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L’egoismo del dono: spunti per una riflessione più individuale

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Parmigianino (1503-1540), “Adorazione dei Magi”, ca 1529, olio su tavola, 120×94 cm – Chiesa di San Domenico, Taggia, Provincia di Imperia

Donare: dare ad altri liberamente e senza compenso cosa utile o gradita. Questo è il più comune significato che il dizionario riporta alla voce del verbo “donare”. Una definizione inequivocabile, semplice, pulita. Una definizione che, tuttavia, non lascia trapelare quel sostrato di sentimenti e intenzioni che un dono, inevitabilmente, porta con sé.

«Regali», «regali», «regali», a Natale non vogliamo nient’altro che «regali», «regali» per mamma e papà, «regali» per il fratellino o la sorellina, «regali» per i cuginetti, «regali» per tutti i parenti, «regali» per il cagnolino, «regali» persino per il pesce rosso, ma soprattutto… «Regali» per noi.

Quando si avvicina un’occasione importante, il primo pensiero che ci salta alla mente è «Voglio che mi regalino questo, questo e quest’altro», «Per il mio compleanno mi comprerò questo», «Cavolo, mi ero proprio dimenticato che dovessimo fargli un regalo! Va beh dai, gli compreremo un paio di calze e chi s’è visto s’è visto», e così via, e via ancora, in un circolo di egocentrismo allucinante. Non dono qualcosa a qualcuno, ma mi è donato qualcosa da qualcuno.

Sembrerebbe che questo fantomatico “dono” perda totalmente il suo significato attivo e si riduca unicamente ad una mera dimensione passiva, la cui massima decadenza, secondo il filosofo Novecentesco Theodor Adorno, «si esprime nella penosa invenzione degli articoli da regalo, che presuppongono già che non si sappia che cosa regalare, perché, in realtà, non si ha nessuna voglia di farlo».

«[…] Oggi non c’è più posto per il dono ma solo per il mercato, lo scambio utilitaristico, addirittura possiamo dire che il dono è solo un modo per simulare gratuità e disinteresse là dove regna invece la legge del tornaconto». Con queste parole, Enzo Bianchi inaugura la sua lectio magistralis Dono. Senza reciprocità in occasione del FestivalFilosofia di Modena, Carpi e Sassuolo del 2012.

Theodor W. Adorno im Studio Foto: Hessischer Rundfunk
Theodor Ludwig Wiesengrund-Adorno (1903-1969) è stato un filosofo, musicologo e aforista tedesco

Non voglio scadere nella ormai trita e ritrita accusa del consumismo, inneggiando alla corruzione morale causata dalla crescente diffusione di smartphone, smartwatch, televisori al plasma, design d’autore, vestiti griffati, e chi più ne ha più  ne metta. Se ne vede già abbastanza in giro e, diciamocelo, non se ne può più. Vorrei stimolare invece un processo di auto-riflessione e indagine individuale, evidenziando alcune contraddizioni che sembrano essere intrinseche al fenomeno preso in analisi.

Un primo aspetto su cui vorrei attirare l’attenzione è che l’uomo odierno ha totalmente dimenticato l’origine del dono, di questo movimento asimmetrico che lega donatore e ricevente, dove il primo offre, il secondo riceve e, stimolato, potrebbe ricambiare. La risposta, infatti, non è scontata, e non dev’esserlo, così come non dev’esserlo il dono che viene offerto. «[…] Distinguere il “donare” dal “dare”, perché nel dare c’è la vendita, lo scambio, il prestito. Nel donare c’è un soggetto, il donatore, che nella libertà, non costretto, e per generosità, per amore, fa un dono all’altro, indipendentemente dalla risposta di questo».

Qualche giorno fa, mi è successa una cosa inaspettata. Un piccolissimo dono, di quelli dove c’è più cuore che sostanza – quale dev’essere la sua natura – da una persona che ho conosciuto recentemente e con la quale ho stretto un bellissimo e genuino legame. Parole – questo è il suo dono – che mi sono arrivate, anche se non richieste, in un momento in cui ne avevo assai bisogno: «Tu la vedi giusta la vita e non farti fermare da niente e nessuno. Ti voglio un mondo di bene eppure non ti conosco». Questo è il dono più semplice, sincero e potente che possiamo fare: le parole.

Non lasciatevi prendere dal panico se non avete ancora scelto il regalo perfetto per tutti i vostri centosessantatré parenti sparsi in tutto il mondo, se non avete ancora trovato l’ultimo modello di GoPro per il figlioletto assillante o la Michael Kors per la fidanzatina. Non date la tipica “mancia generosa” ai vostri nipotini. C’è un regalo ancora più profondo e sincero che potete fare, per dimostrare genuinamente il vostro affetto: dite a quella persona quanto vi sia d’ispirazione, quanto la stimiate per la sua determinatezza e instancabilità; fate complimenti, perché no? Ma fateli che vadano al di là della mera apparenza. Se dite alla vostra migliore amica: «Accipicchia, con quel rossetto stai da favola», sì, sul momento lei si sentirà bellissima, ma… non appena struccata?

