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L’Editto di Rotari e l’influenza longobarda

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Un'immagine della copia originale dell'Editto di Rotari, conservata nell'abbazia di San Gallo in Svizzera
Un’immagine della copia originale dell’Editto di Rotari, conservata nell’abbazia di San Gallo in Svizzera

A partire dalla seconda metà del VI secolo i longobardi si insediarono nella penisola italica e vi fondarono un regno: il Regnum Langobardorum. La durata di questa entità statale continuò fino al 774, data in cui i franchi di Carlo Magno invasero l’Italia.

Fra le molte eredità lasciate da questo popolo, sicuramente merita il ricordo l’Editto di Rotari che fu la prima raccolta di leggi scritte longobarde. Sono giunte fino a noi solamente due copie del manoscritto: la prima è conservata nell’abbazia San Gallo in Svizzera, la seconda è presente nella Biblioteca Capitolare di Vercelli. Gli storici ritengono più antica la copia svizzera, poiché quella vercellese comprende anche le integrazioni all’Editto apportate dai Re Grimoaldo e Liutprando.

L’Editto fu emanato nella notte fra il 22 e il 23 Novembre del 643 dal Re Rotari. Il sovrano ebbe la forza di conquistare buona parte del Nord Italia, annettendo la Liguria e molte aree del Veneto. Rotari è ricordato anche per l’asprezza negli scontri interni, atti a limitare lo strapotere dei duchi longobardi. Tuttavia fu un sovrano amato dal suo popolo, apprezzato per il suo vigore in battaglia e per la sua vena legislativa. Infatti l’Editto di Rotari risultò essere una fondamentale novità per la popolazione longobarda, che vide per la prima volta il proprio diritto in forma scritta e non più affidato all’oralità, allineandosi al proverbio romano verba volant scripta manent.

L’Edictus segnò la definitiva maturità della monarchia longobarda: il Re ha la forza di emanare le leggi e farle rispettare in egual misura in tutto il suo regno per mantenere la pace fra i sudditi. La curiosità di questa raccolta di leggi è la lingua in cui venne scritta, ossia il latino e non il germanico. Questo fatto dimostra perfettamente l’influenza culturale che vi fu fra i due popoli presenti in Italia. Soprattutto dimostra quanto la romanitas era ancora vista come il faro illuminante della vita di ogni regno. Per questo motivo l’Editto si basava sì sulla Lex Romana Visigothorum, fondamenta del diritto longobardo, ma fu comunque profondamente influenzato dal sistema giuridico romano.

Il principio dell’Editto di Rotari si fondava sul fatto che un qualsiasi delitto è un oltraggio alla persona e non propriamente alle legge. Nell’ottica longobarda ogni persona libera ha un valore monetario, per cui se colpita fisicamente o nei propri affetti questa merita di essere risarcita in qualche modo. A tal proposito viene inserito il guidrigildo (dal longobardo wergild, composto dalle due parole: wer -> valore e gild -> denaro) affinché potesse eliminare definitivamente l’antica usanza longobarda nel risolvere le contese, ovvero la faida (in longobardo fhede). Nel testo originale si vede chiaramente come i risarcimenti funzionavano:

48. Dell’occhio levato. Se qualcuno strappa un occhio ad un altro, si calcoli il valore [di quell’uomo] come se lo avesse ucciso, cioè secondo il rango della persona; e la metà di tale valore sia pagata da quello che ha strappato l’occhio. 49. Del naso tagliato. Se qualcuno taglia il naso ad un altro, paghi la metà del valore di costui, come sopra. 50. Del labbro tagliato. Se qualcuno taglia il labbro ad un altro, paghi una composizione di 16 solidi e se si vedono i denti, uno, due o tre, paghi una composizione di 20 solidi. 51. Dei denti anteriori. Se qualcuno fa cadere ad un altro un dente di quelli che si vedono quando si ride, dia per un dente 16 solidi; se si tratta di due o più [denti], di quelli che si vedono quando si ride, si paghi e si calcoli la composizione in base al loro numero. 52. Dei denti della mascella. Se qualcuno fa cadere ad un altro uno o più denti della mascella, paghi per un dente una composizione di 8 solidi. 53.Dell’orecchio tagliato. Se qualcuno taglia un orecchio ad un altro, gli paghi una composizione pari alla quarta parte del suo valore. 54. Della ferita al volto. Se qualcuno provoca una ferita al volto ad un altro, gli paghi una composizione di 16 solidi. […] (per vedere alcune parti dell’Editto, clicca qui)

