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Lo Stato che tradisce “Mamma Rai”

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La tanto discussa riforma della Rai è approdata in Consiglio dei Ministri il mese scorso.
La tanto discussa riforma della Rai è approdata in Consiglio dei Ministri il mese scorso

In principio c’era il servizio pubblico.

Quella Mamma Rai che durante il giorno ti coccolava con il maestro che insegnava la lingua italiana ad un popolo reso in ginocchio dalla guerra. Rimboccava le coperte ai bambini con il Carosello, e regalava indimenticabili spaccati di una società nuova ed in continua evoluzione con i suoi Varietà.

In principio c’era il servizio pubblico.

Poi arrivò la lottizzazione dei canali, spartiti tra le grandi potenze politiche degli anni della Prima Repubblica, ennesimo centro di potere per sistemare gli amici degli amici.

In principio c’era il servizio pubblico.

Poi arrivò un imprenditore milanese di successo che rivoluzionò totalmente i media e la comunicazione con una grande intuizione: la tv commerciale. Da quel momento gli ascolti e le raccolte pubblicitarie diventano l’unica cosa che conta e per raggiungerli è lecito fare qualsiasi cosa: anche il Drive In.

L’avvento di Mediaset cambia radicalmente tutto all’interno del mercato radiotelevisivo italiano. Da quel momento in poi Mamma Rai vede per la prima volta sfumare il proprio monopolio durato più di quaranta anni. perché dall’altra parte ci sono delle reti nuove, agguerrite e determinate a rivoluzionare la comunicazione italiana.

E’ di questi giorni il dibattito sulla riforma della Rai fortemente voluta dal Governo Renzi; una riforma che, stando alle indiscrezioni in nostro possesso, potrebbe cancellare l’odiatissimo canone, chiudere i finanziamenti pubblici (che ammontano a circa 1.8 milioni di euro) e, di fatto, costruire una nuova emittente pubblica ad immagine e somiglianza della concorrenza.

Bisogna certamente prendere atto che il mondo è cambiato da quando la Rai era l’unica emittente italiana; oggi abbiamo altri due grandi player nel mercato televisivo (Mediaset e Sky) e questo ha costretto i dirigenti del servizio pubblico ma anche la politica a dover ripensare l’intera galassia Rai.

Qualcosa tuttavia non torna; da quello che si comincia ad intuire, il premier Renzi è determinato a togliere la politica dal servizio pubblico e per farlo utilizza il sistema che ha dimostrato di amare particolarmente: eliminare gli oppositori. Via la politica dalla Rai significherà, secondo molti voci autorevoli, eliminare tutti i partiti ad eccezione del grande PD di Renzi. La mossa, che suona già come un vero e proprio tiro mancino, risulta grossolana e, ancora una volta, inadeguata.

La Rai necessita davvero di liberarsi dal vincolo dei partiti che dura ormai da diversi decenni e che spesso e volentieri ha decretato anche l’immobilità del nostro servizio pubblico rispetto a quello degli altri paesi europei. Di certo però la scelta del Governo non sembra la strada giusta da percorrere.

Quello che è necessario attuare è, invece, un annullamento dei legami tra partiti e Rai e per farlo il modo c’è: eliminare qualsiasi struttura o sovrastruttura che costituisca ancora questo legame come le commissioni parlamentari o la nomina da parte della politica di molti membri del consiglio di amministrazione dell’emittente pubblica.

Una foto di repertorio: Maria Concetta Mattei negli studi Rai di Trento negli anni '80
Una foto di repertorio: Maria Concetta Mattei negli studi Rai di Trento negli anni ’80

L’eliminazione del canone e dei finanziamenti pubblici, dal canto suo, diventa un altro interessante spunto di riflessione molto ben analizzato al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia all’interno del panel La repubblica dei Selfie in cui Enrico Mentana, direttore del TG La7 e Marco Damilano, de L’Espresso, hanno dato vita ad un bel dibattito sulla politica e i nuovi media. In particolare, l’analisi di Mentana risulta in parte condivisibile: la Rai deve essere calata all’interno del mercato e delle sue logiche e questo spiega l’eliminazione di qualunque contributo pubblico ma di contro, questa decisione porterebbe la Rai a dover fare affidamento solo ed esclusivamente sulla raccolta pubblicitaria; in altre parole si prospetterebbe una Mamma Rai totalmente in pasto agli inserzionisti pubblicitari. E’ innegabile che il canone risulta uno dei tributi più odiati dagli Italiani, spesso considerato eccessivo rispetto ai servizi offerti dalla Rai. Ciò che però deve essere considerata è la ratio fondamentale per cui in Italia e negli altri paesi europei la fruizione del servizio pubblico radiotelevisivo è soggetta al pagamento di un canone da parte dei contribuenti.

Il servizio pubblico, infatti, nasce con l’esigenza di creare contenuti di qualità, diffondere cultura e erogare appunto un servizio ai cittadini; una rete privata, al contrario, si basa solo ed esclusivamente sulle leggi del mercato e su esse costruisce il suo palinsesto ed i suoi contenuti. L’eventuale eliminazione di qualsiasi finanziamenti pubblico priverebbe dunque la Rai di uno strumento di tutela essenziale che permette di continuare a produrre contenuti di qualità senza dover omologare l’offerta rispetto ai concorrenti.

Ovviamente la Rai, in perdita da diversi anni, non è certo esente da colpe, anche perché è stata spesso vittima di scelte scellerate che l’hanno portata a voler competere forzosamente con Mediaset, producendo ad esempio format discutibili come vari reality o talent. Anche questo tuttavia è frutto di una cattiva selezione dei dirigenti, ancorati a quella vecchia regola non scritta per cui sono i capi dei partiti a sceglierli (e raramente i capi dei partiti, in Italia, scelgono in modo meritocratico, e ne abbiamo vari esempi).

Il nostro servizio pubblico deve rimanere di tutti e quindi tutti devono contribuire al suo mantenimento ma deve, allo stesso tempo, essere amministrato nel migliore dei modi. La trasformazione in tv di mercato sarebbe semplicemente disastrosa ma di certo è in linea con le idee portate avanti da questo governo, dedito all’applicazione del neoliberismo più estremo e alla svendita di ogni bene pubblico di valore del nostro Paese.

La tv è stata nella nostra storia una componente importante della società: da una funzione formativa si è passati ad una funzione sociale, poiché costituiva il nuovo focolare domestico in cui riunire l’intera famiglia dopo una lunga giornata. Date le sue tante funzioni ed il suo impatto nella società, lo Stato deve garantire, come un padre, determinati servizi e contenuti e a far ciò ci deve pensare Mamma Rai. Consegnarla significa ancora una volta svendere i valori, abbassando sempre di più la qualità dei contenuti con evidenti ripercussioni sull’intera società.

Continua, di fatto, l’opera di smantellamento del welfare e di tutto ciò che è pubblico al grido di: <<C’è la crisi, bisogna tagliare!>>

Ma davvero tutto è in vendita?

L’emittente pubblica con l’offerta più grande d’Europa in quanto a contenuti e canali potrebbe essere a breve lasciata in pasto al mercato, e ovviamente c’è già chi si sfrega le mani.

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About Fabiano Catania

COLLABORATORE | Classe 1990, siciliano di nascita ma pisano di adozione. Station Manager di RadioEco, radio dell'Ateneo di Pisa, da sempre ha una grande passione per la scrittura e l’informazione libera. Si interessa di musica indipendente ed è un appassionato del cinema d’autore.

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