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“Macbeth”: il potere tra schermo e teatro

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Justin Kurzel (1974) è un regista e sceneggiatore australiano

Il modo di operare di William Shakespeare è quello di un lavoro di scrittura sostanzialmente artigianale, fatto spesso di adattamenti di testi già scritti da altri (l’Amleto, la sua opera più celebre, è quasi sicuramente la ripresa di un precedente Amleto di Thomas Kyd). Anche Shakespeare attinge a fonti moderne, per esempio alle Chronicles di Raphael Holinshed, pubblicate nel 1577, che gli servono per gran parte delle sue histories, drammi storici su sovrani inglesi. Ma è con Macbeth (1605-1608) che Shakespeare inventa il suo primo grande personaggio femminile.

L’adattamento cinematografico che ha per protagonisti Michael Fassbender e Marion Cotillard è stato diretto dal regista australiano Justin Kurzel ed è stato presentato al Festival di Cannes 2015. I generali Macbeth (Michael Fassbender) e Banquo (Paddy Considine) sono reduci da una battaglia in cui si sono cinti di gloria, e incontrano tre streghe che salutano il primo quale <<Barone di Cawdor>> e futuro Re, e il secondo quale <<inferiore a Macbeth e più grande>>, che non sarà Re, ma sarà padre di Re. Poco dopo Macbeth è insignito dal proprio Re – per riconoscimento delle sue prodezze belliche – Barone di Cawdor. Banquo esercita un sano spirito critico rispetto alla maggiore eccitazione che si è impadronita invece di Macbeth, il quale pensa che, se le streghe hanno centrato sulla prima parte delle profezia, forse potrebbero avere ragione anche sulla seconda parte. Le streghe hanno detto solo delle verità parziali, minori, per tentare l’uomo, per metterlo alla prova. Macbeth è la storia di una tentazione dell’anima: si tratta di vedere fin dove osa spingersi lo spirito umano, abbagliato dal sogno di diventare re. Nella versione in lingua originale del film non si dice propriamente tentazione, si usa il termine suggestion, suggerimento, proposta: che, come tale, può essere accolta o respinta. Lo stesso Macbeth è consapevole della qualità ambigua della profezia: <<Questa sollecitazione soprannaturale non può essere cattiva, non può essere buona>>.

Con la straordinaria abilità di regista cinematografico, Kurzel porta sulla scena questo eroe tragico, il demone che vede nell’assassinio l’unica via per la propria realizzazione, ma che contemporaneamente prova rimorso pur essendo incapace di pentimento. Michael Fassbender, che ci regala un’interpretazione forte, intensa, con il grande pregio di non dare risposte, ma di suscitare domande ed indurci a riflettere. L’attore irlandese è magistrale nel muoversi nel gioco delle rifrazioni, riuscendo così a dare corpo a quelle che non sono solo le ambiguità del personaggio, ma della vicenda stessa. Macbeth ha una moglie, questo è il problema. O meglio, il problema di Macbeth è di essere un uomo senza desiderio, il suo desiderio è il desiderio della moglie. Sente il bisogno di farsi precedere da una lettera alla consorte, in cui le racconta ciò che è avvenuto. Se Macbeth sarà Re, lo sarà per la grandezza della Regina, per la gloria di lei, prima ancora che sua. La monarchia sarà una diarchia. Naturalmente c’è una riserva mentale in Macbeth: che non vuole agire, non vuole muoversi, non vuole battersi per diventare Re, ma che – scrivendo la lettera – delega alla moglie la eventuale scelta di intervenire, di operare per secondare gli eventi. Il messaggio scritto vale a conservare una distanza, spaziale ed esistenziale, fra i due. Macbeth si conosce perfettamente nella sua viltà caratteriale: non vuole deliberare, non vuole assumersi la responsabilità.

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Michael Fassbender (1977) e Marion Cotillard (1975), nei ruoli di Macbeth e Lady Macbeth

Il Macbeth interpretato da Fassbender è più che una proiezione psicologica. Non è da ciò che traspare dalla recitazione che l’attore rivela il personaggio, bensì da una naturale vocazione a permettere ad ogni altro nel film di estendere, attraverso di lui, le proprie azioni ed emozioni, sino a farle sconfinare in luoghi inediti, trasformandone le tonalità e restituendole con effetti diversi, amplificati. E Marion Cotillard interpreta una Lady Macbeth dal viso angelico e l’animo corrotto la cui maternità frustrata si trasforma in brama di potere, e che fa leva proprio su quell’impulso materno (e sulla sua sensualità) per manovrare il coniuge come un pupazzo. Fra le poche prese di posizione autoriali di Kurzel, ci sono la trasformazione visiva di quel materno in mariano nella scena in cui Lady Macbeth cede ai sensi di colpa per le proprie mani sporche di sangue e l’inquadratura in cui Macbeth punta un coltello contro il ventre della moglie, identificandovi la fonte primaria dei suoi guai. Lady vuole versare il suo coraggio nell’orecchio di Macbeth per regnare insieme a lui. C’è un profilo maschile di Lady che è del tutto evidente, pienamente confessato dal personaggio medesimo, che così parla a se stessa: <<Toglietemi il sesso e riempitemi tutta dalla testa ai piedi della più spietata crudeltà>>.

Corpi, stremati e infreddoliti, il corpo “guerriero” di Macbeth, corpi di adolescenti imberbi; il corpo dolente e sfracellato di Re Duncan e quello esile e regale di Lady Macbeth. Corpi spezzettati, frammentati dalla macchina da presa che ossessivamente li tallona, li bracca: occhi smarriti nell’assenza, visi infreddoliti e attoniti, mani sporche di sangue. Visi in primo piano, visi dolorosi interroganti lo spettatore e il mondo, in una continua sineddoche di grande forza espressiva. Una fenomenologia veloce, fisica si dipana davanti agli occhi e fa della concretezza uno degli elementi visivi portanti, che colpiscono di più nel film di Kurzel. Il rosso è il colore dominante nel finale dl film, che lascia con l’immagine di una Scozia imbrattata di quello stesso sangue <<che torna sempre ad infettar colui che l’ha insegnato>>. Il rosso diventa così il colore simbolico della riflessione e della presa di coscienza, il luogo del confronto drammatico con la propria coscienza. Lungi dall’essere il luogo della ribellione e di una possibile liberazione il rosso-sangue diventa un elemento in cui si consuma il dramma ultimo, ove i personaggi sono costretti a confrontarsi con se stessi e interrogarsi sul senso della propria esistenza. Una metafora del teatro attraversa la mente di Macbeth, che rinuncia però <<a recitare la parte dello sciocco romano>> che, sconfitto, si getta sulla propria spada.

Nella consapevolezza piena e assoluta della insensatezza della vita, Macbeth intende morire come è sempre vissuto, da combattente: <<Finché vedo dei vivi, le ferite si adattano meglio a loro>>.

 

 

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About Enrico Riccardo Montone

REDATTORE | Classe 1993, laureato in Comunicazione. Amante del cinema, è recensore di film. Cresciuto a pane e Stanley Kubrick, miscelati al culto per Federico Fellini, si impegna in iniziative ambientali. Nel 2014 ha scritto il libro "A ciascuno il suo cinema".

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