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Le mafie alla conquista dell’Italia: la parola a Michele Prestipino

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Michele Prestipino è un magistrato italiano, in attività a partire dal 1984

Abbiamo modo di constatare ogni giorno, attraverso la lettura dei quotidiani o l’ascolto dei telegiornali, che la mafia e la corruzione sono in continua espansione nel territorio italiano. E’ sempre più evidente, ancora, che parlare di mafia e di corruzione come entità separate ha poco senso: sono, in realtà, due facce della stessa medaglia. Il 27 Marzo, la città di Pisa ha avuto l’onore di ospitare il dott. Michele Prestipino, attualmente Procuratore aggiunto presso la Procura della Repubblica di Roma. L’iniziativa, dal titolo La mafia, le mafie, le nuove mafie: un metodo mafioso e modelli di espansione, è stata promossa dai membri del Master universitario in Analisi, Prevenzione e Contrasto della criminalità organizzata e della corruzione (APC), con il patrocinio della Prefettura di Pisa. La lectio magistralis di Prestipino ha permesso di cogliere ulteriori aspetti sul fenomeno mafioso.

<<Io non sono un professore, sono un testimone, e oggi vorrei fare con voi l’esercizio del testimone che racconta ciò che ha visto, ciò che accade>>. Sono queste sono le parole con cui il Procuratore ha iniziato il suo intervento. Ovviamente si tratta di un testimone privilegiato e particolarmente qualificato, che grazie al suo percorso professionale ha avuto modo di analizzare, attraverso più punti di vista, gli eventi ed i fenomeni di cui parleremo.

Quando facciamo riferimento alla mafia, alla camorra o alla ‘ndrangheta, si trattano di fenomeni criminali la cui origine risale a circa due secoli fa. Eppure, i primi passi che hanno condotto al riconoscimento di tali organizzazioni di stampo mafioso risalgono alla fine del secolo scorso. Ricordiamo, a tal proposito, una tappa fondamentale risalente al 1984, anno in cui si conosce il vero nome della mafia siciliana: Cosa Nostra. Ma nonostante si fosse riconosciuta la sua esistenza, si discuteva ancora sulla natura di tale organizzazione. Ci si chiedeva, addirittura, se fosse un fenomeno criminale reale o un “marchio culturale”: la conseguenza, cioè, di un ipotetico carattere violento e feroce dell’uomo meridionale. Dubbi che oggi appaiono fuorvianti ed anacronistici, che furono superati gradualmente negli anni. Il 30 Gennaio del 1992 si registra la prima sentenza, che accerta la presenza di una vera e propria struttura sottostante a quell’organizzazione mafiosa. Si riconosce l’esistenza della cosiddetta Cupola.

Per il riconoscimento della ‘ndrangheta, afferma Prestipino, non esiste una corrispondente sentenza di quegli anni, ma si dovrà ancora attendere. Un primo cambiamento inizia a configurarsi nel 2010 con la legge n. 50, che inserisce la ‘ndrangheta nel novero delle organizzazioni mafiose elencate all’art 416 bis c.p.. Successivamente, il Procuratore ha focalizzato la sua e la nostra attenzione sulla Regione Lazio, ultimamente vittima di un ulteriore e spiacevole scandalo cd Mafia Capitale. Prestipino ha evidenziato come le infiltrazioni mafiose fossero già presenti in quel territorio, ponendo in primo piano l’evoluzione delle diverse organizzazioni criminali coesistenti. Per sottolineare la radicata presenza di insediamenti mafiosi nella città di Roma, ha poi ricordato le parole di Pasquale Galasso, un camorrista, divenuto oggi collaboratore di giustizia. Egli, riferendosi agli anni in cui lui ed Alfieri davano la caccia ai Cutoliani, afferma: <<La mafia a Roma c’è o non c’è, c’è stata o non c’è stata. Dottore la mafia a Roma c’è dagli anni 60\70, c’è stata, c’è e ci sarà sempre. Roma era già mafiosa, era già in ricovero, era la protezione dei mafiosi. Nel 1982 vi ho conosciuto Pippo Calò, Michele Zazza stava a Roma, i Moccia non esistono più a Napoli, stanno a Roma, li tenete tutti a Roma!>>. All’appello sembrano mancare i Calabresi, ma illudiamoci per poco: Prestipino ricorda l’esistenza di una sentenza che accerta l’avvenuta migrazione dei fratelli Tripodo, dalla Provincia di Reggio Calabria fino ad una cittadina in Provincia di Latina, Fondi. Si stanziarono qui verso la fine degli anni ’70 e, costruendo società, s’insediarono nel mercato ortofrutticolo. Come tipicamente accade inoltre – e la sentenza lo conferma – questi ultimi avrebbero iniziato a stringere relazioni con membri della politica pontina. Legami che si instaurarono sempre con lo stesso meccanismo dello scambio di favori.

