Statua-della-Sirenetta-Plemmirio-Commemorativa-di-Rossana-Maiorca-foto-Elio-Nicosia-2

Le Sirene: due corpi, un nome

Pubblicato il Pubblicato in Letteratura e Cultura, Recenti, Zibaldone

Se oggi pensiamo a una Sirena, di norma ci riferiamo a una creatura con il corpo per metà donna – dalla vita in su – e per metà pesce – dalla vita in giù – complici rappresentazioni cinematografiche, dipinti, disegni e statue.

Naviganti e marinai di ogni epoca – incluso Cristoforo Colombo di ritorno dalle Americhe – dicono di averle avvistate per mare durante le interminabili navigazioni. A partire dall’Ottocento molti falsari fabbricavano ad hoc ibridi fittizi con sembianze di sirene sperando di venderli a collezionisti o esporli nelle mostre. Hanno fatto il giro del web anche di recente video di avvistamenti di Sirene, il cui mito non si è spento nemmeno nell’era digitale. La Sirena, in veste di mostro marino, è solo una delle tante creature che costellano l’immaginario mitico e fantastico della civiltà umana, ma l’immagine di donna caudata a cui la sirena risponde comunemente è diversa rispetto a una precedente, dove non aveva affatto le sembianze marine a cui siamo avvezzi. In questo articolo si cercherà di proporre un excursus sul mito delle Sirene e sulla loro “muta”, legandolo alle sirene letterarie che più ci sono familiari.

Nella tradizione occidentale le rappresentazioni e le idee vengono spesso ricondotte ai modelli greci, da cui molta letteratura ha avuto inizio, e questo caso non è diverso perché i primi a figurare le sirene furono proprio gli antichi greci.

 

Le Sirene ammaliano Odisseo, su un cratere del V secolo a.C.
Le Sirene ammaliano Odisseo, su un cratere del V secolo a.C.

 

La parola Sirena, benché dall’etimologia discussa, pare derivare dalla radice semitica sir che significa “canto magico”, infatti le etimologie dei nomi greci delle Sirene suggeriscono la familiarità col canto: Ligeia è colei che ha la voce acuta, Leucosia rimanda al bianco, Partenope – la sirena di Napoli – ha la sonorità della voce di una vergine. Per via delle virtù musicali, le Sirene sono indicate come figlie delle Muse – MelpomeneTersicore, Stesicore o Calliope – e il loro canto è legato al sapere. La tradizione greca tramanda su di loro racconti oscuri discordanti: passano per essere ora figlie del dio-fiume Acheloo e di una delle Muse, ora di Gea (la Terra fertile e legata alla vita) o di Chthon (quella infera e sotterranea), ora delle Oceanine, ora di Forco o Acheloo senza indicazione materna. Vengono menzionate per la prima volta nell’Odissea e sono due, come suggerirebbe il duale, ma non viene data alcuna informazione sul loro aspetto fisico: esse sono solo voce e canto. Nel XII libro, Circe avverte Ulisse che arriverà dalle Sirene, incantatrici di uomini:

«A colui che ignaro s’accosta e ascolta la voce / delle Sirene, mai più la moglie e i figli bambini / gli sono vicini, felici che a casa è tornato, / ma le Sirene lo incantano col limpido canto, / adagiate sul prato: intorno è un gran mucchio di ossa / di uomini putridi, con la pelle che si raggrinza»[1]

Le sirene si rivolgono a Ulisse con «limpido canto»:

«Vieni, celebre Odisseo, grande gloria degli Achei, / e ferma la nave, perché di noi due possa udire la voce. / Nessuno mai è passato di qui con la nera nave / senza ascoltare dalla nostra bocca il suono di miele, / ma egli va dopo averne goduto e sapendo più cose. Perché conosciamo le pene che nella Troade vasta / soffrirono Argivi e Troiani per volontà degli dèi; / conosciamo quello che accade sulla terra ferace» (184-91).

