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L’ultimo mese di Barack Obama

Pubblicato il Pubblicato in Politica ed Economia, Recenti, Sguardo sul Mondo

Honolulu, 4 Agosto 1961

** FILE ** This 1960's photo provided by the presidential campaign of Sen. Barack Obama, D-Ill., shows Obama with his mother Stanley Ann Dunham. The Kansas-born mother, the Kenyan-born father, Barack Obama Sr., met at the University of Hawaii. They married, and Barack, "blessed" in Arabic, was born on Aug. 4, 1961. (AP Photo/Obama Presidential Campaign) ** FOR EDITORIAL USE ONLY, NO SALES **
Il piccolo Barack Obama (1961) in compagnia della madre Stanley Ann Dunham (1942-1995) e del padre Barack Obama, Sr. (1936-1982)

Una ragazza del Kansas si trovava al Kapi’olani Medical Center for Women & Children: il suo nome era Stanley Ann Dunham, dalle origini inglesi e tedesche. La giovane studentessa era in dolce attesa: dalle calde e gentili sponde delle Isole Hawaii nasceva Barack Hussein Obama. Il padre, un ventitreenne keniano – di nome Barack Obama, Sr. aveva sposato la sua compagna di studi il 2 Febbraio dello stesso anno. Ma quel che potrebbe apparire come un tenero quadretto familiare, nasconde una realtà ben diversa: la giovane madre abbandonò gli studi per accudire Barack, mentre il prodigioso padre (primo africano ad esser ammesso all’Università delle Hawaii) nel 1962 coronò il suo sogno di studiare presso la celebre Università di Harvard, trasferendosi a Cambridge (Massachusetts). Poi, la triste rivelazione: Ann scoprì che suo marito era già sposato. La giovane donna – col primo nome da uomo, Stanley, poiché il padre aveva tanto sperato in un figlio maschio – decise, quindi, di seguire un nuovo amore: l’indonesiano Lolo Saetoro. Il piccolo Barack frequentò la scuola elementare nell’esotica Giacarta e ricevette una sorellastra di nome Maya Soetoro-Ng. Ma la vita nel Paese con la più alta densità di musulmani al mondo non era semplice, specie se nel bel mezzo di una dittatura sanguinolenta capitanata dal militare Haji Mohammad Suharto. Così, lasciarono l’Indonesia ed Ann decise di ributtarsi a capofitto negli studi traslocando a Seattle (Stato di Washington), iscrivendosi presso l’Università di Washington. A questo punto, nella vita della donna non c’era più spazio per il piccolo Barack che tornò a vivere ad Honolulu, inizialmente accudito dai nonni materni Stanley Dunham Madelyn Payne Dunham. Nel Gennaio del 1964, i genitori ottennero il divorzio. Il padre tornò in Kenya ormai indipendente dal Regno Unito con la sua terza moglie, facendo visita al figlio soltanto dieci anni dopo (1971), per poi morire in un incidente stradale nel 1982.

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Il matrimonio tra Barack Obama e Michelle Robinson – 3 Ottobre 1992

I primi anni di vita di Barack, quindi, non sono quelli che un bambino sognerebbe sotto le coperte: assenza dei genitori, svariati traslochi da un Continente all’altro, poco affetto. Tuttavia, il giovane statunitense dimostrò del potenziale; alla Punahou High School prendeva ottimi voti, diplomandosi nel 1979. Ma si sa, certe volte è faticoso imbavagliare le voci nella propria testa. L’adolescente Barack era costernato, le domande sul suo passato e sul significato della sua esistenza lo assillavano puntualmente. Nel disperato tentativo di gettarle fuori, fece utilizzo di marijuana e cocaina: «Il (mio) più grosso fallimento morale»dichiarerà lui stesso nel 2008.

Dopo il liceo, si iscrisse all’Occidental College di Los Angeles (California) per poi preferire la Columbia University, ove si laureò in Scienze Politiche nel 1983 con una specializzazione in International Relations. Successivamente, lavorò presso la Business International Corporation e poi il trasferimento a Chicago. Fino al 1988, anno in cui un Barack insaziabile e quasi trentenne sbarcò ad Harvard per studiare Giurisprudenza. Nel 1989, durante uno stage estivo presso lo studio legale Sidley Austin di Chicago, conobbe una ragazza di nome Michelle Robinson (1964), anch’ella studentessa nella sua stessa università. I due si incontrarono per un pranzo di lavoro, fino a quando iniziarono ad incuriosirsi l’un l’altra: il loro primo appuntamento si svolse al cinema, guardando insieme il film Fa’ la cosa giusta (1989) del regista e scrittore statunitense Spike Lee. Nel 1990 divenne il primo Presidente afroamericano della celebre rivista Harvard Law Review. Completò gli studi di Giurisprudenza nel 1991 e i due, infine, si unirono in matrimonio il 3 Ottobre del 1992. Poco più tardi, Barack intraprese la carriera forense, lavorando come avvocato e specializzandosi nella difesa dei diritti civili e del diritto al voto. Nel 1993 divenne professore di Diritto Costituzionale presso l’Università di Chicago (ruolo che ricoprirà fino al 2004).

