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Le “Myricae” di Giovanni Pascoli: romanzo autobiografico in versi, tra sperimentalismo metrico e simbolismo

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“Myricae” è una raccolta di poesie di Giovanni Pascoli, pubblicata in successive edizioni tra il 1891 e il 1911

Myricae di Giovanni Pascoli è una silloge poetica meditata e strutturata lungo un arco di tempo molto ampio, dunque include ed illustra delle fasi variegate sia dell’attività versificatoria dell’autore, sia della sua storia personale, del faticoso percorso psichico compiuto dall’io orfano in quel sentiero sempre più alienante, costellato di asperità e incertezze, che proprio nella poesia trova ampie risonanze.

Il titolo dell’opera è connesso al motto che essa reca in epigrafe <<Arbusta iuvant humilesque myricae>>, tratto da un frammento delle Bucoliche di Virgilio <<[…] paulo maiora canamus. Non omnes arbusta iuvant humilesque myricae>> (IV, vv. 1-2), ossia <<[…] cantiamo argomenti un po’ più elevati. Non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici>>. L’iter editoriale della raccolta è complesso, giacché muove dal 1890, quando nove poesie – nucleo centrale poi sviluppatosi in fieri – furono pubblicate nella rivista Vita nuova, per giungere alla 1a edizione datata 1891, contenente ventidue liriche. L’antologia fu soggetta a continui ampliamenti riguardanti tanto il numero delle poesie, quanto le tematiche trattate e subì numerose modifiche strutturali con la suddivisione in sezioni.

Con la 5a edizione del 1900 formata da centocinquantasei testi (la 9a e ultima edizione del 1911 conteneva delle varianti di tipo esclusivamente grafico e interpuntivo), il percorso compositivo e strutturale raggiunse la sua completezza.

A conclusione dell’iter evolutivo, Le Myricae si presentarono ripartite in quindici sezioni, alle quali si aggiungevano quindici poesie fuori sezione, per un totale di centocinquantacinque liriche. Appare evidente come il numero delle sezioni coincida con quello delle poesie esterne e questo non è dovuto a una semplice casualità ma a una volontà quasi ossessiva dell’autore verso una costruzione precisa e pianificata. Come introduzione alle liriche venne inserito il poemetto Il giorno dei morti, rievocazione dei lutti familiari in chiave visionaria: il Pascoli, tra note cupe e desolanti, si ricongiunge col pensiero ai cari defunti.

Le Myricae si prestano a una lettura agevole, godibile e lambiscono temi multisfaccettati, dalla natura agli affetti familiari, al significato recondito che si cela nelle cose, fino all’angoscia per la perdita dei propri cari, che opprime il cuore. Si tratta di una produzione intimistica che, in virtù dell’intensa empatia che il Pascoli crea con i lettori, si veste di coralità nel momento in cui l’io narrante deborda dai versi e si assiepa tra le pieghe del presente, assumendo quasi sembianze corporee, per trasfondere stupore, sofferenza, disincanto. Sono liriche semplici – in apparenza – che si leggono fin dalle scuole elementari eppure, come scarno bagaglio mnemonico degli ex studenti, risuonano in testa solo pochi versi della celeberrima X agosto, composta in ricordo della morte del padre Ruggero (che la sera del 10 Agosto del 1867 fu colpito a morte da una fucilata) e dell’altrettanto nota Romagna, affettuosa e malinconica rievocazione dei luoghi cari. E la silloge – forse per l’ingannevole facilità di comprensione e interpretazione – viene ingiustamente relegata negli scaffali polverosi e acquisisce lo status di cenerentola nel panorama poetico nazionale.

Come mai, invece, secondo l’autorevole parere del filone critico più all’avanguardia, quest’opera rappresenta una pietra miliare, non soltanto della temperie simbolista-decadente, ma anche di tutta la storia della letteratura italiana? I motivi sono principalmente due. In primis, per l’estremo sperimentalismo metrico. Le Myricae, infatti, costituiscono un crogiolo di tipologie strutturali e varietà metriche, anche arditamente combinate fra loro: dagli schemi classici a quelli meno consueti e persino obsoleti. Sono presenti sonetti tradizionali, ballate e para-ballate di vario tipo e compaiono tutti i metri con un amplissimo inventario di combinazioni, dal canonico endecasillabo al trisillabo. Ma la grande novità dell’opera è il recupero del novenario che, dopo il discredito gettato da Dante Alighieri nel De vulgari eloquentia, era caduto in disgrazia. E proprio questa straordinaria molteplicità di schemi e metri rende la silloge particolarmente preziosa per chi vuole avvicinarsi alle regole della metrica o perfezionarne la conoscenza, oppure semplicemente avere un panorama esemplificativo completo.

