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L’eccezione della Tunisia: il sanguinoso cammino verso la democrazia

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Monastir, meta turistica tunisina
Monastir, città fra le mete turistiche più ambite della Tunisia

A pochi chilometri dalle coste siciliane c’è una realtà particolare, un piccolo Paese dalle peculiarità eccezionali all’interno del Maghreb. Le sue spiagge sono ambite, mentre le passeggiate tra le case colorate e i mercati tradizionali costituiscono un’esperienza quasi mistica, inebriante come il profumo del tè aromatizzato sorseggiato nelle stradine di Monastir. La Tunisia, con un tasso di alfabetizzazione piuttosto alto, è un Paese vivace, popolato da giovani  (che rappresentano il 52% della popolazione totale) con tanta voglia di fare e di partire per l’ Europa, per poi ritornare in patria e condividere le esperienze maturate con i proprio concittadini. Usufruiscono di borse di studio, parlano numerose lingue (arabo e francese, per poi dedicarsi allo studio di una terza lingua, che spesso è l’inglese) e sognano un futuro migliore per  la propria terra.

Utilizzano i social networks e sono informati circa gli eventi che hanno luogo nel resto del pianeta: sono curiosi, colti, hanno voglia di realizzarsi nel mondo del lavoro, ma il contesto non permette loro di affermarsi al meglio. Non a caso, la disoccupazione è alle stelle, con conseguenze drammatiche sui giovani. Un senso di frustrazione dilaga tra i laureati, che, con un dottorato sul proprio curriculum, sono costretti a dedicarsi ad impieghi che nulla hanno a che fare con gli studi fatti.

Siamo nel 2011 e sono passati più di 20 anni da quando Ben Alì ha preso il potere. Quel Novembre del 1987 viene ricordato da tutti come l’inizio di un assolutismo appoggiato, quasi alla luce dal sole, dal governo italiano e da quello francese, dietro una motivazione che risulta una costante nelle relazioni tra i Paesi islamici e quelli europei, una priorità imprescindibile che ispira qualsiasi manovra politica: mantenere l’ordine, tenere a bada le opposizioni in territori “caldi” come quello del Maghreb. E Ben Alì assolve bene il suo compito, distruggendo qualsiasi traccia di dissenso durante la sua ventennale carriera, e gestendo le pretese dell’Algeria post-coloniale, agguerrita come non mai. Costruisce la sua rete di alleanze, assicurandosi una posizione salda e amicizie dettate da un certo opportunismo politico.

Eppure, la Tunisia degli Anni 2000 è cambiata, è sfinita dalla corruzione alle stelle e dalla fame, dal clientelismo e dall’indifferenza delle autorità. Decide dunque di mostrare il suo vero volto, nascosto dietro l’apparenza dorata della meta turistica preferita da moltissimi europei, e, complice la facilità con cui è possibile reperire le informazioni grazie al web, comincia la sua rivoluzione, la Rivoluzione dei Gelsomini.

Mohamed Bouazizi, simbolo della Rivoluzione dei Gelsomini
Mohamed Bouazizi (1984-2011) è stato un attivista tunisino, simbolo della “Rivoluzione dei Gelsomini”

E’ il 10 Gennaio del 2011. Le piazze si riempiono di lavoratori, disoccupati, avvocati, studenti. Si tratta della goccia che fa traboccare il vaso, la rottura di un equilibrio fittizio, la cui precarietà è messa in discussione già a partire dalle proteste del mese precedente, animata soprattutto da ventenni. Uno di loro è Mohamed Bouazizi, un ragazzo di 27 anni dal coraggio incommensurabile, tanto da suscitare un senso di impotenza oltre che di inadeguatezza in chi assistette al suo gesto eroico, alla disperazione che si manifesta in tutta la sua potenza attraverso un solo giovane uomo. Basboosa, chiamato così da suoi amici,  era un  venditore ambulante, orfano dal passato inquieto e dal destino già segnato. Si dà fuoco di fronte alla sede del governatorato di Sidi Bouzid, mentre i presenti cercano di domare le fiamme con dell’acqua, ottenendo l’effetto opposto rispetto a quello desiderato: Mohamed morirà dopo 20 giorni di agonia.

Ben Alì mostra una fragilità mai portata alla luce e pronuncia un discorso al limite dell’inverosimile, dettato dalla frenesia successiva all’aggravarsi della situazione, che gli sta velocemente sfuggendo di mano. L’imperatore assiste impotente al crollare di tutte le sue certezze e promette invano al suo popolo 300.000 posti di lavoro, oltre che l’elevazione del livello di vita. Isolato, quasi deriso, è costretto a fuggire in Arabia Saudita dopo aver tentato un ultimo colpo, con l’appoggio delle sue armate. Il dittatore è costretto a crearsi una propria milizia  dal momento in cui l’esercito regolare, dopo una prima fase neutrale, si rifiuta di sparare ai manifestanti e decide di stare dalla parte dei cittadini. Lo scenario che si viene a creare non rappresenta una novità: la Tunisia viene infiammata dalla lotta tra l’Armata Tunisina e le milizie irregolari di Ben Alì, il quale viene invitato ad abbandonare la presidenza anche dai suoi stessi fidatissimi consiglieri, oltre che dalla diplomazia statunitense. Del tanto acclamato “ordine”, fortemente voluto dai Paesi NATO, non rimangono che ceneri sparpagliate tra i corpi delle vittime.

La popolazione, per quanto spaventata, reagisce creando comitati difesa civica volti ad assicurare la protezione di sé stessa, costruendo barriere e cercando di arginare la presenza di eventuali sciacalli pronti ad approfittarsi della confusione.

Il dittatore è abbattuto, sconfitto, e con lui l’assolutismo. La Tunisia vive uno stato di frastornato entusiasmo, di euforia incontrollabile. L’introduzione della libertà di stampa fa sì che le vetrine dei negozi si riempiano di libri prima vietati. Hanno ottenuto la democrazia, ma nessuno ha dotato loro di un libretto delle istruzioni per imparare ad utilizzarla. Allora si rimboccano le maniche e dopo la creazione di un governo provvisorio provvedono alla proclamazione di un’assemblea costituente, che redigerà un testo rispettoso dei principi democratici. Una proposta, in particolar modo, colpisce: le liste dovranno prevedere una quota del 50% destinata alle donne, che tuttavia in Tunisia hanno un ruolo meno marginale rispetto agli altri Paesi islamici.

Sono passati ormai quasi cinque anni, e il processo sembra ancora lungo e irto di ostacoli, aggravati dal fatto che la minaccia dell’ISIS diventa sempre più reale. Tuttavia il Paese, attraverso Ennhada, rappresenta un esempio unico di transizione e di connubio tra modernità e tradizione, e contraddice lo stereotipo secondo cui l’Islam politico non possa abbracciare i principi di democrazia dello Stato di diritto.

 

Ben Alì, dittatore tunisino rimasto al potere fino al 2011
Zine El-Abidine Ben Ali (1936), dittatore tunisino rimasto al potere fino al 2011

 

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About Alessia Del Vasto

COLLABORATRICE | Classe 1994, di origini partenopee. EU Studies Fair Ambassador per POLITICO Europe, studia Scienze Politiche Internazionali presso l'Università di Pisa. Ha trascorso quest'anno accademico in Belgio, tra gaufres e case con i mattoncini rossi, per vivere quello che le piace definire "il sogno europeo".

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