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L’oblio dell’attesa ai tempi della “crisi” migratoria

Pubblicato il Pubblicato in Human Rights, Politica ed Economia, Recenti

pioggiaAvete presente quelle giornate in cui tutto sembra andare storto? Una di quelle in cui dopo un lungo e pesante giorno di lavoro o di studio, la macchina non parte e sei costretto a prendere i mezzi di trasporto. Sono le otto di sera, sei stanco, hai fame e piove pure. Tu ovviamente la mattina non avevi portato con te l’ombrello, quindi ti ritrovi a dirigerti verso la fermata dell’autobus sotto la pioggia e il vento, i capelli che volano da tutte le parti e con grande fastidio finiscono per incollartisi alla faccia. L’acqua della pioggia scrosciante inizia a penetrare sotto il giaccone, dentro gli stivali, bagnandoti i vestiti, le calze. Arrivi alla fermata e ti accorgi che mancano ancora venti minuti all’arrivo dell’autobus. Almeno la gabbietta di protegge dalla pioggia, ma non dal vento e dal freddo. L’acqua beccata nella corsa verso la fermata sembra ancora più fredda durante l’attesa dell’autobus. I piedi nelle calze bagnate, premuti contro la suola ghiacciata degli stivali, sono così freddi che non sai se sia peggio che ti facciano male o che inizi a non sentirli. Anche le mani sono irrigidite e bagnate perché non hai nemmeno i guanti. Ti senti addirittura sporco. Tutto quello che desideri è arrivare nella tua casetta calda e fare una lunga doccia bollente fino a che il freddo sia uscito dalle ossa. Ma l’unica cosa che puoi fare è aspettare l’autobus. Il tempo sembra dilatarsi nell’attesa, come se ad un tratto avesse deciso di non seguire più le regole che lo scandiscono.

E allora la tua mente torna là, al pensiero che per tutta la giornata ti ha impedito di concentrarti su quello che stavi facendo. Ormai la giornata è quasi finita, le ore sono passate nell’inferno dell’attesa, con lo stomaco sottosopra e il cuore che sobbalzava fino a farti male ogni volta che il cellulare si illumina per un qualsiasi futile motivo. Forse si tratta di una dichiarazione d’amore a cui stai aspettando risposta. Forse hai sfidato la sorte lasciando un lavoro che non ti valorizzava, nella speranza di ottenere quella posizione apertasi che sarebbe ideale per te. Oppure, aspetti notizie sulle condizioni di un caro che si trova in ospedale sul filo tra la vita e la morte.

Pian piano la paura inizia a fare spazio all’ansia e all’irritazione. Non hai forse il diritto di avere una risposta? In fondo, la tua vita potrebbe essere completamente diversa svegliandoti domani. Anche se la risposta fosse negativa, non puoi più aspettare. Vuoi sapere che cosa stia succedendo. Devi sapere che cosa stia succedendo. Prendi il cellulare, con le mani congelate. Puoi quasi sentire il rumore delle ossa che si muovono per sbloccare lo schermo. Vai nella cartella dei messaggi. Niente. Rimani a fissare lo schermo con una tale intensità che quasi la persona dall’altro lato potrebbe riuscire a percepirlo. Ma niente. Ancora, scorri la pagina verso il basso, sperando che riaggiornandola vedrai comparire il messaggio. E invece no. Allora aspetti.

Questa sensazione di essere all’oscuro di informazioni che potrebbero rivoluzionare la propria vita è la condizione quotidiana per le sessantaduemila persone che si trovano bloccate in Grecia da quando i confini lungo la Rotta balcanica sono stati chiusi. Sono siriani (47%), afghani (24%), iracheni (15%), pakistani (5%) e bengalesi, di sesso, età, lingua e cultura diverse. L’unica cosa che li accomuna è l’oblio di un’attesa che sembra infinita e l’incognita di cosa ne sia del file contenente le informazioni che potrebbero renderli a tutti gli effetti dei richiedenti asilo protetti dal Diritto Internazionale. Per la maggior parte dei 45.800 che si trovano sulla terraferma greca questa attesa dura da decine di mesi. Molti sono arrivati prima del 20 Marzo, giorno in cui l’accordo con la Turchia è entrato in vigore, dando potere alle autorità elleniche di riportare in Turchia tutti i «nuovi migranti irregolari» arrivati in Grecia dopo quella data.

tucL’accordo con la Turchia è stato firmato a Marzo con l’obiettivo ufficiale di impedire – o quanto meno limitarel’arrivo di nuovi migranti in territorio europeo. Sarebbe dovuto essere accompagnato da uno schema di ricollocamento (relocation) che avrebbe trasferito su base permanente centosessantamila rifugiati già presenti in Grecia, Italia e Ungheria ad altri Paesi europei, in modo tale da condividere i costi della cosiddetta crisi migratoria a livello europeo. In realtà, a seguito dell’opposizione di Stati come l’Ungheria, il ricollocamento dei migranti è avvenuto su base volontaria dei Paesi destinatari. Il risultato è stato che tra Settembre 2015 e Dicembre 2016, solo 8.162 ricollocamenti sono avvenuti, 6.212 dei quali dalla Grecia, lasciando la responsabilità di gestire la crisi sulle spalle dei paesi di primo arrivo, Grecia e Italia [1].