Gli scogli delle Sirene sono collocati nel Mar Mediterraneo di fronte al tratto di costa campano e  prima di quella di Ulisse, un’altra nave si era trovata in prossimità delle acque delle Sirene: nel poema di Apollonio di Rodi, quando gli Argonauti passano presso Anthemoessa, la loro isola, esse cercano di interrompere la navigazione della nave Argo ma Orfeo, il musico divino, si accorge del pericolo e inizia a suonare la lira e cantare per fare in modo che gli uomini non sentano le voci delle Sirene. La sua musica è così deliziosa che uccelli e delfini si accostano per udirla e persino le Sirene smettono di cantare per sentire Orfeo che a lungo, instancabile, modula soavi accordi affinché Argo superi intatta le acque delle Sirene. Dopo di che, umiliate e indispettite per la sconfitta subita, si gettano tra i flutti per morire ma Zeus, pietoso, le salva trasformandole in scogli.

 

Odisseo e le Sirene, python, 450-25 a.C. c.ca
Odisseo e le Sirene, python, 450-25 a.C. c.ca

 

Se finora le Sirene hanno a che fare con l’acqua, non è così nell’Elena di Euripide in cui sono divinità dell’aldilà:

«Fanciulle alate, vergini figlie della Terra [Chthon], Sirene, unitevi al mio lamento portando il flauto libico, o la zampogna di Pan, o le cetre, rispondete con le lacrime alle mie grida lugubri; dolori con dolori, canti con canti; Persefone mandi cori di morte che si accordino con i miei canti funebri: in cambio io invierò nelle dimore notturne un peana di lacrime per i morti caduti in battaglia» [2].

Nell’Eneide (V 864-6), delle Sirene del racconto omerico niente rimane se non gli scogli vuotiinabitati e il suono della risacca sulle rocce.

Le Sirene non sono le uniche divinità acquatiche, ma rispetto ad altre (PoseidoneOceanoNereo e le NereidiTritone e i Tritoni) che non hanno interesse a mandare in rovina i naviganti senza motivo, pare che le Sirene colmino una sorta di vuoto mitico tra le divinità benevole – a cui gli uomini si rivolgevano con preghiere e canti e a cui offrivano doni propiziatori – e le divinità malvagie, come le Arpie (con cui condividono l’aspetto di donne-uccello, infatti non è sempre facile distinguerle nell’iconografia) e le Erinni. Le Sirene incarnano l’aspetto sinistro di quel mare capace sia di essere meraviglioso e propizio nella pesca, sia di essere terribile e indomabile. Esse promettono la conoscenza, ma il prezzo per ottenerla è la morte. Gli uomini che vogliono sopravvivere devono rinunciare al sapere di cui sono depositarie le Sirene in quanto non riuscirebbero più ad andar via da loro se si trattenessero; Ulisse è stato astuto, le ha battute e ha colmato la sua curiositas, ma è stato un eroe inquieto perché dopo il tanto agognato ritorno a Itaca è ripartito poco dopo. La conoscenza non sazia mai e se ne brama sempre di più: questo è l’elemento che ha ripreso Giovanni Pascoli, cucendolo addosso al suo ormai vecchio Ulisse dei Canti Conviviali (XXI; XXIII), ossessionato dal suo glorioso passato avventuroso e annoiato dall’uggioso presente chiede alle Sirene disperato, prima di far frantumare la nave sugli scogli: «Solo mi resta un attimo. Vi prego! / Ditemi almeno chi sono io! chi ero!» [XXIII 53-5].

Secondo uno dei filoni mitici, le Sirene sono state punite dalle Muse per aver osato sfidarle nel canto. Si sa che gli dèi non la prendevano bene quando erano oltraggiati e sono numerosissimi i casi di altri dèi o semplici mortali puniti per aver osato sfidare divinità maggiori del pantheon olimpico. Nella tradizione letteraria greca e latina ci sono altre attestazioni di Sirene, ma soffermarsi oltre non sarebbe produttivo e si rivelerebbe un infruttuoso elenco, perciò quello che è davvero interessante rilevare è che dopo la presunta morte delle Sirene, supposta dai commentatori tardo-antichi e medievali dopo il passaggio degli eroi  gli Argonauti e Ulisse – che erano sopravvissuti, esse non scomparvero dall’immaginario collettivo, piuttosto subirono una trasformazione.

