manus1

L’Australia dei diritti umani violati

Pubblicato il Pubblicato in Costume e Società, Little Italy, Recenti
Cartina politica della Papua Nuova Guinea
Cartina politica della Papua Nuova Guinea

Appena a Sud dell’equatore, con una temperatura stabile che varia dai 24 °C notturni e di 32 °C diurni, si estendono le cosiddette Isole dell’Ammiragliato, un arcipelago formato da diciotto paradisi terrestri completamente naturali, situati nelle acque dell’Oceano Pacifico Occidentale, nella zona dell’Oceania vicina, esattamente sul versante Nord della più conosciuta Nuova Guinea.

Sono per lo più atolli disabitati di origine vulcanica, emersi nel periodo del tardo Miocene e i loro territori sono prevalentemente ricoperti da giungle e da vegetazione primitiva, incontaminata, pura. Tra loro c’è anche Manus, nota per essere l’isola principale dello Stato della Papua Nuova Guinea. In questa parte di mondo, l’uomo arrivò oltre quarantamila anni fa, ma furono avvistate dagli spagnoli solo nella prima metà del Cinquecento e si devono aspettare gli olandesi per avere una prima esplorazione nel 1616. Dopo esser state protettorato tedesco verso la fine dell’Ottocento, nel Novembre del 1914 – e quindi durante la Prima Guerra Mondiale – le isole vennero occupate dall’Australia, che ne ottenne il mandato da parte della Società delle Nazioni appena sei anni dopo e che continua ad esercitare il diritto anche nei giorni d’oggi.

Quel che forse non tutti sanno è che proprio in quest’isola, così apparentemente lontana da tutto e da tutti, vi si trovi uno dei campi di detenzione per coloro i quali attendono di ricevere asilo nei territori australiani. Non si sta parlando di criminali, persone pericolose, minacciose per la pubblica sicurezza o terroristi, ma bensì di profughi e rifugiati siriani, iracheni e afghani. Gente disperata che fugge dalle proprie case diventate zone di guerra in cerca di una situazione protetta e sicura, in cerca di salvezza.

Se dall’altra parte dell’equatore, l’Europa è alle prese con il continuo flusso di migranti che non hanno altra scelta se non quella di andarsene dalle proprie terre e case, il Governo Down under applica una controversa politica di intercettazioni delle navi con a bordo questi individui e prosegue con il dirottamento delle stesse verso alcune isole oceaniche qui vicine. Manus è una di queste destinazioni:

«All’aeroporto, costruito dai giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale, un cartello dà il benvenuto “nell’isola paradisiaca, dove splende il sole”. Per chi va in vacanza, questa lingua di paradiso lunga circa sessanta miglia è sicuramente un ricordo indimenticabile, ma per i novecento rifugiati in cerca di asilo politico, banditi dall’Australia e inviati in un angolo remoto della Papua Nuova Guinea, questo posto si è trasformato in un inferno. Tre anni e mezzo di crudeltà fisiche e psicologiche, condotte praticamente in assoluta segretezza sotto le verdi palme dei tropici».

Questo scriveva già qualche anno fa Roger Cohen, celebre e battagliero giornalista de il The New York Times, che ha fatto di questa storia un vero e proprio scandalo mondiale. Da sempre le organizzazioni non governative, tra cui Amnesty International, denunciano i maltrattamenti e gli abusi che si verificano in queste prigioni a cielo aperto e finalmente pochi giorni fa è arrivata la notizia che il Governo australiano dovrà pagare 70.000.000 $ per 1.905 richiedenti asilo a titolo di risarcimento per il trattamento «crudele e degradante» che hanno dovuto subire in questo centro di accoglienza.

 

 

«Abuse, self-harm and mental health problems are reportedly rife in offshore processing centres, with detainees resorting to desperate protests like sewing their own lips together to raise awareness of their plight / trad: Gli abusi, i danni a se stessi e i problemi di salute mentale sono notevolmente diffusi nei centri di lavorazione offshore, con i detenuti che ricorrono a disperate proteste come cucire le proprie labbra per sensibilizzare la loro situazione». Fonte: Dawn

Una class action aveva già richiesto a gran voce una presa di posizione chiara ed un’azione concreta per rimarcare i maltrattamenti, aggiungendo anche l’aggravante del sequestro di persona, quando l’anno scorso la Corte Suprema di Papua Nuova Guinea aveva stabilito che tutta la vicenda era completamente illegale ed incostituzionale. Grande entusiasmo ed immensa soddisfazione sono giustamente arrivate da Amnesty International, che ha definito questo felice epilogo di vicenda una «storica decisione» e come una «decisiva svolta verso una soluzione migliore per i rifugiati, fondata sulla protezione e non sugli abusi».

Sebbene, quindi, sembra vi sia stato davvero un piccolo ma sensibile passo in avanti nell’evolversi di una situazione che, a mio avviso, risulta davvero esser ignobile, Peter Dutton, attuale Ministro australiano dell’Immigrazione e della Protezione delle Frontiere, ha dichiarato che questo «accordo di transazione» non implica assolutamente un’ammissione di responsabilità, anzi è stato fatto per evitare al Governo un costoso processo di sei mesi. Oltre a ciò, in un secondo momento si aggiunge anche l’amarezza nel constatare che la cifra che dovrà esser pagata non è poi così alta e che anzi risulta essere davvero ridicola. La somma totale divisa per tutte le persone a cui è destinata diventerà di appena poco più di 36 $ a testa e senza contare che, a seguito dell’imminente chiusura del campo di Manus, i richiedenti asilo saranno trasferiti non in Australia, ma in Paesi terzi, quali Stati Uniti o Cambogia, oppure ricollocati in Papua Nuova Guinea.

Mi era già capitato di scrivere di questo argomento in maniera più approfondita in uno dei miei articoli precedenti, ma quando ho letto la notizia – passata comunque come un trafiletto poco importante – ho creduto davvero che finalmente vi potesse essere qualcosa di cui parlare a gran voce e che l’Australia fosse riuscita a risolvere una brutta situazione che non le si addice per niente e che, comunque, non dovrebbe essere presente in nessuna parte del mondo. Invece, purtroppo, è solo una finta vittoria dei diritti umani e quando ti accorgi che tutto questo è successo solo per «salvare la faccia» e non dover affrontare un giusto processo, capisci che invece la situazione non è cambiata per niente, anche perché per l’altro centro di detenzione di Nauru non si è parlato di un piano o di un progetto di chiusura.

Trentasei dollari di risarcimento non sono davvero sufficienti a ripagare l’umiliazione e le percosse subite da chi tentava di scappare da una situazione grave e che si è ritrovato coinvolto, invece, in una vicenda altrettanto infelice e vergognosa.

Ma la cosa che fa davvero male e rabbia è la constatazione che si è ancora estremamente distanti da un concetto di umanità ed uguaglianza.

 

detention-centre-on-nauru-data

 


 

Immagine in evidenza: clicca qui

Fonti Immagini:

n.1 -> clicca qui

n.2 -> clicca qui

About Francesca Bux

COLLABORATRICE | Classe 1984, veneta ma con sangue pugliese, buddista. Esteta da sempre, amante dell'arte in ogni sua forma, della danza orientale e dell'Antica Roma. Appassionata di architettura, scultura, fotografia, fisica e motoristica. Malinconicamente nostalgica, nutre una forte passione per il teatro, il buon vino, gli scritti di Italo Calvino ed Oscar Wilde. Dichiaratamente nerd, è una mangiatrice esperta di biscotti. Attualmente vive in Australia, in attesa di decidere altre destinazioni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *