Myanmar

L’impossibile processo di pace e la crisi umanitaria in Myanmar

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Aung San Suu Kyi (1945) è una politica birmana, attiva da molti anni nella difesa dei diritti umani sulla scena nazionale del suo Paese

Il Myanmar brucia in una guerra civile che sembrava aver visto spiragli di pace con la scarcerazione della politica ed attivista Aung San Suu Kyi, dopo anni di prigionia per ordine della dittatura militare birmana. Gli sforzi compiuti dal Governo di Myanmar e del suo leader per stipulare una pace duratura tra i gruppi ribelli combattenti sembrano però tuttora falliti, a riprova della grandezza di tale sfida. Le battaglie continuano nel Nord e nell’Est del Paese, mentre accrescono le richieste da parte dell’opinione pubblica di un’indagine sugli eccessi compiuti dai militari.

Questo scenario fa parte di una realtà più ampia in cui, nonostante la storica vittoria della Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) dell’opposizione di Suu Kyi alle elezioni del 2015, i militari continuano a mantenere il controllo del Paese frenando i progressi del processo di pace. Oltretutto, durante la conferenza di Panglong, che si è tenuta lo scorso Agosto con un secondo evento tenutosi a Maggio, Suu Kyi non è riuscita a riunire le fazioni guerriere nei negoziati al fine di ottenere segnali positivi in tal senso. La difficoltà del negoziato è determinata dai diversi interessi posti in gioco dalle varie parti in causa e la situazione non è resa certo facile dal fatto che non tutte le milizie etniche hanno preso parte all’accordo nazionale di cessate il fuoco (NCA) del Governo. Sette milizie etniche armate – tra cui l’Esercito di Indipendenza Kachin (KIA), l’Esercito di Liberazione Nazionale Ta’ang (TNLA), l’Esercito Nazionale Democratico di Myanmar (MNDAA) – si sono unite, piuttosto, all’esercito statale United Way (UWSA) chiedendo che il Governo li tratti come un’unica entità, anziché negoziare individualmente.

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Un soldato arruolato nel Kachin Independence Army (KIA)

Il ruolo della Cina è prevedibilmente un ulteriore fattore complicante dal momento che Pechino ha forti legami con l’UWSA, pesantemente armato e la cui influenza nel processo di pace è accresciuta solo recentemente. Mentre Pechino pubblicamente dice di sostenere il processo di pace in Myanmar, in realtà il ruolo cinese è molto più attivo, con il Paese che esercita pressioni sulle milizie e il Governo per ottenere risultati a suo favore, da un lato continuando a contribuire al conflitto armato e, dall’altro, sostenendo i suoi alleati. La fine immediata della lunga guerra civile del Myanmar non rientra dunque nell’interesse strategico della Cina determinandone, oltretutto, un ruolo guida nel processo di pace. Infatti, un processo di pace prolungato darebbe alla Cina la possibilità di affermare il proprio ruolo di mediatore opponendosi alle autorità del Myanmar e contrattando su concessioni e privilegi, compreso il desiderato accesso di Pechino all’Oceano Indiano nella regione del Rakhine Occidentale.

Nel frattempo, la violenza e le atrocità continuano a essere perpetuate. In particolar modo, nello Stato di Kachin, nel Nord-Est del Paese, migliaia di persone sono fuggite da villaggi minerari, scacciate dall’Esercito della Birmania (Tatmadaw) che ha emesso un ultimatum ai locali di evacuare o rischiare di essere classificati come insorti. La situazione delle persone sfollate dai combattimenti nel Kachin sta dunque peggiorando ed è necessaria l’assistenza umanitaria della comunità internazionale. Il Governo ha affermato di esaminare tali incidenti, ma i suoi sforzi restano impacciati nella definizione del suo rapporto con le minoranze, mentre un rapporto di Amnesty International parla di «agghiaccianti violazioni dei diritti umani, compresi crimini di guerra, che le popolazioni civili degli Stati di Kachin e Shan subiscono da parte dell’esercito di Myanmar e dei gruppi armati». Intanto, gli osservatori internazionali sono divisi sul dibattito se i militari siano interessati a vedere la nascita di una pace duratura oppure, piuttosto, al controllo del territorio nazionale e della soppressione dell’insurrezione, a prescindere dal costo.

La guerra che sta insanguinando il Myanmar, e che ha tutte le caratteristiche di una violenza sistematica contro precisi obiettivi per ragioni etniche, non può essere più negata o taciuta.

Se il Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi vuole dimostrare di essere una leader dei diritti umani e del popolo birmano tutto, dev’essere la prima a battersi per un processo di pace vero e per la fine degli attacchi contro le minoranze presenti nel Paese.

 

Collocazione geografica del Myanmar
Una cartina politica del Myanmar

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

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About Karin Nardo

COLLABORATRICE | Classe 1987, con doppia cittadinanza italiana e slovacca. Ha lavorato per diverso tempo come analista in un'impresa multinazionale ad Atene dopo essersi laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università degli Studi di Trieste ed aver conseguito un master in Advanced International Relations presso la Diplomatic Academy a Vienna, dove ha anche svolto dei tirocini presso diverse organizzazioni internazionali. Precedentemente Corrispondente dalla Grecia, da quando si è trasferita a Roma e successivamente a Budapest scrive su temi di geopolitica.

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