Christmas shopping
Si stima che la spesa media per famiglia, in occasione del Natale 2016, si aggiri attorno ai 300-400 euro tra regali, cibo e viaggi

In secondo luogo, il dono non deve riguardare l’effimero, il dono deve essere durevole. Bisogna scegliere con cura, impiegare tempo, uscire dai propri binari, pensare l’altro come un soggetto e non come un obbligo cui si deve adempiere con svogliatezza tra un impegno di routine e l’altro.

A questo proposito, il celebre filosofo romano Lucio Anneo Seneca, citando Marco Antonio, nel De Beneficiis: «Hoc habeo, quodcumque dedi. […] Hae sunt divitiae certae in quacumque sortis humanae levitate uno loco permansurae; quae cum maiores fuerint, hoc minorem habebunt invidiam / Ho quello che ho donato. […] Questa è la ricchezza sicura, destinata a rimanere (sempre) nello stesso posto, in qualunque volubilità della sorte umana; e quanto più grande questa sarà, tanto minore invidia si attirerà».

Il triplice obbligo di dare, ricevere, ricambiare viene presentato da Seneca come un oggetto dalla natura ibrida e assai complesso; imparare a compierlo spontaneamente è necessario affinché ci sia il beneficium. In sostanza: non è sufficiente la presenza dei tre momenti dello scambio, ma è necessaria anche la presenza di uno stato d’animo positivo che regoli l’alternanza delle prestazioni e delle controprestazioni. Seneca tuttavia, da bravo e pratico romano, non riesce a eliminare totalmente quell’aria di secco utilitarismo che permea la tradizione antica del dono; testimonianza, questa, che forse – e dico forse – ci ricordiamo assai bene le origini di questo fenomeno di cui, in un primo momento, avevo accusato l’uomo odierno di aver dimenticato.

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Busto in marmo di Lucio Anneo Seneca (4 a.C. – 65 d.C.), scultura anonima del XVII secolo – Museo del Prado, Madrid

In definitiva, già dall’antichità greca e romana, la dimensione egoistica del dono sembrerebbe ordinariamente intrinseca al fenomeno stesso: ogni donare presuppone un ricevere; una sorta di movimento perfettamente simmetrico e biunivoco, vincolato dall’etica del buoncostume, secondo la quale ogni donatore, nel momento stesso in cui consegna il proprio regalo, pregusta già il momento in cui sarà ricambiato. Ma questa antica e nuova concezione cui siamo approdati non contraddice, per caso, la definizione che comunemente troviamo sul dizionario (dare ad altri liberamente e senza compenso cosa utile o gradita)?

Ecco, dunque, la svolta: abbiamo accusato l’uomo odierno di egoismo del dono, imputando tale egoismo alla sua dimenticanza delle radici più antiche del fenomeno che, a loro volta, si sono rivelate altrettanto utilitaristiche e vanesie.

In conclusione, non esiste una definizione unitaria del fenomeno del dono, poiché essa è basata principalmente sulle intenzioni del donatore e su quelle del ricevente: se la volontà è disinteressata, il compenso non è necessario e nemmeno voluto, ma il dono è pura e genuina dimostrazione d’affetto, stima e ringraziamento nei confronti del ricevente; viceversa, se la volontà è interessata, il dono viene fatto unicamente con l’intenzione di essere ricambiato, o per adempiere a una semplice usanza quale può essere, per esempio, quella del Natale. 

 

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About Beatrice Furini

REDATTRICE | Classe 1996, originaria di uno sperduto paesino della brumosa Pianura Padana, dove ha lasciato il cuore, frequenta la triennale di Filosofia presso l’Università degli Studi di Bologna. Attualmente vive ad Utrecht. Irriducibile sognatrice, viaggia per scoprire e scoprirsi. Scrive per necessità e non smette mai di meravigliarsi.

2 pensieri su “L’egoismo del dono: spunti per una riflessione più individuale

  1. Ciao Beatrice,
    Riflessioni molto importanti per una piccola donna di 20 anni, scritte egregiamente. Complimenti!
    Nella tua analisi, però, hai evidenziato il dono delle “parole” in una sola dimensione. Ma le parole possono cambiare il mondo, possono diventare sentenze, dichiarazioni di guerra o di pace, d’amore o di odio. Quindi non sono sempre un dono.
    Le parole che ti sono arrivate probabilmente erano inaspettate e questa sensazione aumenta la bellezza di ogni cosa.
    Ritengo, invece, che “il tempo” che si può dedicare ad una persona possa essere “pura e genuina dimostrazione d’affetto”.
    Il tempo è la cosa più preziosa che abbiamo. E quando lo perdiamo non lo possiamo più riguadagnare. Per questo quando li doniamo diventa un “regalo” da ricordare.
    Ti auguro di avere “tanti bei ricordi” e grandi sogni da realizzare.
    Patrizia Sartori

    1. Gentile Patrizia,
      indubbiamente le parole possono (purtroppo) essere sfruttate anche in maniera negativa, e altrettanto indubbiamente il tempo è un dono importantissimo. Sono moltissimi i “doni” di cui non ho trattato in quest’articolo e che sono ugualmente speciali, ma sono così tanti che è impossibile approfondirli uno a uno, e per questo mi sono limitata a una (assai parziale e superficiale) analisi del dono delle parole.
      Grazie infinite per gli auguri e i complimenti, le auguro il meglio a mia volta!

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