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“Lo straniero” di Albert Camus: l’indifferenza di un uomo verso il mondo

Pubblicato il Pubblicato in Il consiglio del Libraio, Letteratura e Cultura, Recenti

«Oggi è morta mamma. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: “Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti”. Non significa niente, forse è stato ieri».

Albert Camus (1913-1930) fu uno scrittore, drammaturgo, saggista e filosofo francese, insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1957.
Albert Camus (1913-1960) è stato uno scrittore, filosofo, saggista, drammaturgo e attivista francese. Fu insignito del Premio Nobel per la Letteratura nel 1957

Inizia in questo modo «il primo dei cento libri imperdibili del Novecento», scrive Le Monde: si tratta de Lo straniero di Albert Camus, intellettuale francese insignito del Premio Nobel per la Letteratura nel 1957 «Per la sua importante produzione letteraria, che con serietà chiarificante illumina i problemi della coscienza umana nel nostro tempo». L’ideologia di Camus in questo romanzo tocca l’assurdo, che aveva concettualizzato già in Sisifo il quale, in un certo senso, anticipa il personaggio dello Straniero. L’esistenza umana e i legami non sono perseguibili per via della presenza dell’assurdo il quale, in ultima istanza, andrebbe accolto come felicità, nonostante possa apparire maligno e perseverante nel male.

L’azione dello Straniero inizia con la morte della madre del protagonista, Meursault, un fatto che dovrebbe essere sconvolgente, ma l’uomo non mostra grandi emozioni. La morte gli viene comunicata con un telegramma conciso dall’ospizio, poco lontano da Algeri, in cui la madre era ricoverata. Il capo ufficio di Meursault sembra quasi infastidito da dovergli concedere dei giorni di permesso per il lutto, forse perché farà un fine settimana lungo, ma Meursault pensa prontamente che non è colpa sua. Si reca così ad Algeri e non mostra segni di dispiacere e dolore con nessuno, né col direttore dell’ospizio, né con l’addetto alla chiusura della bara, né col custode dell’ospizio, con cui prende un cappuccino. Una persona che invece piange è un vecchio amico della madre, Thomas Pérez, con cui pare fosse legato teneramente.

Una volta svoltisi i funerali Meursault, considerato il caldo torrido, è libero di andare al mare e in spiaggia incontra una ex-dattilografa del suo ufficio, Marie Cardona. I due trascorrono la notte insieme e iniziano una relazione. A casa, Meursault trova anche due vicini di pianerottolo, il vecchio Salamano col suo cane altrettanto avvizzito e il poco raccomandabile Raymond Sintès, uno di cui nel quartiere si dice sfrutti le donne, ma che fa il magazziniere. Raymond e Meursault mangiano insieme (il protagonista è contento perché così non deve cucinare) e Raymond gli racconta della vicenda turbolenta con la sua amante, chiedendogli poi se sarebbe disposto a scriverle una lettera dai toni minatori al suo posto e Meursault accetta perché tanto non lo seccava.

Riprende con regolarità il lavoro e vive come se niente fosse successo, come se la madre non fosse morta. Egli manifesta una sorta di estraneità al mondo che lo circonda: diventa amico con il malavitoso Raymond perché tanto era lo stesso, idem quando Marie gli chiede se la ama e se desidera sposarla e la stessa indifferenza mostra in un dialogo col suo capo che gli propone di andare a Parigi per lavoro.