 

The Siren (1900 c.ca), ad opera del pittore britannico John William Waterhouse (1849-1917)
The Siren (1900 c.ca), ad opera del pittore britannico John William Waterhouse (1849-1917)

 

Sembra strano che la metamorfosi più evidente (ossia il passaggio da donna-uccello a donna-pesce) non sia stata raccontata, ma solo raffigurata. Si può presupporre un cambiamento del contesto culturale in cui i racconti venivano recepiti e quindi il mutamento in creature marine venne fuori da solo e naturalmente, soprattutto perché le Sirene di Omero e Apollonio avevano già a che fare con l’acqua e sono quelle che hanno avuto più fortuna rispetto alle Sirene della dimensione ctonia o celeste, riscontrabili in Euripide o Platone (Repubblica XX 617 b ss.). La trasformazione da esseri alati a esseri con la coda venne quasi obbligatoria e la prima descrizione che abbiamo delle Sirene come meravigliose creature metà donna e metà pesce viene dal Liber monstrorum de diversis generibus, 6. Dopo la trasformazione, nella maggior parte dei casi mantennero una connotazione sinistra e di perdizione. Erano dotate di forti significati allusivi, incarnavano il bene e il male, la rovina e la salvezza, il canto lusinghiero e la conoscenza. Tutte queste caratteristiche in apparenza contraddittorie fra loro erano già insite nella natura doppia: due corpi, un nome.

Nel Medioevo le Sirene diventano simbolo della sessualità pericolosa (assente nel mito greco, in cui anzi vengono punite da Afrodite per aver scelto la verginità). Esse diventano mostri la cui idea viene deformata da uomini esposti a pericoli quali erano i naviganti sempre in viaggio, forse ossessionati dalla paura di morire per mare che assumeva, con la Sirena, un nome e un volto di donna. Divengono sinonimo di perdizione, morte e dannazione: si consolida l’idea della Sirena ingannatrice nei discorsi retorici (fama di cui peraltro già gode nel Fedro platonico) ed è mal vista negli ambienti cristiani, in cui è considerata alla stregua di prostituta e meretrice, ma non poteva essere altrimenti in una società maschilista, eterosessualmente orientata (almeno all’apparenza) e bianca in cui il male ha un aspetto femminile e va da sé che nel corso della storia questa visione si sia fossilizzata.

Dante Alighieri nel Purgatorio (XIX 19-24) riprende la visione ciceroniana del De finibus per cui le Sirene attirano i naviganti ai propri scogli grazie alla promessa della conoscenza globale e il loro canto ammalia coloro che – come Ulisse – aspirano alla virtù conoscitiva. Le “serene” sono le lusinghe dei falsi beni in Purg. XXXI 45 e nelle Epistole la cupidigia è una Sirena ammaliatrice: «E non seduca l’illusorio desiderio, nel modo delle Sirene, che con quel non so che di dolce uccide la veglia della ragione» (V 13 ss.). In Paradiso XII 7-8 «canto che tanto vince nostre muse, / nostre serene in quelle dolci tube», le Muse, protettrici delle arti, sono l’emblema della poesia umana da esse ispirata, mentre le Sirene sono la musica e il canto umani; la musica paradisiaca spettava dunque alle Muse che vincevano in dolcezza quella delle Sirene.

Nella modernità la figura della Sirena viene riscattata a partire dalla celebre fiaba di Hans Christian Andersen – da cui è stata tratta la versione edulcorata della Sirenetta Disney – in cui la Sirena si innamora di un uomo e, non ricambiata, decide di non ucciderlo e sacrificarsi per lui diventando schiuma di mare.

