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La lotta solitaria di Kobane

Pubblicato il Pubblicato in Politica ed Economia, Recenti, Sguardo sul Mondo

Lunedì scorso, su PiazzaPulita, è stato trasmesso un reportage realizzato da Formigli, giornalista nonché conduttore del programma. Elmetto in testa, la voce sicura, tradita solo per qualche secondo dallo sgomento e dalla paura dinanzi alla realtà che aveva di fronte a lui, perché Kobane non è certo un paesaggio da cartolina, una città su cui i siti turistici offrono proposte allettanti per passare un piacevole periodo di vacanze.

 

 

Nessuno cammina per le strade di questa cittadina siriana, non si vedono bambini giocare a palla nelle piazze o andare a scuola con lo zaino in spalla, nessun gruppo di anziani discutere sul raccolto annuale. Sono tutti fuggiti da Kobane, adesso vivono in campi profughi o affrontano le rotte mortali del Mediterraneo con la speranza di trovare accoglienza e rifugio in Paesi come Italia, Germania o Francia. Sono diventati la merce su cui il clan Carminati guadagnava, come ricorda Formigli, soldi più facili di una partita truccata o di un traffico di droga e nello stesso tempo a Roma c’è chi grida contro questi uomini e queste donne che prima della guerra una casa ce l’avevano e che di certo non pensavano di essere costretti ad abbandonarla. A Kobane non si sentono più i profumi provenienti dalle cucine casalinghe o dei ristoranti, ogni rito religioso è stato interrotto, i libri di preghiera sono sparsi tra le macerie di chiese e moschee distrutte dalle bombe dell’ISIS. Negli articoli della stampa o nei servizi dei telegiornali l’immagine che ci viene proposta è quella degli uomini neri che invocano il Corano, dei cacciatori di occidentali, dei boia senza scrupoli che tagliano le teste dei giornalisti o dei cooperanti perché volevano inviare un messaggio in grande stile ai leader mondiali, Obama in primis. Sono uomini violenti, dovunque sono giunti nel loro viaggetto spirituale non hanno di certo applicato la filosofia del “Mangia, prega, ama”, piuttosto quella del “Violenta, prega, odia”. Hanno iniziato a perseguitare la minoranza cristiana che risiedeva a Nord dell’Iraq, o si convertivano al loro concetto estremista di Islam oppure arrivederci e tante fosse comuni per voi.

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Stato Islamico dell’Iraq e della Grande Siria (ISIS)

La comunità internazionale si interroga su come agire nei confronti di questa organizzazione anti-sistema, il dialogo era ed è fuori discussione, il fatto che essa sia un prodotto della fallimentare campagna bellica di Bush contro gli “Stati canaglia” come l’Iraq deve aver rappresentato una consapevolezza tanto imbarazzante quanto dotata di deterrenza verso ogni probabile tavolo delle trattative. Siamo dinanzi ad una contrapposizione che non è quella USA versus URSS, certamente ideologica ma anche volta ad affermare una delle due come prima tra le potenze mondiali; questa volta è uno scontro tra Stati riconosciuti dal sistema internazionale e uno Stato, quello islamico, che si è creato attraverso l’esercizio della violenza, la violazione dei diritti umani, che nessuno ha riconosciuto come legittimo. Esso è stato visto come una mina vagante, una minaccia che si sarebbe spenta con la stessa velocità con cui si è affermata nel Medio Oriente.
Il reportage di Formigli e l’occupazione di città di una Libia in preda al caos hanno smentito queste supposizioni. Kobane è sotto assedio da mesi, ma i peshmerga curdi non ci stanno a lasciar correre, a vedere i loro ricordi e il futuro dei loro figli distrutto dai colpi di kalashnikov e dalle bombe dell’ISIS. Pur avendo pochi mezzi a disposizione, le soldatesse e i soldati curdi si sono organizzati con efficienza, hanno messo davanti alla loro stessa vita la responsabilità e l’amore che hanno verso la loro identità che da sempre Stati come la Turchia, la Siria o l’Iraq hanno cercato di metterla in un angolo, di non riconoscerla come una nazione per non vedere il loro territorio modificato nei confini in caso di riconoscimento dello Stato curdo.

I curdi contro l’ISIS. Davide contro Golia. L’esito dello scontro è incerto, ma i peshmerga non demordono, lo ripetono anche a Formigli durante le pause tra un attacco e l’altro: Kobane non cederà al terrorismo, la bandiera dell’ISIS non svetterà di nuovo sulle sue colline. Gli Stati Uniti hanno inviato i loro droni per supportare la lotta al terrorismo nero, ma i ribelli curdi, in particolar modo le forti soldatesse, hanno ribadito con convinzione che, benché maggiori aiuti da parte della comunità internazionale sarebbero graditi perché i loro rifornimenti di armi e di viveri sta diminuendo di giorno in giorno, la loro lotta sarà sempre fedele alla loro politica anti-capitalista, più volte hanno criticato l’Occidente per il loro mancato sostegno al PKK, il partito nazionalista curdo che si batte per dare legittimità al Kurdistan e così dare alla loro nazione uno Stato in cui non sentirsi più ospiti sgraditi. Lo dimostrano i fatti messi nero su bianco dalle testimonianze di questi valorosi combattenti: tanto la Turchia di Erdogan quanto la Siria di Assad hanno contribuito ben poco alle azioni militari, Erdogan ha più volte puntato i piedi sul dare il consenso per aprire le frontiere e dare rifugio ai curdi siriani ed iracheni in fuga dall’ISIS; nessuna organizzazione umanitaria ha attraversato il confine turco per portare cibo o medicine al fiero baluardo dei ribelli di Kobane.
I curdi contro il terrorismo nero. I curdi, guerrieri solitari, come i più coraggiosi Leonida nella difesa di una città fantasma, una Stalingrado dei giorni nostri.

 

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About Giulia Masciavè

REDATTRICE | Classe 1994, pugliese, laureata in Studi Internazionali a Trento. Attualmente vive in Germania, con cui è stato amore a prima vista, un po' come con i Pink Floyd e i Coldplay. Non ama: sessisti, razzisti, omofobi, formaggio sulla pasta e cime di rapa. Difende la libertà di espressione, ma è consapevole che essa talvolta generi idee del cavolo.

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