Un giorno insieme a Raymond e Marie, Meursault va alla casa al mare di Masson e sua moglie, amici di Raymond. La giornata è molto calda, il gruppetto fa il bagno e pranza. Durante il primo pomeriggio i tre uomini vanno a fare una passeggiata e incontrano due arabi già noti a Raymond in quanto uno dei due è il fratello della sua amante. Gli arabi sembrano intenzionati ad attaccare briga con Raymond e punirlo per aver maltrattato e picchiato la ragazza. Vi è una zuffa da cui Meursault resta fuori perché Raymond e Masson hanno sistemato i due arabi, ma Raymond ha subito un accoltellamento. Dopo essere rientrati alla casetta e aver raccontato alle donne l’accaduto, Meursault e Raymond escono di nuovo. Raymond intende vendicarsi e ha con sé una pistola. Meursault gli suggerisce di usarla solo se l’arabo avesse estratto il coltello ma poi lo persuade a dargli la pistola: «Affrontalo da uomo e dammi la pistola. Se l’altro interviene o piglia il coltello, lo stendo io». Non accade nulla perché gli arabi si allontanano.

Dopo essere rientrati alla casa, Meursault esce di nuovo da solo per passeggiare, non aveva voglia di affrontare le donne e il caldo e il sole dardeggiante, o lì o alla spiaggia, li avrebbe patiti lo stesso. Torna alla spiaggia e incontra l’arabo, ma non torna indietro perché sapeva che dietro di lui c’era un’intera spiaggia vibrante di sole.

«E stavolta l’arabo, senza sollevarsi, ha estratto il coltello e me lo ha mostrato nel sole. La luce è guizzata sull’acciaio ed è stato come se una lunga lama scintillante mi colpisse sulla fronte. Nello stesso istante, il sudore ammassato sulle sopracciglia è fluito di colpo sulle palpebre e le ha ricoperte di un velo tiepido e denso. I miei occhi erano ciechi dietro quella cortina di lacrime e sale. […] È stato allora che tutto ha vacillato. Dal mare è spirato un soffio denso e rovente. Mi è parso che il cielo si aprisse in tutta la sua vastità per lasciar piovere fuoco. Tutto il mio essere si è teso, ho stretto la mano sulla pistola. Il grilletto ha ceduto, ho toccato il ventre levigato del calcio ed è stato lì, nel rumore al contempo secco e assordante, che tutto è cominciato. Mi sono scrollato di dosso il sudore e il sole. Ho capito che avevo distrutto l’equilibrio del giorno, il silenzio eccezionale di una spiaggia dov’ero stato felice. Allora ho sparato altre quattro volte su un corpo inerte nel quale le pallottole si conficcavano senza lasciare traccia. Ed è stato come se bussassi quattro volte alla porta dell’infelicità».

Gli attori Marcello Matroianni (1924-1966) e Anna Karina (1940) nel film "Lo straniero" del 1967 tratto dal libro, per la regia di Luchino Visconti (1906-1976)
L’attore italiano Marcello Mastroianni (1924-1996) e l’attrice danese Anna Karina (1940) nel film “Lo straniero” del 1946 tratto dal libro, per la regia dell’italiano Luchino Visconti (1906-1976)

 

Meursault, benché non realmente minacciato, ha sparato per via del caldo e del sole che hanno costellato l’attuarsi dell’omicidio. L’uccisione dell’arabo fa da spartiacque con la seconda parte del libro in cui Meursault viene arrestato e per lui inizia una vicenda giudiziaria che durerà un anno. Non gli interessa difendersi e chiamare un avvocato perché in fondo si sente innocente e non un criminale, reputa semplice il suo caso per cui accetta di buon grado un avvocato d’ufficio: è contento di non doversi dare noie per una cosa che può risolvere il sistema francese al suo posto. In carcere riceve le visite di Marie, ma dopo un po’ inizia a essergli indifferente e si abitua anche alla vita da prigioniero. Iniziano gli interrogatori. Questi tornano indietro al momento della morte della madre di Meursault che, in tutta risposta, continua a opporre il suo silenzio e la sua insensibilità. Risponde quando è necessario, pesa le parole e non si ripete. Lui non fa mai ciò che gli altri si aspettano e non si comporta come si comporterebbe chiunque. Vive il processo in modo inconsapevole, quasi da spettatore, fanno tutto gli altri e non si rende conto che la sua posizione si sta guastando in modo inesorabile e deleterio. Il giudice (gli addetti del carcere e l’accusa) lo vede come un mostro morale. Quando finalmente Meursault dice la sua, e cioè che ha sparato per via del sole, in aula viene deriso. Le testimonianze su di lui, sia che siano a suo sfavore o meno, lo inchiodano ancora di più: il direttore, l’addetto del carcere e Pérez perché dichiarano il suo atteggiamento al funerale; persino le deposizioni di Raymond e Marie aggravano la posizione dell’imputato in quanto il fatto che Meursault abbia fatto amicizia con uno poco raccomandabile, abbia scritto per caso la lettera contro l’amante di Raymond e abbia intrecciato una relazione amorosa il giorno dopo il decesso della madre, lo rendono agli occhi della corte un essere abietto e insensibile.