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Diffusione delle mafie nel territorio nazionale. Fonte: http://www.limesonline.com/

Ma il quadro non sarebbe completo, senza fare riferimento ai gruppi autoctoni formatisi nel territorio in questione. Quest’ultimo, infatti, è caratterizzato da una peculiarità che lo distingue dalle altre Regioni, anch’esse vittime di fenomeni criminali. Prestipino evidenzia come il Lazio sia colonizzato da una presenza mafiosa diversa, variegata. Non c’è il prevaricare di una particolare associazione malavitosa, capace di assumere una posizione monopolistica. Piuttosto, si assiste alla presenza di una moltitudine di gruppi che vede sulla scena sia le associazioni mafiose tradizionali (che fanno capo alla mafia siciliana alla camorra, alla ‘ndrangheta) sia i gruppi autoctoni, che hanno la particolarità dell’originalità e dell’originarietà. Più semplicemente, organizzazioni criminali made in Lazio. Quest’assetto trova le sue radici in quel fenomeno di contaminazione di modelli criminali che hanno trasformato Roma, e la Regione in generale, in un vero e proprio ombelico del mondo, in cui si confrontano molteplici culture criminali.

Richiamando le parole del Presidente del Senato Pietro Grasso, in occasione della giornata organizzata dalla commissione antimafia in Parlamento, Prestipino vuole richiamare la nostra attenzione sull’aspetto evolutivo preoccupante emerso anche dalle ultime indagini, ovvero la coesistenza di più poteri che, coniugandosi, danno origine a vere e proprie “fissioni nucleari” dannose per la società. Si tratta del potere politico, imprenditoriale ed economico, tutti quelli di cui tipicamente i mafiosi sono titolari – direttamente o indirettamente – attraverso le relazioni che instaurano durante la loro ascesa al potere. Attraverso tali legami, i mafiosi riescono a creare fitte ragnatele di interessi e l’obiettivo delle istituzioni diventa quello di sciogliere questa terribile e pericolosa matassa. Emblematica, a tal proposito, è stata la recente inchiesta Mondo di mezzo. Il come tagliare queste fitte reti di interessi lo sappiamo probabilmente tutti, ma la soluzione ce la ricorda ancora una volta il Procuratore: far funzionare le regole dello Stato, perché non esiste modo migliore, strumento più efficace. E noi, in quanto membri dello Stato, facendo il nostro dovere possiamo in prima persona sottrarre terreno alle mafie.

I mafiosi conoscono bene le piaghe del nostro Paese e, attraverso queste, si fanno strada, affermando così la loro supremazia sul territorio. A sostegno di tale tesi, Prestipino racconta un aneddoto, avvenuto dopo la cattura di Provenzano. In quegli anni, la Sicilia era una destinazione tipica di quello che potremmo definire un vero e proprio turismo giornalistico. Ed una giornalista francese, desiderosa di intervistare un esponente importante della mafia e seguendo il consiglio del Prestipino, chiese di poter intervistare Angelo Siino, noto collaboratore nel settore degli appalti, il cd Ministro dei Lavori Pubblici di Cosa Nostra.

Egli, alla domanda della giornalista: << cosa si deve fare per debellare la mafia? >>, rispose semplicemente: << bisogna far funzionare la Pubblica Amministrazione >>.

 

 

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About Gaia Cappuccio

COLLABORATRICE | Nata a Siracusa, il 3 Giugno del 1993. Studentessa di Giurisprudenza presso l'Università di Pisa. Ama la lettura e le piace guardare film d'autore.

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