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Lo sfruttamento petrolifero e i diritti degli indigeni nel Nord del Perù

Pubblicato il Pubblicato in Gaia, Recenti, Scienza e Salute
Cartina del Perù diviso per regioni
Cartina politica del Perù

Tematiche quali il cambiamento climatico, lo sfruttamento eccessivo delle risorse e la deforestazione delle foreste tropicali sono ben note al grande pubblico: per questo motivo la transizione da un uso intensivo dei combustibili fossili a un impiego più saggio delle risorse rinnovabili potrebbe sembrare un traguardo ormai vicino. La realtà però appare un po’ diversa, in quanto la maggior parte della popolazione da un lato sembra ignorare ancora quali siano le conseguenze di uno stile di vita consumistico sull’ambiente o sulle popolazioni più povere e dall’altro sottovaluta la propria influenza positiva sulle multinazionali: per questo motivo è nato in Belgio, grazie al supporto del Governo fiammingo e di alcune ONG locali (Catapa, Putumayo, Act4change) il progetto Generatie Transitie, avente lo scopo di educare i ragazzi in età scolastica.

GT si articola in quattro diverse azioni, proponendo conferenze informative, sostenendo progetti d’imprenditorialità sostenibile, sponsorizzando tesi e dottorati e promuovendo tirocini di ricerca nel Sud del mondo, attività che hanno come obiettivo principale quello di formare cittadini consapevoli e lavoratori – o imprenditori – attenti non solo al profitto ma anche alla responsabilità sociale d’impresa. Durante il mese di Marzo diverse conferenze aventi come tema l’impatto dell’industria mineraria nella regione del Loreto (Perù) sono state tenute all’interno delle Università belghe dai membri dell’associazione Catapa e da José Fachín, leader della comunità indigena Kichwa e rappresentante di oltre trentacinque comunità indigene distribuite intorno al delta del Rio Tigre.

Nel Loreto, regione che possiede il 55% della Foresta Amazzonica peruviana e un’estesa Riserva Nazionale ospitante una grandissima varietà di flora e fauna, è in corso da oltre quarant’anni un’intensa attività estrattiva petrolifera, condotta principalmente da gruppi quali Petroperú, Pluspetrol, Occidental Petroleum company-OXY e China National Petroleum Corporation: queste multinazionali – protette dal Governo peruviano – hanno inquinato i corsi d’acqua fino a quando, nel 2013, la situazione divenne così grave che il Governo stesso dovette dichiarare lo stato di emergenza a causa dell’estrema contaminazione delle acque del fiume Tigre e di alcuni suoi affluenti; fu così che l’opinione pubblica venne a conoscenza dello sversamento di tonnellate di acque di scarto contenenti metalli pesanti come cadmio, piombo, arsenico nei fiumi adiacenti la North Peruvian Oil Pipeline, la conduttura petrolifera più grande del Perù, costruita negli Anni ’70: «Non solo hanno contaminato i nostri animali, l’unico cibo che abbiamo a disposizione, e la nostra acqua – afferma Fachín – ma hanno anche offeso lo spirito della natura, nel quale noi crediamo».

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Fuoriuscita di petrolio in un corso d’acqua nella regione del Loreto

L’impatto di queste azioni non è quindi solo ambientale ma anche sociale e umanitario: molti bambini si sono ammalati e sono morti dopo aver bevuto acqua «non adatta al consumo umano», secondo quanto riportato dal Peruvian Amazon Research Institute. Seppur colpite nello spirito e nel corpo, le popolazioni indigene non si sono lasciate sopraffare e hanno dato inizio a una serie di manifestazioni per affermare i loro diritti: «Per noi indigeni non esiste il concetto di proprietà individuale come per voi occidentali, ma esiste il diritto su un territorio e questo il governo peruviano non lo accetta perché altrimenti perderebbe le preziose entrate economiche da parte delle multinazionali», continua Fachín, condannando fermamente la corruzione del Governo sudamericano, talmente schierato da parte delle companies contro il suo stesso popolo da arrivare a conferire alla PlusPetrol il National Environmental Award nel 2016.

Il leader indigeno ammette che le aziende hanno effettivamente contribuito a migliorare scuole e ospedali, ma dall’altro lato hanno provocato danni gravissimi e irreparabili sia al fragile ecosistema che alle indifese comunità locali; inoltre gran parte della stampa si è prodigata a pubblicizzare l’aspetto buono dell’economia petrolifera, tacendo sulle gravi violazioni dei diritti umani da essa perpetrati. Riunitisi sotto la bandiera comune della protesta, le popolazioni indigene del Nord del Perù hanno subito gravi attacchi dalla polizia che, su richiesta del Governo, ha criminalizzato i leader invece di cercare il dibattito: la storia di queste violenze, arresti e torture (lo stesso Fachín ha passato quasi un anno in carcere) sono dettagliatamente raccontate nel documentario Law of the Jungle del regista danese Michael Christoffersen, che ha seguito la vicenda dei leader indigeni imprigionati con la falsa accusa di aver ucciso un poliziotto durante le proteste.

Nonostante i numerosi ostacoli e la forte repressione governativa, le popolazioni locali sono riuscite a far sentire la propria voce e, grazie all’aiuto di alcune ONG, nel Dicembre del 2016, dopo centodiciassette giorni di dialogo con il Governo si è arrivati alla firma degli Accordi di Saramurillo, grazie ai quali il Governo s’impegna a ripulire le zone più gravemente contaminate, a redigere nuovi contratti più vincolanti con le multinazionali, ad emanare leggi più severe per la tutela ambientale e a compensare le popolazioni più colpite dell’inquinamento del petrolio. Le organizzazioni umanitarie continueranno a vigilare sul rispetto di questi accordi: attualmente l’estrazione petrolifera nel Nord del Paese è in crisi a causa sia della diminuzione del prezzo del petrolio al barile sia perché le principali condutture sono pericolosamente rovinate e questo mette in crisi l’intera regione del Loreto, che da decenni basa la propria economia proprio sulle attività estrattive. Gli indigeni, però, non sono preoccupati da questo aspetto poiché gli antepongono il rispetto dell’ambiente e la salute dei loro figli e offrono il loro sostegno alle comunità indiane che protestano contro il Dakota Access Pipeline, tornato ad essere una possibile realtà a causa dell’elezione di Donald J. Trump alla presidenza degli Stati Uniti.

Infine – ricordano le associazioni ambientaliste – per evitare che disastri ambientali e umanitari come quello della regione del Loreto accadano, anche noi consumatori possiamo fare la nostra parte informandoci e condividendo quello che scopriamo, evitando sprechi inutili e ricordandoci che, come consumatori, siamo molto più potenti di quanto non crediamo.

Protestando, facendo sentire la nostra voce e boicottando le compagnie che non rispettano ambiente e diritti umani possiamo davvero essere parte del cambiamento.

 

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Gli indigeni di varie tribù festeggiano insieme la firma degli Accordi di Saramurillo – Perù

 


 

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About Maria Parenti

CORRISPONDENTE DALL'ESTERO | Classe 1988, emiliana. Laureata in Lettere, è appassionata da sempre alle tematiche ambientali e si sta ancora chiedendo cosa vuol fare da grande. Nel frattempo, tra un lavoro e l'altro, si è iscritta ad una specialistica in Economia e si è temporaneamente trasferita a Bruxelles. La contraddistinguono l'amore per la musica metal e per il cibo vegano.

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