 

  • LA POLITICA IRROMPE NELLA VITA DI BARACK OBAMA

Ma il 1992 non è un anno cruciale soltanto dal punto di vista familiare: per la prima volta Obama si accostò alla politica, appoggiando il candidato Bill Clinton nella corsa per The White House. Da lì in poi, il suo impegno diverrà sempre più costante. Nel 1996 fu eletto senatore nell’Illinois, promuovendo leggi a favore dell’introduzione di sgravi fiscali per i nuclei familiari a basso reddito, il sostegno dei cittadini che non potevano usufruire di un’assicurazione sanitaria, normative per la prevenzione dell’AIDS e una maggiore assistenza a coloro che erano stati colpiti dal virus. I suoi sforzi volti al benessere della collettività, le sue idee liberal-progressiste (New Democrats) e la sua militanza nel Democratic Party faranno di Barack un politico lucido e attento alle dinamiche del nostro tempo, riuscendo ad impostare numerose e frequenti coalizioni bipartisan. Anche se, ovviamente, le sconfitte vengono riservate a tutti: come quella che un certo Bobby Rush (1946) gli riservò nel 2000 per la nomina alla Camera dei Rappresentanti, uno dei due rami del Congresso degli USA. Poco male: nel 2002 approdò alla Camera senza rivali. Ma Barack voleva di più, e sapeva di poterlo ottenere.

Nel 2004 si presentò l’occasione giusta: il Senato, organo federale che negli USA gode di alcuni poteri esclusivi rispetto alla Camera, formato da cento senatori (di cui due per ogni singolo Stato confederato). Nell’Illinois si liberò un posto. Il primo scoglio era la candidatura tra i democrats: occorreva battere Blair Hull (1942) e Dan W. Hynes (1968). Tra uno scandalo di qua ed un’azzeccata campagna elettorale di là, Barack si aggiudicò le primarie. Iniziava la seconda fase del match: superare i republicans, rappresentati dal banchiere Jack Ryan (1959). Un giovane rampante, forse anche troppo: venne fuori che anni prima aveva costretto la moglie a recarsi in vari sex club, per consumare rapporti sessuali in pubblico. Vacillati l’integrità morale e il mass appeal del suo avversario, per Obama divenne tutto più semplice. Alla fine, i repubblicani virarono per Alan Keyes: due afroamericani per la corsa al Senato, una cosa che non si vede tutti i giorni. Il 2 Novembre del 2004, Barack trionfò con il 70%, annichilendo il 27% ottenuto dall’avversario.

 

 

Obama fu membro di quattro commissioni in Senato e, secondo la rivista settimanale TIME, era «uno dei più ammirati politici in America». Rivestì tale ruolo per i successivi quattro anni, fino al 16 Novembre 2008. In due legislature (109ª e la 110ª) produsse oltre centocinquanta ddl e risoluzioni, una più di tutte: la Strengthening Transparency and Accountability in Federal Spending Act, ossia la legge sulla trasparenza dei fondi federali redatta insieme al conservatore e medico Tom Coburn (1948).

 

  • LA PRESIDENZA DEGLI STATI UNITI
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Barack Obama ottiene la nomination alla “Democratic National Convention” di Denver (Colorado) – 28 Agosto 2008

Anno 2007, da tempo serpeggianti voci di corridoio sussurravano un’evenienza non così remota: la candidatura dell’afroamericano, originario di Honolulu, alla presidenza degli USA. Dopo varie smentite e doverose riflessioni, l’annuncio ufficiale arrivò il 10 Febbraio 2007. Il 3 Giugno 2008 si concluse l’iter tra i democratici: la vittoria nel Montana consegnò definitivamente il quorum a Barack, ai danni di Hillary Clinton (1947), senatrice nonché ex First Lady degli Stati Uniti. Come di consueto, il Paese si preparava al ranch finale: la corsa per la Casa Bianca l’avrebbe condivisa con John McCain (1936), sconfitto nel 2000 da George W. Bush nelle primarie repubblicane e che al secondo tentativo, invece, è riuscito ad avere la meglio su Rudolph Giuliani (1944) e Mitt Romney (1947).

Infine, il 4 Novembre 2008 Barack Obama vinse le elezioni presidenziali, sconfiggendo il repubblicano con il 52,9% (pari a 69.498.516 voti). Divenne quindi il primo Presidente afroamericano alla guida degli Stati Uniti, realizzando i sogni e onorando gli sforzi di un’America multietnica, coesa ed egualitaria. Proprio come auspicavano i padri fondatori nel XVIII secolo, tra cui George Washington (17321799), agli arbori di una Nazione in fieri ed impegnata nella sua genesi evolutiva.

