1995: Michael Jordan #45 of the Chicago Bulls drives to the basket against John Starks of the New York Knicks during the NBA game at Madison Square Garden in New York City.  NOTE TO USER: User expressly acknowledges and agrees that, by downloading and/or using this Photograph, User is consenting to the terms and conditions of the Getty Images License Agreement.   Mandatory copyright notice and Credit:  Copyright 2001 NBAE   Mandatory Credit:Andy Hayt/NBAE/Getty Images

“Limits, like fears, are often just an illusion”: la spettacolare vita di Michael Jordan

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Alice Sabatini (1996), eletta Miss Italia 2015

La più ricorrente domanda che un appassionato di qualsiasi sport si trova spesso a fronteggiare è: <<chi è, secondo te, il più grande di ogni tempo?>>. In quasi tutti i casi, ci si lascia andare a riflessioni storiche – dato che ci son stati più grandi nomi in “epoche” diverse – dettate, evidentemente, da una mancanza chiara di supremazia in vetta all’Olimpo di una determinata disciplina.

Provate a chiedere in giro per il mondo chi sia stato il calciatore più forte di sempre. In Brasile la risposta sarà una sola: <<O Rey, Pelè>>. A Napoli direbbero <<Maradona è megl’ e Pelé>>. Nel Regno Unito invece direbbero: <<Pele’s good, Maradona’s better but George Best>>. Provate poi a porre la stessa domanda ad una persona di qualsivoglia età – a qualsiasi latitudine del mondo – sulla pallacanestro. La risposta sarà unica, universale ed irrevocabile. Il vostro interlocutore ci metterà forse 4 centesimi di secondo a rispondervi. E la risposta, se ci fosse bisogno di specificarlo, sarà <<Michael Jeffrey Jordan>>, quello di Space Jam, per intenderci. La stessa risposta a questa domanda (e magari anche ad altre) la darebbe la neo Miss Italia Alice Sabatini, attratta da questa figura leggendaria tanto da aver tatuato sulla propria pelle il simbolo del marchio Nike che porta il suo nome, creato negli anni ’80.

Sì, esattamente: negli anni ’80. Quando nel calcio i numeri di maglia fissi coi cognomi non erano nemmeno contemplati, le grandi multinazionali avevano individuato le potenzialità di puntare sull’individualità, sulla forza ispiratrice di un campione sulle nuove generazioni. E quale nome migliore di Michael Jordan per lanciare un brand cult capace di durare 30 anni e vestire ancora chi si avvicina alla cultura hip hop, legata indissolubilmente alla pallacanestro? Nessuno,ovviamente. Il successo Nike è evidente se si pensa che, dati alla mano, Michael ha guadagnato più nell’ultimo anno dal solo brand Jordan che in tutta la sua carriera sportiva. Michael Jordan diventa, così, il primo e unico – fino all’avvento sull’atletica del ciclone Usain Bolt – atleta capace di apparire più grande del proprio stesso sport, capace di ispirare dentro e fuori dal campo. Larry Bird (uno dei più grandi campioni della storia dello sport, nonché storico avversario di Jordan) dopo avergli visto realizzare 63 punti in una gara di play-off, dichiarò: <<Ho visto Dio scendere in campo, aveva la maglia numero 23… God disguised as Michael Jordan>>. Lo stesso Jordan che ha reso pubblico il suo terrore per i serpenti e per l’acqua(quando aveva 7 anni un suo amico morì annegato davanti ai suoi occhi).

Può, dunque, una divinità del genere perdersi letteralmente in un bicchiere d’acqua? Evidentemente sì. Per capire come sia possibile, bisogna tornare alla vita di un Jordan adolescente ed immedesimarsi nelle insicurezze connaturate alla formazione di un essere umano, per arrivare a comprendere il complesso concentrato di personalità e di paura che è il giovane MJ. Benché si parli di percorso di formazione di una delle persone più influenti del ventesimo secolo, non ci troviamo in un Bildungsroman. Quale romanzo di formazione si sviluppa a Wilmington, (North Carolina)? Nessuno. Il motivo è chiaro: dal tessuto sociale del posto permeava un fortissimo odio razziale, che strisciava per le vie del paese polarizzandone le comunità.

Jordan nasce – guarda caso – nell’anno del famoso <<I have a dream speech>> di Martin Luther King, il 1963 a Brooklyn, ma si trasferisce immediatamente in North Carolina, Stato nel quale solo 150 anni prima un afroamericano sorpreso a giocare a palla sarebbe stato punito con 20 scudisciate. Può, in un contesto del genere, diventare il più grande di ogni tempo? I fatti diranno sì, lui al secondo anno di liceo avrebbe detto di no. Un momento fondamentale per il giovane Michael, che viveva nell’adorazione di suo fratello Larry – anch’egli giocatore di basket – numero 45 della loro piccola High School, la Laney High. E’allora che Michael che sceglie la numero 23 (l’obiettivo era diventare bravo almeno la metà di suo fratello) e si presenta in palestra dal coach Pop Herring per essere reclutato nella squadra del proprio liceo. L’esito del primo provino ha esito negativo. Ammettiamolo, Mike era un ragazzino magrolino, alto poco più di 1,70 cm e un certo James Bealty (detto Sputnik) era molto più prestante di lui. La decisione, tutto sommato, era giusta.

nba_jordan_00Per anni si è favoleggiato che Michael appuntasse tutti i nomi di chi gli faceva un torto, per poi vendicarsene spietatamente anni dopo. Una sorta di Death Note in cui coach Herring entra per primo. Nel corso dell’anno successivo, il giovane Mike studia economia domestica e cucito, poiché è convinto di non riuscire a trovare una ragazza. Ma soprattutto, Michael cresce di 13 cm e lavora ogni santo giorno con coach Herring sul proprio fisico e la propria tecnica. Entra in squadra, la rivoluziona e ne diventa ben presto il leader. Il Coach Dan Smith, storico allenatore della prestigiosissima Università del North Carolina, punta su di lui offrendogli una borsa di studio e Mike lo ripaga con il tiro della vittoria, allo scadere, nella finale del Campionato Universitario NCAA successivo.

Così termina l’adolescenza di quel ragazzino basso e magro che fu scartato al liceo. Quel ragazzino insicuro che però non scorda niente. Michael, infatti, aprirà il suo personalissimo Death Note nel giorno in cui verrà ritirata la sua leggendaria numero 23, facendo ricoprire di fischi Pop Herring (da lui invitato alla cerimonia) bollandolo come <<colui che lo aveva scartato al liceo>>.

MJ ora è un uomo, nel 1984 arriva in NBA, scelto con la terza chiamata assoluta dai Chicago Bulls. Il più grande di sempre non è la prima scelta? Non è la prima volta in carriera. Al suo primo anno è già la guardia più forte dell’NBA: All Star subito. Nel 1988 dà forma al simbolo del suo brand, con il suo più iconico gesto: quello che gli varrà la vittoria della gara delle schiacciate. E’ una star. Un ex studente di cucito conteso dalle più sofisticate donne del pianeta.

Michael però non è felice. E’ il 1990, ha 27 anni e non ha ancora vinto un anello di campione NBA. Da 3 anni con lui giocava Scottie Pippen, che verrà considerato il più grande secondo violino della storia NBA. Ma Mike non riesce a fidarsi degli altri: era il più grande musicista al mondo, capace di produrre grandi assoli ma incapace di collaborare con la propria orchestra. Ciò avvenne finché nel 1990 il suo allenatore in quegli anni Coach “Zen” Phil Jackson lo prende in disparte e gli rivela che per vincere deve segnare meno in prima persona e coinvolgere i compagni. Michael esegue. Coach Jackson gioca poi un sistema perfetto per Michael, il triple post offense, che lo trasforma nel Direttore d’orchestra dei sogni. Decide Jordan quando coinvolgere i compagni e quando eseguire uno dei suoi paradisiaci assoli.

Da quel momento in poi, Michael non si volta più indietro. Vince tutto ogni volta che va in finale e fa parte del Dream Team americano alle Olimpiadi del 1992. A seguito della morte di suo padre, Mike si ritira nel biennio 1993-1995 e prova, fallendo, la carriera nel baseball. Poi torna. E negli ultimi 3 anni a Chicago, oltre a vincere ancora tutto, è il giocatore più forte di sempre, lontano anni luce persino da se stesso. Nel 1998 si ritira di nuovo, segnando l’ennesimo tiro allo scadere: quello storico contro gli Utah Jazz. Mette in ginocchio il difensore Russell e disegna il poster sulla pallacanestro più bello di sempre. Flavio Tranquillo, cantore del basket per noi italiani, abbandona il suo atteggiamento sempre posato e grida a squarciagola: <<MICHAEL JEFFREY JORDAN!>> una, due, tre volte e regalandoci una colonna sonora da brividi.

Fosse una favola sarebbe già finita, ma Jordan torna in campo a 40 anni a Washington e tornerebbe anche a 50. Lo dice nel suo discorso di introduzione nella Hall of Fame del basket, anno 2009. L’affermazione destò grande ilarità tra i presenti, ma Michael proseguì dicendo di non ridere e chiuse il proprio intervento con una delle frasi più celebri della storia dello sport <<Limits, like fears, are often just an illusion>>. I limiti, le paure e le illusioni di una divinità moderna dello sport vengono così demistificate da quel ragazzone di ormai quasi due metri che però si perde ancora in un bicchier d’acqua.

Michael è più grande della pallacanestro stessa, Michael è storia ed arte contemporanea. MJ torna sempre, anche nelle citazioni della Miss più controversa degli ultimi anni. E’ il più grande cestista di sempre e per affermarlo avremo bisogno di meno di 4 centesimi di secondo.

 

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About Jacopo Gramegna

REDATTORE | Classe 1996, ex cestista ed ex Parlamentare Regionale dei Giovani in Puglia, diplomato al Liceo Classico. Attualmente è studente di Giurisprudenza d'Impresa presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Divoratore instancabile di film e studioso di tattica sportiva, nutre una passione viscerale per i racconti che gravitano attorno ai campi da gioco. Si diletta in uno storytelling che possa far convergere le sue numerose anime. Primo Pianista per "NbaReligion.com".

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