In secondo luogo, le Myricae sono fondamentali in quanto permeate da simbolismo e fonosimbolismo e si fanno portatrici di una poetica innovativa che si affaccia nel XX secolo. Per il Pascoli l’inventario lessicale della nostra lingua, ossia l’insieme di tutti i vocaboli che la compongono, è un terreno vergine e ogni termine può essere rivestito di un ulteriore significato. Dunque il vocabolo avrà il significato primario, che l’uso consueto gli attribuisce e un significato secondario più profondo che plasma e dà nuova vita all’entità alla quale si riferisce. Un esempio palese del simbolismo pascoliano lo cogliamo nella seconda strofa di Contrasto, componimento formato da due sestine di endecasillabi, che fa parte della sezione Le gioie del poeta (vv. 9-11):

 

prendo un sasso, tra mille, a quando a quando:

lo netto, arroto, taglio, lustro, affino:

chi mi sia, non importa: ecco un rubino;

 

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Giovanni Agostino Placido Pascoli (1855-1912) è stato un poeta e accademico italiano, figura emblematica della letteratura italiana di fine Ottocento

L’autore qui propone la sua concezione simbolista e, concretizzandola ed esplicitandola, ne offre un modello tangibile. Mentre l’uomo comune non è in grado di andare oltre il valore materiale delle cose, il poeta scorge il senso nascosto ai più e attribuisce sembianze nuove. Nel sasso gli altri vedono un semplice sasso, il Pascoli, invece, con i suoi occhi da artigiano della sostanza poetica, lo trasforma in rubino e il sasso acquisisce a tutti gli effetti la valenza di pietra preziosa. Ma è anche possibile leggere, in chiave metaforica, un valido insegnamento rivolto ai lettori: è necessario accontentarsi delle cose semplici che riempiono la quotidianità – questa sembra essere la chiave per raggiungere la felicità – perché chi ricerca il lusso e i piaceri sfarzosi della vita è condannato a una perenne insoddisfazione. Insomma, è la prospettiva a fare la differenza e, soprattutto, la capacità di trovare nel poco tutta la ricchezza agognata.

Una lirica totalmente permeata di simbolismo è Il lampo, piccola ballata di endecasillabi, inserita nella sezione Tristezze:

 

E cielo e terra si mostrò qual era:

la terra ansante, livida, in sussulto;

il cielo ingombro, tragico, disfatto:

bianca bianca nel tacito tumulto

una casa apparì sparì d’un tratto;

come un occhio, che, largo, esterrefatto,

s’aprì si chiuse, nella notte nera.

 

Apparentemente si tratta della descrizione dell’inizio di un temporale e i versi, in un aggregarsi di sensazioni visive, si riducono a pura macchia di colore. In realtà consiste nella rappresentazione analogica degli ultimi intensi e fulminei pensieri del padre dell’autore, negli istanti che precedettero la morte. Dunque Il lampo non rappresenta un semplice fenomeno naturale ma descrive l’estremo affanno di Ruggero Pascoli prima del trapasso.

Ma il poeta si spinge oltre il simbolismo e costruisce ogni singola parola minuziosamente, trasformandola in cassa di risonanza di impressioni e ricordi. Una palese dimostrazione ce la offre la lirica Il tuono, che forma un dittico con Il lampo e descrive il temporale condensato nelle percezioni uditive. In particolare, nel 4° verso

 

/rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo,/

 

possiamo notare come la presenza insistita della consonante “r” e del nesso “mb”, che riproducono il frastuono del suono mediante l’allitterazione, veicolino inquietudine, angoscia e pensieri tetri. E l’aggettivo “cupo” accentua tale sensazione tramite la vocale chiusa “u”, che sembra negare ogni spiraglio di tregua. Insomma, grazie al sapiente lavorio linguistico-poetico del maestro del simbolismo italiano, i nessi vocalici e consonantici si trasformano da artifici retorici in elementi strutturalmente fondanti della silloge.

Le Myricae, ora con toni pacati e malinconici, ora con forma struggente e inquieta, raccontano il dramma di un uomo-bambino rimasto orfano precocemente, narrano le sue ferite dell’anima che il tempo non rimargina, esaltano il valore dell’unità familiare come nido sicuro contro le avversità, l’attaccamento quasi morboso alle due sorelle, unici affetti rimasti di un nucleo parentale prematuramente dissolto e, ancora, dipingono la natura come mito salvifico e ricettacolo di gioie fanciullesche e spensieratezza ma anche come oscura matrigna, generatrice di presenze misteriose e presagi inquietanti. Riusciamo a sentire il frastuono della fucilata assassina che spezzò la vita all’unico sostegno economico della famiglia Pascoli e lo strazio della madre sul letto di morte per la desolazione dei figli due volte orfani.

Tutti noi siamo lettori partecipi, anzi, coprotagonisti del romanzo autobiografico in versi mentre il canto del poeta si eleva e, allargandosi come un’onda dentro uno specchio d’acqua, si trasforma da voce del singolo a voce dell’umanità.

 

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About Carla Maria Casula

REDATTRICE | Figlia della Sardegna, classe 1975. Giornalista pubblicista, si occupa di linguistica sarda con particolare attenzione nei confronti dei fenomeni lessicali, fonetici e morfologici. Scrittrice a tempo pieno, ha all'attivo tre sillogi poetiche in lingua italiana e numerosi riconoscimenti in concorsi di poesia regionali e nazionali. Studentessa di Filologia Moderna presso l'Università degli Studi di Cagliari, tra cerimonie di premiazione e presentazioni di libri spera di concludere quanto prima il suo percorso universitario. Sogno nel cassetto: un allevamento sterminato di gatti neri.

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