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Una mappa dell’Electoral College statunitense, durante le Elezioni Presidenziali del 2008 che ha visto prevalere il democratico Barack Obama sul repubblicano John McCain

Obama si insediò ufficialmente il 20 Gennaio 2009 presso l’United States Capitol, succedendo a Bush Junior. Il compito si rivelò arduo, se consideriamo la fase di recessione che coinvolse gli USA e l’intero globo. Le volontà presidenziali di Barack incisero considerevolmente sulla società e l’economia statunitense: profondi mutamenti sulla politica fiscale, sulla trasparenza degli/dei enti/fondi governativi, sul sistema sanitario (il celebre ObamaCare). Se da un lato ebbe il (grande) merito di riuscire a tirar fuori gli USA da una crisi paragonabile soltanto a quella del ’29 – “stampando moneta” ed avvalorandosi del dollaro come valuta di riserva mondiale, solvendo i debiti con un intervento “diretto” della politica sul sistema finanziario – in un lasso di tempo relativamente breve e non imitando il concetto di austerity approntato in Europa, dall’altro sembrerebbe che l’ideatore del Yes We Can non sia riuscito in toto nei suoi intenti, neanche con la riconferma del secondo mandato nel 2012.

 

  • IL MONDO DOPO BARACK OBAMA

 

 

Cosa ci lascia in eredità la Presidenza Obama? Una bella domanda. Il Premio Nobel per la Pace nel 2009 si è certamente prodigato per la solidità interna e il rafforzamento della diplomazia nella comunità internazionale. La sua bravura, il suo attaccamento alla famiglia (mood americano), il suo carisma, la sua simpatia e – perché no – la sua leggerezza hanno giovato ai cittadini statunitensi e agli abitanti del pianeta. Ma sicuramente, il presagio sul futuro ci delinea un mondo molto più insicuro.

Hillary Clinton and Donald Trump are tightening their grips on the Democratic and Republican presidential nominations.
Da sinistra verso destra: Donald J. Trump (1946) e Hillary Clinton (1947), candidati alla Presidenza degli Stati Uniti

L’unipolarismo egemonico statunitense misto ad una mancanza di complicità con il leader del Cremlino, Vladimir Putin, hanno contribuito a questa situazione. Se in politica estera Obama predilige il dialogo ed un atteggiamento solitamente cauto, Putin è un forte simpatizzante dell’azione e delle maniere forti: diametralmente opposti, insomma. Se poi consideriamo gli (ormai abituali) scandali di spionaggio degli USA nei confronti dei suoi Paesi alleati, la costante visione geopolitica di spartizione del mondo e gestione dei confini tra NATO e Russia, l’accrescimento del BRICS e l’esigenza di un rinnovamento della strategia geopolitica per il libero mercato con l’Atlantico (TTIP) e il Pacifico (TPP), la conduzione cieca ed individualista delle operazioni in Libia durante la caduta del dittatore Mu’ammar Gheddafi, i taciti accordi con l’Arabia Saudita, le evidenti difficoltà riscontrate nel contrasto alla vendita di armi (negli USA e nel mondo), il rifiorire del razzismo per le strade americane (alquanto paradossale e, per lui stesso, sconfortante), la precaria previsione sul presente/futuro del Medio Oriente (e sul nuovo concetto di guerra in voga nel Terzo Millennio), l’aver sottovalutato l’espansione militare-mediatica dell’ISIS e l’ipocrisia di fondo che ogni giorno legittima l’esistenza del terrorismo, il quadro si fa più complicato.

Senza contare che nei prossimi anni la Cina supererà – in tutta probabilità – il PIL americano o ancora le derive populiste (l’Unione Europea ne sa qualcosa), la nascita delle moderne democrazie autoritarie (chiedere a Russia e Turchia), l’inefficacia sempre più frequente dell’ONU, le questioni IranCorea del Nord e l’annoso problema della bomba atomica, l’immigrazione senza precedenti (che coinvolge e coinvolgerà per molti anni ancora il Continente Africano), il riscaldamento globale. Problemi con cui dovranno fare i conti Hillary Clinton e il magnate newyorkese Donald J. Trump (1946) a partire dal prossimo 8 Novembre (insediamento escluso, ovviamente, che avverrà il prossimo Gennaio), il giorno in cui conosceremo il successore del 44° Presidente degli USA. Con l’auspicio che, secondo la teoria del male minore, possa spuntarla colei che diverrebbe la prima donna investita di un ruolo così prestigioso.

La vita e la carriera politica di Obama sono contraddistinte, come ciascuno di noi, da alti e bassi. Da pregi e difetti, da onori ed oneri. Se al termine del 2016 qualcuno ritiene che in fondo la sua presenza in questi anni non sia stata così determinante, basta chiedersi «come sarebbe stato il mondo senza Obama, in un periodo storico così delicato?». Molti di noi risponderebbero: «sicuramente peggiore».

«Ho scelto di fare il Presidente solo perché non potevo essere Bruce Springsteen».

Thanks for all, Barack.

 

 

 


 

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