Reihaneh Jabbari

Mai più altre Reyhaneh e Ghoncheh

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Reyḥāneh Jabbāri Malāyeri (1988-2014) è stata condannata a morte e giustiziata in Iran, il 25 Ottobre del 2014

La Repubblica Islamica dell’Iran manda a morire un’altra sua figlia. Nella notte del 24 Ottobre, la ventiseienne Reyhaneh Jabbari è stata impiccata. La sua colpa è quella di essersi difesa uccidendo chi stava tentando di abusare di lei cinque anni fa. L’Alto Commissario per i diritti umani ONU, organizzazioni internazionali come Amnesty International e Human Rights Watch hanno cercato strenuamente di convincere le autorità giudiziarie iraniane che il gesto della giovane donna è frutto della legittima difesa, ma la procura iraniana ha decretato che si è trattato di “omicidio premeditato”. Sì, ha proprio ragione. Reyhaneh stava pensando proprio ad un omicidio quando è andata a quello che lei credeva un colloquio di lavoro e invece si è ritrovata in un casolare con un uomo che anziché chiederle le sue qualificazioni in design ha iniziato a palparla, ha picchiarla e a calarsi i pantaloni. Secondo quest’ala ottusa, sorda e cieca dell’Iran ci sarebbe stata la scarcerazione solo se Reyhaneh avesse cambiato la sua deposizione, cioè se avesse detto che il suo aguzzino, un uomo a quanto pare coinvolto nei servizi segreti dell’Iran, non stava tentando di stuprarla. Non si sono nemmeno presi la briga di riflettere sul perché quell’uomo l’aveva condotta in un luogo totalmente inappropriato per un colloquio di lavoro, perché questa donna si sia autocostretta a macchiarsi di un delitto che di certo non era sulla sua agenda.

Reyhaneh non ha ceduto a questa indegna offerta, pur sapendo che sarebbe uscita dalla prigione di Teheran ottenendo il perdono della famiglia di colui che è stato fatto passare per vittima. Ma la vera vittima di questa triste e offensiva sentenza è questa ventiseienne, la cui reputazione è stata messa alla gogna  da parte di una società ipocrita e la cui vita è stata interrotta da un cappio alla gola. Non serve a niente la condanna da parte dell’Unione Europea o del Segretario Generale ONU, le sanzioni non fermeranno un ordinamento giuridico che prevede l’esclusione delle donne da tornei sportivi o eventi in cui è prevista la partecipazione maschile.

Infatti il rischio che queste donne percorrano la via della perdizione è cogente, possono circuire uomini dai sani principi etici o iniziare a fare progetti non conformi ai precetti di un Islam che, non lo stancherò mai di ripetere, viene interpretato nella maniera peggiore, cioè quella estrema e paradossale. La legge appena citata è stata applicata in occasione della World League, una competizione internazionale di pallavolo a cui l’Iran ha partecipato ottenendo discreti successi in campo, ma non sugli spalti. Le telecamere della Federazione Internazionale di Pallavolo hanno mostrato impietose i palazzetti iraniani costantemente privi del pubblico femminile. Le donne iraniane che oggi vivono in Italia hanno manifestato durante i match casalinghi con striscioni di protesta contro questa legge che discrimina le loro sorelle.

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Ghoncheh Ghavami (1989) è una studentessa iraniana nel Regno Unito

Ma c’è chi ha voluto mettere la propria faccia contro l’ordinamento iraniano. La venticinquenne anglo-iraniana Ghoncheh Ghavami, studentessa di legge a Londra, il 20 Giugno è andata a guardare il match Iran-Italia per tifare la sua nazione e lanciare anche una provocazione ad uno Stato che inizia a star stretto non solo ai giovani, ma anche a tante famiglie. Ghoncheh è da più di due mesi nella prigione di Evin: l’hanno tenuta in isolamento per i primi 41 giorni, senza nemmeno concederle il diritto di parlare con un avvocato. La famiglia ha lanciato un appello sui social network, affinché fosse lanciato un unico e grande coro di protesta e di richiesta di scarcerazione per una disposizione giuridica che sembra più un capriccio che un atto normativo. Ma sembra che a Teheran l’unica pagina web visitata è il blog Rich Kids of Teheran. Non stiamo parlando di ricchezza spirituale, ma di un’ostentazione di cabriolet, Rolex, articoli di lusso e una discreta quantità di ritocchini estetici. Chi posta queste foto non vive a Hollywood o ai Parioli, ma in quella Teheran che impicca gli omosessuali e le donne per adulterio o sette ragazzi che ballano sulle note di Happy di Pharrell Williams, in quella Iran in grave crisi economica e in cui 10 milioni di persone (su 77 milioni di iraniani) vivono al di sotto della soglia di povertà.

Un pugno nella piaga.  Uno schiaffo a tutti i blogger arrestati perché difendevano i diritti umani e i principi fondamentali che negli Stati democratici sono tutelati dal diritto costituzionale. In questo blog o fiera del cattivo gusto le ragazze si mostrano in abiti succinti e senza velo, i ragazzi si fanno fotografare orgogliosi con i loro mazzi di banconote o alla guida di macchine lussuose. Perché a questi ragazzi la giustizia iraniana non pone veti mentre a chi esprime il proprio dissenso arriva anche a torturarli? Perché questa ipocrisia?

So bene che è stato l’Occidente, con a capo USA e Gran Bretagna,  la loro brama di petrolio e denaro a rendere l’Iran quello che è oggi, cioè un Paese integralista e dittatoriale, ma non è una giustificazione per torture e pena di morte. I giovani iraniani coscienziosi chiedono un cambiamento, una maggiore moderazione religiosa, maggiori libertà e soprattutto un nuovo modo di educare soprattutto le generazioni maschili che verranno insegnando loro a trattare le donne sul loro stesso livello, a diventare politici illuminati dalla forza dei diritti per tutti.

Mi associo alla loro richiesta, perché non ci siano più altre Reyhaneh e Ghoncheh.

 

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About Giulia Masciavè

REDATTRICE | Classe 1994, pugliese, laureata in Studi Internazionali a Trento. Attualmente vive in Germania, con cui è stato amore a prima vista, un po' come con i Pink Floyd e i Coldplay. Non ama: sessisti, razzisti, omofobi, formaggio sulla pasta e cime di rapa. Difende la libertà di espressione, ma è consapevole che essa talvolta generi idee del cavolo.

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