Secondo il rapporto della Commissione Europea di Dicembre 2016, a Gennaio di quest’anno 87% dei 45.800 migranti sopracitati saranno riusciti a completare la procedura di registrazione. Questo significa che circa seimila persone in questo momento stanno ancora aspettando di potersi registrare per il programma di ricollocamento o di ricongiungimento famigliare. Delle restanti quarantamila, invece, la stragrande maggioranza è in attesa o di ricongiungersi ad un familiare o di sapere se il fascicolo con le loro informazioni personali verrà accettato da uno dei trenta Stati partecipanti al ricollocamento, prima di Settembre 2017, mese in cui lo schema dovrebbe arrestarsi. La sparuta minoranza rimanente, quella che è già stata accettata dal programma di ricollocamento o di ricongiungimento familiare, sta invece attendendo che lo Stato ellenico organizzi per loro il viaggio verso la nuova destinazione – attesa che potrebbe durare da quattro a sei mesi a seconda del caso [2].

Facendo uno sforzo di immaginazione, è come se noi ci trovassimo sotto quella tettoia aspettando l’autobus, infreddoliti, fissando il cellulare non per venti minuti, ma per un anno e mezzo. Non con la prospettiva di farci una bella doccia calda a fine giornata, ma con la possibilità di condividere con il resto della famiglia una bottiglia di acqua che dovrebbe servire a dissetarci e lavarci per tutto il giorno. Infatti, le condizioni in cui queste persone si trovano durante l’attesa sono spesso al limite della disumanità. La parte peggiore, però, non è la mancanza effettiva di beni di prima necessità, ma l’impossibilità di avere informazioni attendibili su cosa stia succedendo. Nell’ultimo mese, per esempio, le autorità greche hanno iniziato a trasferire le persone dai campi a nuovi alloggi. In molti casi, questi trasferimenti avvengono da un momento all’altro, in maniera disorganizzata. Come se d’un tratto fossi spostato a forza dalla tettoietta dell’autobus in cui avevi scaldato il posto con il tuo calore corporeo ad un’altra dall’altra parte della strada. Queste persone vengono trattate come se non avessero il diritto di sapere cosa sta succedendo, ma in realtà questo diritto gli sarebbe riconosciuto dalla legislazione europea.

In questo contesto, emerge il lavoro di Mobile Info Team, gruppo di volontari che da Giugno 2016 si trovano a Salonicco per fornire il bene più prezioso quando si è ingabbiati nell’oblio dell’attesa: le informazioni. Traducendo quello che affermano nella loro campagna di crowdfunding:

«Le informazioni affidabili sono un bene più prezioso di cibo e vestiti. Permettono alle persone di conoscere i propri diritti, gli obblighi e le possibilità. Impediscono loro di correre rischi inopportuni e danno la possibilità di agire con dignità».

Per questo motivo, la squadra si impegna a rispondere alle domande sulle macchinose procedure per fare richiesta d’asilo sia sul campo che attraverso la Pagina Facebook. Questa organizzazione si occupa anche di seguire alcuni casi personali complessi, di persone che non essendo “vulnerabili” non riescono ad attirare l’attenzione dei media internazionali e della maggior parte delle organizzazioni sul campo. Infine, cerca di mantenere alta l’attenzione del mondo esterno su quello che sta succedendo nella Grecia del Nord, in modo tale che il problema non venga dimenticato. Perché dimenticare significa legittimare quei Paesi che hanno deciso di non sottostare alla legge internazionale. Perché dimenticare significa accettare uno status quo che nel lungo periodo è insostenibile.

Perché dimenticare significa relegare queste persone alla loro tettoia davanti alla fermata dell’autobus, ignari del fatto che per quanto fissino il cellulare quel messaggio non arriverà.

 

 

Il lavoro di Mobile Info Team for refugees in Greece – الفريق المتنقل لمعلومات اللاجئين‎ è essenziale per decine di persone che vengono sostenute ogni giorno, ma l’organizzazione sopravvive solamente attraverso donazioni. Se vuoi sapere di più sul loro lavoro o su ciò che sta succedendo nel Nord della Grecia visita il loro blog e la loro Pagina Facebook. Se vuoi aiutarli a continuare ad operare, puoi fare una donazione e/o condividere la loro campagna di crowdfunding.

 

 

NOTE:

[1] Parallelamente, l’Unione Europea ha anche destinato dei fondi per la gestione della “crisi” in Grecia e in Italia. Il problema è che non è sempre chiaro come questi fondi siano stati utilizzati. In molti casi, questi fondi sono stati impiegati in modo inefficiente, per interventi “chirurgici” limitati, come se questa fosse una crisi temporanea e non un fenomeno che sta diventando permanente.

[2] Secondo le stime dell’UNHCR, l’attesa per il ricollocamento dura in media settantanove giorni. Tuttavia, chi è presente sul campo testimonia un minimo di quattro mesi. Per il ricongiungimento familiare, il trasferimento  dovrebbe avvenire di diritto il prima possibile entro sei mesi dalla conferma di accettazione. Ma anche in questo caso, di solito servono almeno quattro o cinque mesi. A questi quattro/cinque mesi di attesa di trasferimento si sommano quelli di attesa di esaminazione del caso da parte delle autorità greche e del Paese di destinazione, per un totale di otto-dieci mesi.

 


 

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About Giada Negri

REDATTRICE | Classe 1994, lombarda, studia Msc. Eurasian political economics and energy presso il King's College di Londra. E' un'irrimediabile ottimista e una convinta europeista. Appassionata di geopolitica, ama conoscere nuove culture attraverso le storie della gente.

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