnate dalla commissione – sono Oregon Fighting DucksVirginia Cavaliers, North Carolina Tar Heels ma soprattutto Kansas Jayhawks. Le quattro università appena citate dispongono di roster completi e profondi, storicamente un must delle squadre da titolo NCAA, ma i Jayhawks paiono davvero la squadra da battere alla luce delle sole quattro sconfitte stagionali.

Occhio alle sorprese però, perché (come detto) il torneo NCAA non smette mai di regalarci emozioni, quindi attenzione anche ai campioni uscenti decimati dagli infortuni dei Duke Blue Devils del leggendario coach Mike Krzyzewski (allenatore anche della Nazionale statunitense) e del dinamico duo composto dall’odiosissimo Grayson Allen e dalla mantide nera Brandon Ingram, alla talentuosissima ma acerba California di Ivan Rabb e Jaylen Brown, agli Oklahoma Sooners del miglior giocatore dell’anno Buddy Hield e ai Villanova Wildcats del “nostro” Ryan Arcidiacono.

I primi due turni del torneo hanno già portato numerose sorprese, tanto che tra gli addetti ai lavori si parla dell’avvio di torneo più sconvolgente di sempre. Basti citare due risultati su tutti: al primo turno sono stati eliminati i Michigan State Spartans del sensazionale swingman Denzel Valentine e del coach Tom Izzo, che al momento della stesura dell’articolo sembravano tra le favorite più credibili alle spalle del quartetto di testa e che invece hanno dovuto cedere alla piccola e semi-sconosciuta università di Middle Tennessee. Il secondo turno, invece, ha sancito l’eliminazione dei talentuosi Kentucky Wildcats, anch’essi da considerare tra i favoriti in virtù della guida dell’espertissimo coach italo-americano John Calipari, capace di raggiungere per ben sei volte le Final Four NCAA in carriera e portare a casa il titolo del 2012, ma costretto ad arrendersi in anticipo quest’anno per mano degli Indiana Hoosiers. Queste sorprese hanno segnato l’inizio dell’ennesimo delirante Carnevale targato NCAA, che ci terrà compagnia fino al 4 Aprile: tante storie stanno per essere scritte. Allacciate le cinture e lasciatevi travolgere dall’imprevedibilità del torneo universitario più bello del mondo, godetevi questa top 25 con le più grandi sorprese (upsets) della storia del basket collegiale.

E in attesa delle Final Four e dei prossimi underdog in attesa di consacrazione

Buon torneo NCAA a Tutti!

 

 

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About Jacopo Gramegna

REDATTORE | Classe 1996, ex cestista ed ex Parlamentare Regionale dei Giovani in Puglia, diplomato al Liceo Classico. Attualmente è studente di Giurisprudenza d'Impresa presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Divoratore instancabile di film e studioso di tattica sportiva, nutre una passione viscerale per i racconti che gravitano attorno ai campi da gioco. Si diletta in uno storytelling che possa far convergere le sue numerose anime. Primo Pianista per "NbaReligion.com".

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