Members of left wing parties burn a European Union flag during a protest in the northern Greek port city of Thessaloniki, Sunday, June 28, 2015.Greek Prime Minister Alexis Tsipras says the Bank of Greece has recommended that banks remain closed and restrictions be imposed on transactions, after the European Central Bank didn't increase the amount of emergency liquidity the lenders can access from the central bank. (ANSA/AP Photo/Giannis Papanikos)

L’Unione Europea dopo la “Brexit”, agli occhi di una convinta europeista

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David Cameron (1966) accetta il risultato della “Brexit”: il Regno Unito si prepara a lasciare l’Unione Europea

La Brexit ha squarciato il velo di Maya e i convinti europeisti come me sono stati costretti a guardare in faccia alcuni dati di fatto che per anni, però, avevamo già davanti agli occhi: la popolazione non comprende l’Unione Europea e, soprattutto, il progetto europeo non è riuscito a legittimarsi politicamente agli occhi dei cittadini. Per anni si è parlato di euro-scetticismo, di disaffezione della popolazione alla politica, di deficit democratico, di burocratizzazione dell’UE. Non solo, per anni abbiamo avuto di fronte il fatto che l’Unione Europea stia affrontando diverse crisi che stanno sfidando i pilastri alla sua base. E ora mi chiedo: come abbiamo fatto a non vedere arrivare la Brexit? Come abbiamo potuto lasciare che la gente si chiedesse cosa fosse l’UE solamente DOPO il referendum?

Fino agli Anni Duemilail concetto di euro-scetticismo è stato abbastanza semplificato come politica di opposizione. Molti accademici hanno fatto riferimento al fatto che non venisse nemmeno presa in considerazione la necessità di doverlo definire in sede scientifica, figurarsi in quella mediatica. Anche oggi, il mondo accademico fatica a superare la definizione proposta da Paul Taggart e Aleks Szczerbiak nel 2002, che è stata però sottoposta a forti critiche e si riferiva ad un contesto molto diverso da quello attuale. La semplificazione del concetto di euro-scetticismo è un sintomo del fatto che vengano semplificati anche il fenomeno stesso e le sue cause. Insomma, non viene preso sul serio. Viene dato per scontato che la popolazione supporti il progetto europeo e, se così non fosse, la causa viene ritrovata nell’ignoranza della gente nelle questioni europee. Un’ignoranza di fondo è innegabile, ma è abbastanza per spiegare la Brexit o il risultato delle elezioni del 2014? E di chi è la responsabilità di questa ignoranza, della popolazione disinteressata e disinformata o di chi queste questioni dovrebbe spiegarle e giustificarle agli occhi dei cittadini ma fallisce? E quale ruolo dovrebbero avere gli europeisti in tutto questo? Perché le nostre argomentazioni convincono meno di quelle euro-scettiche?

La complessità dell’Unione Europea, in termini di struttura, processi e sviluppi futuri, rende molto difficile valutare oggettivamente costi e benefici dell’integrazione e delle sue politiche. Per questo, il dibattito sull’UE è colorato dall’ideologia. Nel contesto della Brexit, la retorica legata al Remain è stata principalmente di due tipi: o estremamente vuota, idealista e lontana dalla popolazione (la pace, la democrazia) o estremamente catastrofista (della serie, votate quello che volete, ma se poi il Regno Unito va in rovina è colpa vostra perché noi ve l’avevamo detto). Il risultato è stato che nessuna delle due strategie è riuscita a convincere molti, perché non parlava a chi i risultati degli errori commessi dalle élite nazionali ed europee li vive nella vita quotidiana. Eppure i problemi di fondo dell’Unione e di questo mondo globalizzato ci sono e non dovrebbero più taciuti, neanche dagli europeisti. Al contrario, chi crede in questo progetto dovrebbe essere il primo a fare critiche costruttive, per almeno due ragioni: innanzitutto per rafforzarlo, e poi per rendersi avversari leali e rispettabili agli occhi di chi in questo progetto non ci crede. Ok che molti hanno votato per lasciare l’UE perché non pensavano che avrebbero vinto, ok che tanti si sono pentiti… resta il fatto che il Leave ha vinto e questo è un dato di fatto su cui penso si debba riflettere.

