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Le rovine romane e il cinema: un confronto tra Federico Fellini e Pier Paolo Pasolini

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Una scena del film “Roma” (1972), diretto da Federico Fellini

Le antiche rovine e i siti archeologici romani sono stati utilizzati nel cinema italiano da Pier Paolo Pasolini, così come da Federico Fellini. Questi due grandi registi avevano in comune la volontà di trasmettere al pubblico una loro idea di storia, ma anche di passato, con criteri diversi.

Di fatti, Fellini ha utilizzato l’architettura delle rovine nel 1972, con una sequenza riguardante la Linea A, in costruzione nel periodo delle riprese di Roma. Si tratta di un episodio, la cui veridicità – tra finzione cinematografica ed effettiva ricostruzione dei lavori per la realizzazione della metropolitana – non è certa. Nel film viene fatto vedere il momento dello scavo mediante la coclea o vite di Archimede, che è rappresentata come una sorta di mostro che divora la terra e la roccia, fin quando a un certo punto la telecamera inquadra di là dal muro, dove è possibile vedere le camere affrescate di un antico edificio romano. Queste camere sono completamente inondate dalle numerose falde acquifere, e sono ancora visibili gli affreschi lungo le pareti dei binari della futura metropolitana; è tutto lì, immutato da decine di secoli. Tuttavia, il suono dell’enorme trivella dirompe nel film, anche se frenata dalla consistenza del muro. E’ un rumore sempre più insistente, sempre più forte, fino a quando la parete appare come violata.

Questa immagine voluta da Fellini è come sacrilega. Il regista rappresenta così il distruttore moderno, che per la sua la brama di spazio e di una più veloce mobilità nelle grandi città, si appropria della storia antica. La modernità diviene, nel film Roma, una distruttrice della bellezza. E’ sorprendente il salto nella scena di un mondo così evoluto e, allo stesso tempo, assordante. Questo piccolo episodio rappresenta tutta la frenesia dei tempi moderni, che serve a salvare un minuto o mezz’ora per raggiungere il posto di lavoro.

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Una scena del film “Mamma Roma” (1962), diretto da Pier Paolo Pasolini

In un altro modo, Pier Paolo Pasolini sceglie di utilizzare le antiche rovine per ritrarre una vera e propria realtà. La realtà del passato di Accattone, da cui l’omonimo protagonista non può fuggire, o la realtà da cui Mamma Roma tenta di scappare a sua volta, finendo con l’assistere al trionfo della morte. E’ proprio nel film Mamma Roma che nasce da una storia vera; la realtà vista da Pasolini in stretto legame con il passato è molto evidente. La storia parte dalla morte di un detenuto a Regina Coeli, Marcello Elisei, picchiato a morte dalle guardie carcerarie. Roma Garofolo, interpretata da Anna Magnani, che tutti chiamano Mamma Roma, è una puttana che vuole uscire dalla sua situazione per far crescere Ettore (suo figlio) fuori dalla malavita del marciapiede, ma in un ambiente da lei considerato più sano.

Mamma Roma ed Ettore vivono nel quartiere Cecafumo, dove i nuovi condomini costruiti sorgono come blocchi anonimi di cemento. Sono situati di fronte a un enorme prato punteggiato dalle rovine dei resti dell’acquedotto romano, formato da monoliti dell’antichità pagana. Questo luogo rappresenta il contrasto, ricercato da Pasolini, delle antiche rovine romane che s’impongono sui condomini moderni, come un passato che non vuole lasciare i personaggi. Qui la natura e l’architettura non sono il segno della stratificazione temporale come per Fellini, ma sono un limbo di storia dal quale non è possibile distaccarsi e che non si può assolutamente rinnegare.

Il tema dell’impossibilità di redimersi dal marciapiede per Mamma Roma non è un elemento narrativo semplice nel film, ma serve a sviluppare la visione pasoliniana e la condizione degli oppressi, condannati a rimanere ancora tali. I personaggi non hanno alcuna scelta perché il loro passato condizionerà sempre il loro presente. Mamma Roma è l’idea di un destino impersonale che tormenta gli emarginati, nonostante i loro sforzi: hanno un destino dettato dalla sofferenza. Pasolini sembra voler trasmettere l’idea che il passato è presente, e i personaggi non possono evitarlo. Non hanno la possibilità di distruggere e ripartire come avviene con Roma di Fellini e l’arrivo velocissimo di una modernità che si afferma sulla scena.

Fellini, infine, disprezza il mondo moderno e soprattutto non può sopportare la facilità con cui l’essere umano distrugge la bellezza del passato e della propria storia. In Pasolini, invece, il passato non è positivo. La storia personale di ogni uomo e le sue origini sono un bagaglio eterno da cui non si libererà: deve imparare a conviverci.

Due visioni del passato e della storia discordanti, ma anche contemporanee, che aiutano a rendere gloria a questi esempi di grande cinema italiano immortali e senza tempo.

 

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Da sinistra verso destra: Federico Fellini (1920-1993), Pier Paolo Pasolini (1922-1975)

 

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About Corinna Rombi

REDATTRICE | Nata a Siena nel 1991, è laureata presso la John Cabot - Università americana a Roma, in comunicazioni, media e marketing. Durante gli studi vive prima a New York e poi a Miami, dove sviluppa la sua passione per la fotografia e la recitazione.

Un pensiero su “Le rovine romane e il cinema: un confronto tra Federico Fellini e Pier Paolo Pasolini

  1. Io sono una forza del Passato.
    Solo nella tradizione è il mio amore.
    Vengo dai ruderi, dalle chiese,
    dalle pale d’altare, dai borghi
    abbandonati sugli Appennini o le Prealpi,
    dove sono vissuti i fratelli.
    Giro per la Tuscolana come un pazzo,
    per l’Appia come un cane senza padrone.
    O guardo i crepuscoli, le mattine
    su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
    come i primi atti della Dopostoria,
    cui io assisto, per privilegio d’anagrafe,
    dall’orlo estremo di qualche età
    sepolta. Mostruoso è chi è nato
    dalle viscere di una donna morta.
    E io, feto adulto, mi aggiro
    più moderno di ogni moderno
    a cercare fratelli che non sono più.

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