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“Lettera al padre” di Kafka, come emblema dell’inettitudine moderna

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Kafka_lettera_L’inetto è una figura fortemente presente nella letteratura della prima parte del XX secolo, da Kafka a Federigo Tozzi, da Luigi Pirandello a Italo Svevo. Tutti questi autori pongono questa figura al centro dei loro romanzi, tematizzandola all’interno delle vicende che gli fanno vivere, ma con sfumature diverse, rendendo così difficile darne una definizione univoca. In generale questo personaggio rappresenta sempre l’emblema del rapporto conflittuale che vive con la sua epoca, con la società, con la borghesia all’interno della quale si ritrova a vivere, spesso perché è parte stessa del suo ambito familiare.

È interessante notare che spesso questi autori fanno confluire tutto questo risentimento nella figura paterna, ritenuta degna rappresentante di quel mondo borghese in cui è richiesta una vita dedita all’attività, realtà con cui il protagonista, nella sua inettitudine, si trova in conflitto. Per rendersene conto basta pensare a La coscienza di Zeno di Svevo, dove il protagonista ha un rapporto conflittuale con il padre e vuole liberarsi da quella figura forte che reprime l’espressione del suo io, oppure a Il fu Mattia Pascal in cui il protagonista prende continuamente le distanze da quel padre forte che, grazie alla sua attività di mercante, è riuscito a ricavare una discreta quantità di denaro che rimase poi in eredità alla moglie e ai figli quando lui venne a mancare.

Ma forse colui che ha radicalizzato questa figura più di tutti è stato Kafka, che ha riportato la sua personale esperienza nella Lettera al padre, in cui ha compiuto un’analisi molto lucida del rapporto con suo padre. In questa lettera descrive la conflittualità interna ed esterna che ha avuto con questa figura genitoriale.

In generale il rapporto che egli instaura con il suo tempo e la società borghese ha influenzato in modo consistente i suoi romanzi, dove pone al centro protagonisti che non riescono ad identificarsi con queste realtà, e ciò li spinge anche verso situazioni paradossali. In particolare K. de Il castello rappresenta l’impotenza dell’uomo rispetto la modernità che annulla la possibilità di possedere dei criteri di valutazione rispetto la realtà. Egli infatti si trova a vagare senza mai raggiungere l’agognato castello, figura che ricorre per tutto il romanzo e viene rappresentata come un qualcosa di ostile e minaccioso. Con Kafka la figura dell’inetto viene estremizzata a tal punto da sfociare nella dimensione dell’assurdo, come ne Il processo dove Josef K. si ritrova in una situazione di impotenza rispetto la macchina giudiziaria e burocratica.

kafkaMa è appunto nella Lettera al padre, che il padre stesso non lesse mai, che possiamo  vedere come questa condizione fosse particolarmente sentita da Kafka stesso la cui intera opera letteraria, quindi, ha la funzione di tematizzare un aspetto che riguardava la sua stessa vita. Nelle prime righe della lettera, infatti, Kafka scrive: <<La questione, per te, si è sempre presentata in termini molto semplici […] ti sembrava che le cose stessero all’incirca così: tu hai lavorato duramente tutta la vita sacrificando tutto per i tuoi figli, per me in particolare; insomma, io sarei vissuto senza pensieri, con la più ampia libertà di studiare quello che mi piaceva, senza alcun motivo di preoccupazioni materiali, vale a dire senza preoccupazioni in genere>>. Egli delinea così la distanza fra lui e suo padre che descrive come “uomo gigantesco, autorità suprema”, così diverso dalla sua figura gracile, un uomo dalla “superiorità spirituale”, che con le sue sole forze aveva costruito la sua fortuna, posizione che gli permetteva di fidarsi ciecamente delle sue stesse opinioni.

Kafka dice di sentirsi estraneo a tutto ciò che il padre e la società si aspettavano da lui, sia nell’ambito familiare dove tutti immaginavano che egli si sarebbe sposato e avrebbe così creato la sua famiglia, sia nel campo lavorativo dove a tutti appariva ovvio il fatto che avrebbe portato avanti la carriera paterna. Egli inoltre si sente inadatto al compito genitoriale a causa dell’educazione che gli ha dato proprio suo padre: <<Sposarsi, fondare una famiglia, accettare tutti i figli che possano giungere, provvedere a loro in questo mondo così poco sicuro, dar loro qualche direttiva, questo è il traguardo più alto, ne sono convinto, cui può arrivare un uomo […]. Com’ero preparato a questo? Nel modo peggiore possibile. E lo si può dedurre da quanto detto finora>>.

Kafka nell’incipit dice di ritenersi innocente rispetto la loro estraneità, e dice di ritenere che lo sia anche il padre. È però interessante notare che in realtà per tutto il testo la parola “colpa” ricorre molto spesso, creando così uno squilibrio rispetto l’affermazione sopraccitata. Egli infatti dice di provare questo sentimento nei confronti di suo padre.

Anche quando a Kafka viene data la possibilità di scegliersi la sua professione egli si sente inadeguato: <<Mi fu dunque concessa la libertà di scegliermi una professione. Ma ero ancora in grado di usare questa libertà? Potevo ancora sperare nell’esercizio di una vera professione? La stima di me stesso dipendeva da te molto più che da una qualsiasi altra cosa>>.

L’autore in questa lettera esprime tutto il risentimento che prova per il padre e soprattutto per i metodi educativi che quest’ultimo ha applicato nei suoi confronti. Egli non dà pienamente la colpa a lui per quanto riguarda la sua inettitudine, se non per il fatto di aver attentato alla sua già fragile autostima. Kafka infatti si rende conto che questo suo particolare carattere, questa sua insicurezza, si sarebbero comunque manifestati, anche se avrebbe voluto che il padre lo accettasse per quello che era.

Questa lettera non prefigura un miglioramento in questo rapporto, e non prevede alcun tipo di soluzione. Sembra semplicemente essere l’accettazione di un dato di fatto, un’analisi che a Kafka serve principalmente per definirne le cause e le conseguenze.

Da questa lettera trapelano i sentimenti tipici dell’inetto, un individuo roso dal senso di colpa, escluso dalla società, che prova vergogna per se stesso. Da ciò deriva la sua bassa autostima e la scarsa considerazione di sé e delle proprie capacità.

È interessante notare che la figura dell’inetto spesso emerga in presenza di elementi caratteristici della modernità che privano di stabilità e di certezza l’uomo facendolo sprofondare nelle sue insicurezze e nella solitudine. Il tempo sembra scorrere molto più veloce di quanto questi personaggi riescano a sopportare, e si trovano così sospesi in una realtà che non gli appartiene.

Questa condizione viene qui perfettamente descritta da Kafka che riesce a farci sentire intimamente coinvolti nelle sue inquietudini, e lo fa con una sorprendente consapevolezza.

 

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About Giulia Menegaldo

COLLABORATRICE | Nata in Provincia di Treviso, laureata alla triennale in Filosofia a Padova, ora vive a Bologna dove è iscritta al corso di laurea magistrale in Scienze Filosofiche. Coltiva anche le passioni per la letteratura, l'arte, il cinema e la musica. Dal 2013 è iscritta al Partito Democratico e partecipa alle attività del direttivo del piccolo Comune dove è cresciuta.

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