Allo stesso tempo, è necessario stare attenti a non cadere nell’errore opposto, ovvero nel fare critiche vuote, puntare il dito contro le istituzioni e le élite per gli errori commessi senza conoscere il contesto e le motivazioni che hanno spinto a fare determinate scelte e senza fornire una possibile migliore alternativa. Il complicato meccanismo di elaborazione ed implementazione delle norme europee ci impedisce di determinare chi detenga le responsabilità di un errore che si ripercuote sui cittadini. È quindi molto facile additare l’istituzione più lontana, l’UE, nonostante questa non abbia piena autonomia di decisione ed esecuzione delle politiche: il processo che va dalla proposta di una legge alla sua applicazione vede l’intervento di numerosi attori a livello europeo, nazionale e locale (dal commissario al Primo Ministro, dal ricercatore del centro di ricerca all’attivista, dalla Regione al Comune). L’Unione Europea va nella direzione verso la quale questi la dirigono. Ritenerla la sola responsabile di un errore è semplicistico, perché le decisioni tendono a essere il risultato di lunghe negoziazioni. Inoltre, spesso le colpe che vengono fatte ricadere sull’Unione hanno in realtà radici molto più profonde. Ad esempio, le ragioni della crisi economica da cui l’Italia fatica a rialzarsi vengono spesso individuate nella moneta unica quando, in realtà, sono molteplici e spesso rintracciate nel tessuto sociale, economico e culturale dell’Italia stessa. Su questo argomento, una voce interessante è quella del prof. Luigi Zingales, che se da una parte indica i limiti dell’euro e dell’austerità fiscale (che l’Italia ha sottoscritto), dall’altra individua nell’incapacità di aumentare la produttività e in altri fattori endogeni all’economia italiana le ragioni che nel lungo periodo impediscono all’Italia di riprendersi.

Qual è, dunque, il dovere di noi europeisti in questa Unione Europea in crisi? Primo, il dovere di accettare che esistono modalità varie di sentirsi europei, tutte ugualmente valide e degne di essere ascoltate. Perché, forse, la migliore non è ancora stata proposta. Secondo, il dovere di prendere atto che l’euro-scetticismo ha alla sua base dei fattori che non possono essere più ignorati, sottovalutati o semplicemente snobbati come irrazionali. Alcuni possono essere il fatto che le aspettative che la popolazione aveva sull’UE nella vita di tutti i giorni sono state deluse; il fatto che quest’ultima indebolisce il sistema partitico nazionale senza offrire alternative a livello europeo; il fatto che sia fallito il tentativo di riformare l’Europa attraverso una costituzione che, invece di limitarsi a definire le regole del gioco comunitario, elencasse anche i principi e i valori che ci permettano di identificarci come europei. Terzo, il dovere di costruire una retorica più matura, che dica i fatti come stanno: ammettere gli errori dell’Unione Europea quando ci sono, esprimere i disagi che la popolazione vive senza nasconderli, ma anche spiegare – in termini concreti – le decisioni prese, il loro contesto e le loro motivazioni.

E, soprattutto, il dovere di mettersi in gioco, di esprimersi, di appassionarci, di farci sentire, di non rimanere in disparte ma, al contrario, di essere parte di quella cittadinanza attiva che fa la differenza nel processo decisionale locale, nazionale ed europeo.

Per riuscire a cambiare ciò che non va e salvare ciò che non possiamo permetterci di perdere.

 

tusk

 


 

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About Giada Negri

REDATTRICE | Classe 1994, lombarda, studia Msc. Eurasian political economics and energy presso il King's College di Londra. E' un'irrimediabile ottimista e una convinta europeista. Appassionata di geopolitica, ama conoscere nuove culture attraverso le storie della gente.

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