In Moby Dick di Herman Melville incarnano la speranza e i sogni di un fabbro a cui pare di sentirle che lo invitano a navigare il mare meraviglioso, in cui c’è tutta un’altra vita. Per le Sirene di Melville la terra è ripugnante (cap. CXII) ed è bastato all’equipaggio della baleniera temere di averle viste per trasalire (cap. CXXVI), mentre in realtà si trattava di foche.

Una lettura rivoluzionaria delle Sirene omeriche viene fatta da Franz Kafka nel Silenzio delle Sirene, con il silenzio in veste di risposta sublime al tentativo di imporre un ordine razionale su tutte le cose. «Il canto delle sirene penetrava tutto, figurarsi la cera», quindi Ulisse si era solo illuso di aver sentito le Sirene cantare e aveva scambiato la loro mimica per atteggiamenti canori, mentre esse volevano solo ammirare l’eroe di passaggio. Continua sulla scia di Kafka, anche se di tutt’altro avviso, Bertolt Brecht il quale ne La menzogna di Ulisse afferma che di sicuro le Sirene non avrebbero sprecato la loro arte per uno impossibilitato a muoversi; in realtà gli stavano strillando contro rimproveri e insulti per essersi fatto legare all’albero maestro.

È stato dedicato già un articolo a parte sul racconto La Sirena di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (che potete leggere qui) in cui il vecchio protagonista burbero ha tutta una sua visione sul mondo maturata dopo l’incontro con la Sirena Lighea.

Le Sirene, oltre che in letteratura, sono comparse in numerose opere d’artecanzoni (Francesco de GregoriIl canto delle SireneFranco BattiatoIl sentimiento nuevoFrancesco GucciniOdysseusTim Buckley, Song to the Siren), serie tv e film (SireneH2OPirati dei Caraibi 4 – Oltre i confini del mareSplash, una sirena a ManhattanHarry Potter e il Calice di Fuoco)  oltre ai tre di animazione Disney sulle vicende della dolce Ariel. Dopotutto in anni in cui il genere fantasy nelle sue diverse forme è fertile e pronto ad attecchire nelle menti delle persone (Harry Potter e Game of Thrones, per fare solo due nomi), non è difficile pensare che siamo disposti a non rinunciare del tutto alla parte di noi più onirica e fanciullesca. Le Sirene e tutte le altre creature fantastiche e immaginarie trovano la loro linfa vitale nell’antico bisogno ancestrale di provare a spiegare fenomeni altrimenti ineffabili dando loro una forma e un nome. La fantasia umana si è sbizzarrita in quanto a creare storie con creature fantastiche.

E sino a che le persone continueranno a navigare per mare potranno dire (o credere) di aver visto le Sirene che, senza dubbio, ne rappresentano il lato misterioso ed esotico.

 

E.C.J. Eriksen, La sirenetta (1913), porto di Copenaghen
La statua della sirenetta (1913) realizzata dallo scultore danese naturalizzato islandese Edvard Eriksen (1876-1959) nel porto di Copenaghen


 

NOTE UTILI:

[1] Omero, Odissea, XII 41-6, a.c. di A.G. Privitera, Oscar Mondadori, Milano 2008;

[2] Euripide, Elena, 164-178, tr. di Massimo Fusillo, in Il teatro greco – Tragedie, BUR 2009.

 

BIBLIOGRAFIA:

M. Bettini, L. Spina, Il mito delle Sirene. Immagini e racconti dalla Grecia a oggi, Einaudi, Torino 2007.

 


 

Immagine in evidenza: clicca qui

Fonti Immagini:

n.1 -> clicca qui

n.2 -> clicca qui

n.3 -> clicca qui

n.4 -> clicca qui

About Diletta Solinas

REDATTRICE | Classe 1992, sarda. Adora la lettura, l'arte, i film, i viaggi, i programmi di Piero e Alberto Angela e guarda ancora con meraviglia il mare e la natura. Laureata in Lettere sulla via dell'antico, ora prosegue gli studi in Italianistica e per questo si sente un po' un ibrido.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *