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Lettera aperta a Nelson Mandela

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Caro Mandela,

1000509261001_2193542556001_BIO-Biography-Nelson-Mandela-Working-Towards-Freedom-SF-HD-768x432-16x9le scrivo questa lettera dopo un anno e cinque giorni che ci ha lasciati, perché penso che chi si sforza ancora di credere che un mondo migliore sia possibile, a persone come lei dovrebbe scrivere sempre; le scrivo perché i grandi come lei, sebbene la scadenza della morte arrivi sempre puntuale o precoce per gli uomini migliori come per tutti gli altri, in realtà vivono per sempre, vivono nella nostalgia di chi li ha conosciuti e nei progressi che il mondo che hanno lottato per cambiare ha cercato, a piccoli passi, di compiere.

Ho ventun’anni e, come credo sia giusto, non riesco a non interrogarmi sulla natura e le cause delle ingiustizie che vengono quotidianamente perpetrate ovunque, a non avvertire un senso di colpa per ciò che di negativo succede nel mondo e a volte perfino per ciò che è stato fatto quando ancora non ne ero parte, non riesco a non farmi carico della storia e delle sue conseguenze. Penso spesso se la natura dell’uomo sia davvero così benigna come da bambini vorrebbero farci credere, ci penso dopo aver aperto un giornale e averci trovato dentro un mondo che ad un giovane della mia età può solo far paura, un mondo in cui ci sono persone minacciate perché vogliono la pace, persone intimidate perché amano la vita e si ostinano a difenderla, persone discriminate perché credono in un Dio diverso da quello del denaro, popoli oppressi perché considerati “inferiori” in base a canoni discriminatori che non si addicono per niente a quell’intelligenza che all’uomo viene solitamente e, forse erroneamente, attribuita.

Pensando a quanto l’uomo nel corso della storia sia stato incapace di amare il prossimo e di sentirsi a lui legato da quel senso di umanità che dovrebbe essere sufficiente a farci sentire tutti fratelli, rabbrividisco. Pensare che abbiamo avuto bisogno di stipulare accordi internazionali per reprimere un crimine osceno come il genocidio (di cui tra l’altro lei stesso è stato vittima) e che una carta delle Nazioni Unite e una dichiarazione universale dei diritti per contrastare il razzismo non sono bastate, mi scoraggia profondamente.

Pensare che abbiamo dovuto mettere per iscritto la libertà, per riconoscerla piuttosto che gustarla a grandi morsi, condividendola col mondo intero ammettendo che in fondo siamo nati liberi, tutti, mi confonde. Sapere che c’è stata un’epoca in cui popoli bramosi di potere hanno creduto che a legittimarli ad imporsi violentemente su altri popoli fosse il loro più chiaro colore della pelle, mi lascia perplessa.

Sapere, però, che nel mondo c’è stato e c’è anche chi crede ancora nell’uguaglianza, nei diritti dell’uomo che devono essere rispettati, vissuti e non mercificati. Sapere che sia esistito al mondo un uomo come lei che, pur essendo stato vittima dei fenomeni più tragici (che con la nostra arroganza noi ”bianchi” le abbiamo provocato) come i regimi di segregazione razziale, le guerre e le colonizzazioni, piuttosto che agire per sete di vendetta abbia preferito agire per portare la pace, per creare l’unione e perché l’uomo ritrovi se stesso e i sentimenti buoni, mi infonde una grande speranza.

La cosa che mi ha sempre stupito era il metodo da lei individuato, da altri osteggiato, nuovamente ribadito e voluto ad ogni costo per contrastare il fenomeno dell’Apartheid: quello della “testimonianza”. Testimoniare vuol dire partecipare, essere presenti, assumersi delle responsabilità, che sono per le vittime le responsabilità che possono derivare dalla paura di non essere comprese e, di conseguenza, non tutelate in modo adeguato. Per i criminali, la responsabilità deriva dall’ammettere che i propri sbagli e l’umiliazione che possono scaturire dal dover affermare i valori che attraverso quelli sbagli sono stati violati; mi ha sempre colpito e mi ha fatto sempre sorridere la sua scelta di concedere l’amnistia ai colpevoli che avessero confessato, da cui emerge una sua grande fiducia nel genere umano che senz’altro pochi altri uomini che hanno affrontato il dolore che ha provato lei, sarebbero riusciti a conservare, scelta a cui è senz’altro sottesa la sua convinzione ferma, anche di fronte al terrore, che l’uomo fa del male perché è un essere fragile e non perché di natura cattiva.

Crescendo in questo secolo, in cui il potere viene concepito non come un mezzo al servizio degli uomini ma come una legittimazione ad agire arbitrariamente in situazioni in cui si dovrebbe agire discrezionalmente e ad adottare misure che pregiudicano i diritti dei “più deboli”, mi ha portata a non credere molto nel genere umano e, come me credo che tanti altri giovani, purtroppo, abbiano imparato senza volerlo a guardare al prossimo sempre con una certa diffidenza, che troppo spesso ci porta a dimenticare che siamo tutti il prossimo di qualcun altro. Che “gli altri siamo noi”.

La speranza che può farci riacquisire la fiducia perduta viene, invece, dal ricordo di persone come lei e dalla consapevolezza che in un mondo dominato dall’egoismo e in un’epoca non poi così lontana da questa in cui viviamo, ci sono state persone che sono state disposte più volte a rischiare la propria vita per salvare quella delle generazioni future e per amore del proprio popolo.

E per questo la ringrazio.

 

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About Martina Cimino

COLLABORATRICE | Classe 1993 e originaria di Teggiano (SA), vive a Pisa dove studia Giurisprudenza. Appassionata di letteratura, politica, storia e cinema, sogna un mondo in cui le giornate non durino soltanto ventiquattro ore.

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