Meursault è incapace di legarsi, si fa quasi trascinare dalle vicende della vita e, in fin dei conti, in lui non prevalgono nemmeno istinti di autoconservazione. Il mondo e le persone gli sono indifferenti e, quando viene chiesta la pena capitale, la accetta senza opporre troppa resistenza. Ai suoi occhi continua a essere innocente e in effetti, se avesse reagito in modo normale (leggasi come gli altri si aspettavano che reagisse) forse se la sarebbe cavata. Meursault rifiuta il prete, non si pente e non chiede il perdono di Dio perché non ci ha mai creduto. L’uomo, oltre a sembrare un personaggio insensibile, nero nell’anima, ed estraneo al mondo possiede di fatto una straordinaria coerenza morale. Nel dialogo finale con il prete, c’è un sussulto inaspettato:

«[Prete]: “Io sto con lei. Ma non può saperlo, perché il suo cuore è cielo. Pregherò per lei”.

Allora, non so perché, dentro di me è scoppiato qualcosa. Ho cominciato a gridare a squarciagola e l’ho insultato e gli ho detto di non pregare».

Meursault sente ingiusta la condanna che pende su di lui, ha paura, ma non cambierebbe per niente al mondo il suo atteggiamento:

«Lì, così vicino alla morte, mamma doveva sentirsi liberata e pronta a rivivere tutto. Nessuno, nessuno aveva il diritto di piangere su di lei. E anch’io mi sentivo pronto a rivivere tutto. Quasi che quella grande rabbia mi avesse purgato dal male, svuotato della speranza, di fronte a quella notte carica di segni e di stelle mi aprivo per la prima volta alla tenera indifferenza del mondo. Nel riconoscerlo così simile a me, finalmente così fraterno, ho sentito di esser stato felice, di esserlo ancora. Perché tutto fosse consumato, perché mi sentissi meno solo, dovevo solo augurarmi che ci fossero molti spettatori il giorno della mia esecuzione, e che mi accogliessero con grida di odio».

Termina così uno dei testi più belli e significativi del Novecento: il protagonista si riconcilia col mondo indifferente, lo sente fraterno e dice di essere stato felice grazie a questa estrema accettazione. Il lettore, di fronte a un personaggio come Meursault, può provare repulsione o empatia. In ultima istanza, si tenga conto che viene condannato non tanto per l’omicidio commesso, quanto per il suo atteggiamento che lo ha reso un essere inadatto a vivere nella società che lo circonda. Viene condannato per il suo carattere da persone che non lo accettano.

È giusto questo? È giusto che sia stato condannato più che altro per non aver pianto al funerale della madre e per essere slegato dalla società che lo circonda?

 

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About Diletta Solinas

REDATTRICE | Classe 1992, sarda. Adora la lettura, l'arte, i film, i viaggi, i programmi di Piero e Alberto Angela e guarda ancora con meraviglia il mare e la natura. Laureata in Lettere sulla via dell'antico, ora prosegue gli studi in Italianistica e per questo si sente un po' un ibrido.

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