Il re Rotari raffigurato in una miniatura dell'XI secolo, con tutta la sua corte
Il Re Rotari raffigurato in una miniatura dell’XI secolo, con tutta la sua corte

Come già detto, questi freddi e macabri calcoli economici erano il tentativo di frenare l’utilizzo della faida come risoluzione dei conti. Il termine faida non esisteva nel latino, infatti è di origine germanica. Questo dato indica il bisogno di certe popolazioni germaniche di definire con un termine questa azione che, evidentemente, era ben radicata nella loro società. Il Re Rotari scrisse sull’Editto: «Per tutte queste piaghe o ferite sopra descritte che siano accadute tra uomini liberi, abbiamo perciò posto una composizione di maggiore entità rispetto ai nostri predecessori, affinché la faida, che è inimicizia, dopo accettata la sopraddetta composizione, sia posposta e non si richieda più oltre».

Ovviamente questo aspetto giuridico è solo uno dei tanti toccati dall’Editto di Rotari, tuttavia non basterebbero queste poche righe per poterlo analizzare nella sua interezza. A questo punto, però, vale la pena toccare un altro piccolo aspetto riguardante l’influenza longobarda nell’Italia, ovvero l’influenza linguistica. Abbiamo già visto come i longobardi introdussero nell’Editto molte nuove parole assenti nel vocabolario latino (guidrigildo e faida su tutte). L’evoluzione linguistica dell’italiano, come tutte le lingue romanze, la si ottiene proprio dal latino. Non quello classico e aulico di Cicerone, bensì da quello basso e popolare. Tuttavia molti termini italiani, utilizzati ancora oggi, discendono direttamente dalla lingua dei longobardi.

La lingua longobarda fu una dei tanti paleogermanismi nati in seguito alla caduta dell’Impero romano. Tuttavia non tutti i germanismi italiani sono di origine longobarda e la loro individuazione risulta estremamente complicata vista la quasi totale assenza di scritti originali di questo popolo. Oggi possiamo dire quasi con certezza che l’eredità linguistica longobarda ha lasciato nell’italiano, e nei suoi dialetti, quasi duecento parole! Molte delle terminologie militari e giuridiche sono andate in disuso, ma resistono ancora oggi diversi termini di uso comune per descrivere le parti del corpo. Facciamo qualche esempio: guancia, nocca, anca, stinco e schiena. Altre parole rimaste ben salde nella nostra lingua toccano gli aspetti della casa: stamberga, panca, scranna, scaffale, federa e gruccia. I nomi, tuttavia, non sono le sole parole mantenute nel nostro linguaggio. Molti verbi derivano dai longobardi: arraffare, ghermire, russare, scherzare, schernire, truffare, spruzzare, sprizzare e spaccare.

L’eredità che questo popolo ha lasciato in due secoli è impressionante, oltre che affascinante. Fra pochi giorni ricadrà l’anniversario dell’emanazione dell’Editto di Rotari e mi sembrava giusto ricordare il prezioso contributo che questo popolo ha offerto alla nostra penisola, alla nostra storia e alla nostra lingua.

 

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About Marco Pucciarelli

REDATTORE | Classe 1991, piemontese. Studente di Lettere Moderne presso l'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" di Vercelli. Ha la passione per la storia, specie per quella romana.

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